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Calabria, il ricordo dell’ex subcommissario Giuliana Perrotta: “terra bellissima ma devastata da criminalità e lobbies. Il modo per cambiare c’è, i miracoli a volte accadono”

“L’immagine che avevo della Calabria era quella di una bellissima lupa con tanti cuccioletti che tentavano di nutrirsi al suo seno a cui invece erano attaccati altrettanti famelici mostricciattoli saprofiti”: il ricordo triste e malinconico del Commissario Perrotta

“Il mio ricordo della Calabria, la Cenerentola d’Italia”, inizia così la lettera di Giuliana Perrotta pubblicato sul sito key4biz.it. Il Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse ha avuto in passato il ruolo di Sub Commissario per l’emergenza ambientale in Calabria (2004-2006) e di Presidente delle Commissioni Straordinarie nel comune catanzarese di San Gregorio d’Ippona (2007-2009) all’epoca sciolto per condizionamento mafioso. Di seguito il suo ricordo della Regione finita in questi giorni al centro delle polemiche per l’emergenza sanitaria e il legame che con questa ha stabilito:

“Ho lavorato per molto tempo in Calabria, appena entrata in Amministrazione.

Ho sposato un calabrese, in Calabria è nato il mio primo figlio e per un certo periodo ho pensato davvero di poter vivere tutta la mia vita in quello splendido territorio.  

Poi la mia carriera mi ha portato in giro per l’Italia, ma, per alcuni anni, nel 2006, ho lavorato di nuovo in Calabria, e tra l’altro, nell’ambito dell’Ufficio del Commissario per l’emergenza ambientale della regione, proprio uno di quei lunghi commissariamenti di cui tanto si parla in queste settimane.

L’obiettivo dell’Ufficio del Commissario era quello di intervenire nel ciclo della depurazione e del trattamento dei rifiuti.

Credo che sia stato l’incarico in assoluto più faticoso e frustrante della mia carriera: la struttura era un coacervo di persone, alcune era lì come dipendenti, distaccate dagli uffici di provenienza, altre come consulenti, alcuni erano qualificati, altri no, ma nessuno era stato selezionato tanto per la propria professionalità quanto perché legato a qualche personaggio importante, sicchè la struttura in sé era diventata un groviglio di interessi, disfunzioni, incompetenza e malaffare.

Fui chiamata in quell’Ufficio dal Commissario protempore che era un Prefetto, proveniente dai ruoli della PS e che poi fu sostituito da un altro Prefetto, proveniente dai ruoli dell’Arma, il quale, arrivato poco prima che andassi via, avendo avuto l’incarico di vicario della Prefettura di Cosenza, per farmi restare, mi fece nominare dal Consiglio dei Ministri subcommissario.

In entrambi i casi si trattava di persone di grandissimo spessore e valore anche se, per formazione e professione, non erano particolarmente esperte in materia amministrativa e quindi, per questo aspetto, si affidavano a me che, come viceprefetto ed avendo svolto la stesso incarico a Bari nell’emergenza ambientale della regione Puglia, ero in possesso di una vasta esperienza in materia.

La struttura commissariale era oggetto di una serie di indagini da parte della magistratura penale (quelle, per intenderci, portate avanti dal sostituto procuratore De Magistriis) e della Corte dei Conti (in un procedimento, ricordo, veniva detto espressamente che l’operato dell’Ufficio del Commissario era alla base della situazione di inquinamento delle coste!)

Avevo solo un paio di persone di cui potevo fidarmi e che mi aiutarono, e come prima cosa chiesi un incontro con la magistratura inquirente per farmi conoscere e far capire che persona ero.

De Magistriis mi trattò cortesemente e mi disse semplicemente di stare attenta; il Procuratore della Repubblica pro-tempore, invece,  a cui rappresentai in particolare alcune illegittimità nella gestione dei rifiuti e nella creazione di una discarica in quel di Crotone affidata ad un soggetto notoriamente considerato mafioso, osservò solo che quel soggetto, nel tempo, era diventato una potenza, e mi fece gli auguri.

Sapevo che la magistratura comunque non poteva aiutarmi nel mio lavoro e che dovevo esaminare accuratamente qualsiasi cosa venisse posta alla mia firma. Tante volte rifiutai di sottoscrivere delle delibere dovendo sostenere le mie ragioni, sola contro tutti, fuori e dentro la struttura!

Avevamo come interlocutori ditte importanti a livello nazionale ed internazionale, assistite da fior di avvocati ed io, che con la mia firma certificavo la regolarità amministrativa delle delibere commissariali,  lavoravo tutto il giorno e mi portavo persino il lavoro a casa per approfondire ogni aspetto ed essere all’altezza dell’immane compito.

Dopo più di un anno chiesi di rientrare nei ruoli prefettizi, da una parte perché temevo, mio malgrado, di incorrere in qualche svista e di trovarmi coinvolta in qualche indagine, dall’altra perché mi ero resa conto che cercavo di svuotare il mare con un cucchiaino e se pure riuscivo a bloccare qualche affare, o riuscivo a raddrizzare qualche pratica, non intravedevo la volontà di tutto il contesto di cambiare rotta, di risolvere i problemi e di bloccare lo sperpero di denaro pubblico.

L’immagine che avevo della Calabria era quella di una bellissima lupa con tanti cuccioletti che tentavano di nutrirsi al suo seno a cui invece erano attaccati altrettanti famelici mostricciattoli saprofiti.

Mi ero resa conto, infatti, che ai soldi della gestione dell’emergenza ambientale in Calabria attingevano tutti, persino insospettabili e integerrimi gruppi ambientalisti, certamente, almeno spero, in buona fede, ma senza che si avviasse a reale soluzione la situazione emergenziale.

Ho lavorato in Campania, in Puglia, in Sicilia quindi in altre regioni problematiche del Mezzogiorno, dove operano organizzazioni criminali di stampo mafioso, eppure, in ognuna di quelle realtà, vi sono comunque delle zone di eccellenza e delle zone franche in cui le persone di valore possono esprimersi e vivere.

In Calabria, dovunque, per un motivo o per l’altro, le stesse persone possono solo sopravvivere perché il connubio criminalità-clientelismo-lobbies è pervasivo.

Certo i problemi della Calabria sono annosi e profondi e nel tempo di tanto in tanto da Roma si è tentato di dare dei segnali: ricordo che ero una giovanissima consigliere di Prefettura a Cosenza, a fine anni ’80, quando il Governo nominò il Direttore Generale del Personale del Ministero come super Prefetto di Reggio Calabria; o, molti anni dopo, quando nella stessa carica fu nominato un Vice Capo della Polizia di Stato, o quando un Procuratore della Repubblica iniziò ad indagare su alcune consorterie “parapatriottiche”.

Ma furono fuochi di paglia che non riuscirono a determinare un duraturo cambiamento al modo di gestire la cosa pubblica in Calabria.

Basta trasferire un prefetto, promuovere un magistrato o sostituire un commissario e tutto si ferma.

In questi ultimi 10 anni però i problemi della Calabria si sono aggravati ancora di più e non basterà l’ottimo Procuratore Gratteri per risolverli, perché per imprimere un reale cambiamento sarebbe necessario che tutte le istituzioni fondamentali fossero presidiate a lungo da persone indipendenti (nel senso più ampio e totale della parola) supercompetenti, dotate di un non comune spirito di sacrificio, di coraggio e di amore.

Ma a volte i miracoli accadono”.