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La bolla NBA è un successo, la Serie A ci pensa: lockdown e test per le squadre, ma i calciatori sono contrari

Foto Getty / Paolo Bruno

L’NBA porta a termine la stagione con successo nella bolla di Orlando, la Serie A studia un protocollo simile in caso di stop del campionato: i calciatori però non sembrano favorevoli

Nella notte italiana si è ufficialmente conclusa la stagione NBA con i Los Angeles Lakers di LeBron James vincitori del 17° anello della loro gloriosa storia. Dopo le positività che nei mesi scorsi avevano messo in crisi la lega, il commissioner Adam Silver aveva fermato il campionato con ripresa a ‘data da destinarsi’ e possibilità di sospendere la stagione con annessi danni economici per giocatori, franchigie e sponsor. A salvare la situazione è stata l’idea della famosa ‘bolla di Orlando’, ormai diventata un modello virtuoso in materia di prevenzione dal Coronavirus.

Foto Getty / ME

I principali protagonisti dell’universo NBA, dai proprietari delle franchigie alle stelle dei roster, passando per staff, arbitri e broadcaster, hanno accettato di entrare nella zona protetta di Disney World (proprio il parco divertimenti!) di Orlando, trasformata in una bolla di sicurezza dalla quale nessuno è potuto entrare o uscire se non per effettive emergenze e dopo essersi sottoposto al ben noto rituale di controlli, test e quarantena obbligatoria. Il risultato è stato un successo: casi ridotti al minimo, intercettati e isolati tempestivamente attraverso continui tamponi, campionato portato a termine con l’arrivo delle famiglie dei giocatori nelle fasi finali. Proprio i giocatori sono stati i grandi protagonisti di questo successo, tanto in campo quanto fuori, accettando di stare lontano dai propri affetti familiari, di ridurre la propria libertà e concentrarsi sul proprio lavoro, riuscendo anche a portare sul parquet importanti messaggi sociali legati al voto e alla questione ‘Black Lives Matter’.

Photo by Pedro Vilela/Getty Images

La Serie A ha osservato con molta attenzione quanto è accaduto oltreoceano. Il futuro del massimo campionato italiano è quantomai incerto: nuovi casi di positività compaiono quasi ogni giorno, squadre come il Genoa si sono ritrovate decimate e impossibilitate a giocare, il caos di Juventus-Napoli rischia inoltre di fare giurisprudenza in materia di rinvio e mettere in crisi l’attuale protocollo. Sembra chiaro che, se la situazione dovesse continuare così o addirittura peggiorare, complice l’aumento dei contagi degli ultimi giorni, sia necessario un piano B. Soprattutto perchè l’attuale campionato, a differenza di quello scorso, è appena iniziato e deve sottostare a tempistiche di calendario ancor più lunghe e dunque concentrate in caso di rinvio. Perchè dunque non prendere spunto dalla bolla NBA? È chiaro che riunire 20 squadre in una location in stile Disney World con diversi campi da calcio e d’allenamento, strutture alberghiere, ristoranti e aree divertimento/relax sia alquanto complicato sul suolo italiano.

La bolla della Serie A prevederebbe piuttosto un lockdown relativo alle singole squadre, in grado di limitare i contatti non strettamente necessari, test ogni 4 giorni e uscite consentite solo per disputare le partite. In questo modo si dovrebbero ridurre al minimo i contatti e anche quindi le positività, consentendo il regolare svolgimento del campionato nelle tempistiche previste. Lo scoglio principale sembra essere la volontà dei calciatori. A differenza dei colleghi dell’NBA, le stelle del pallone non vorrebbero rinunciare ad una parte delle loro libertà. Un ‘capriccio’ che potrebbe mettere nuovamente il lucchetto al calcio italiano.