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Reggio Calabria, il papà di Maria Antonietta Rositani scrive al Presidente Mattarella: “non riesco a darmi pace quando ripenso alle denunce contro Russo rimaste nel cassetto”

Reggio Calabria, il papà di Maria Antonietta Rositani scrive al Presidente Mattarella: “non riesco a darmi pace quando ripenso alle quattro denunce, rimaste nel cassetto,dirette alle forze dell’ordine: mia figlia domandava aiuto e chiedeva venisse riconosciuto il suo diritto a vivere”

Di seguito la lettera integrale di Carlo Rositani, padre di Maria Antonietta, al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e per conoscenza al dott. Giovanni Bombardieri, procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria: 

“Illustre Presidente,
sono papà Carlo e Le scrivo per rammentarLe una vicenda surreale costellata da denunce inascoltate e allarmi disperati che non sono serviti a impedire l’ennesima violenza di genere a scapito di mia figlia Maria Antonietta. Maria Antonietta aveva trovato il coraggio, denunciando,di porre fine ad una relazione fatta di umiliazioni, botte e minacce ma lo Stato, lasciando quattro denunce senza seguito, al buio tra faldoni e cassetti dei Palazzi delle Istituzioni della nostra Italia, l’ha abbandonata ad ardere viva sulla via Frangipane a Reggio Calabria, quel 12 Marzo che mai dimenticheremo. Io, papà Carlo, Signor Presidente, Le scrivo per chiedere il Suo aiuto e, con umiltà, ancora una volta, la Sua vicinanza alla nostra famiglia. Lo faccio da padre e mi rivolgo a Lei, che è Padre e Primo Cittadino del nostro bel Paese, l’Italia,col cuore spezzato nel vedere le ferite ancora aperte sul corpo della mia povera Bambina. Lo faccio anche pensando a tutte le figlie d’ Italia affinché mai più, in nessun luogo, possa essere perpetrato un atto così crudele, barbaro, inumano, da mani criminali. Non dimentico la noncuranza che ha portato al calvario di mia figlia, ma oggi non posso che dire grazie a Lei per la Sua attenzione verso la mia Bambina e a tutti coloro che ci sono stati accanto e non posso che inchinarmi davanti al Tricolore che sventola sul pennone del Quirinale. Un grazie dal cuore al Gup Valerio Trovato per la sentenza e un grande grazie a una giurista meravigliosa, la Dottoressa Paola D’Ambrosio, unadonna che ciha resi tutti orgogliosi di essere Italiani, Pubblico Ministero al processo contro chi ha commesso un crimine così efferato. E un grazie quanto l’infinito del Cielo va, da parte di tutti noi, alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria e al suo Capo,Dottor Giovanni Bombardieri,grande uomo di legge che, dopo l’intervento finale della Dottoressa Paola D’Ambrosio, ha saputo pronunciare parole che resteranno nella memoria di tutti e che meriterebbero essere scritte tra quelle mura dell’aula di Tribunale e sulle pagine della storia della nostra Patria. Infatti, dopo la richiesta da parte del Pubblico Ministero di venti anni di carcere per Ciro Russo, il dott. Bombardieri sostenendo la tesi accusatoria ha chiesto che venisse applicata la pena massima, senza attenuanti, pronunciando le seguenti parole: “Siamo abituati a processi di mafia e quello davanti al quale ci troviamo di fronte è l’atto più grave commesso a Reggio Calabria. E poi grazie all’unica Istituzione Italiana,al Comune di Varapodio e a tutta la sua Amministrazione Comunale che da subito ci è stata vicina non solo con parole ma anche con un aiuto economico. E ancora grazie dal cuore a un nobile rappresentante delle Istituzioni Italiane, a S.E. dottor Massimo Mariani , Prefetto di Reggio Calabria. Ho avuto il piacere di incontrarlo nel suo ufficio e mentre mi ascoltava ho letto nei suoi occhi la sua vicinanza e il suo dispiacere per quanto accaduto a mia figlia e nel silenzio, i suoi occhi, mi esprimevano concetti di libertà,pace,amore e speranza. Sono uscito dalla stanza commosso è felice di essere Italiano.

Illustre Presidente la vita è tutto ciò che accade giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno e a mia figlia, da quel 12 marzo, è stato rubato più di un anno e mezzo trascorso in condizioni che non si possono definire vita: lontana dai suoi figli William e Annie, lontana dai suoi cari, in preda a sofferenze indicibili, incertezze, paure, incubi. Tutto questo ha subito una Donna, una Mamma, una Figlia del nostro bel Tricolore, mia figlia, Signor Presidente, la mia Bambina. E di quei diciotto anni che il suo ex marito, Ciro Russo, che ancora oggi considero un figlio, dovrà scontare io, da padre, mi creda, non gioisco. Tuttavia, non posso non considerare che ogni attimo di quel tempo a venire resterà scolpito con le fiamme, per sempre, sulla pelle di mia figlia. Non riesco a darmi pace quando ripenso alle quattro denunce, rimaste nel cassetto,dirette alle forze dell’ordine: mia figlia domandava aiuto e chiedeva venisse riconosciuto il suo diritto a vivere. Ed oggi, Illustre Presidente, un’altra grande disattenzione.Una di quelle denunce, venuta alla luce dopo un mese in seguito alle mie urla disperate, con cui mia figlia, nel mese di febbraio 2019, denunciava che Ciro Russo, agli arresti domiciliari con una Ordinanza di custodia cautelare, continuava a inviarle messaggi, è stata intesa come una denuncia di violazione della privacy. Il capo di imputazione soffre, a nostro parere, di una grave sottovalutazione dei fatti denunciati da Maria Antonietta. Infatti, Maria Antonietta non lamentava tanto la violazione della propria privacy, quanto di essere ancora oggetto di malsane attenzioni,comunicazioni, messaggi da parte dell’ex marito. L’ episodio descritto nella denuncia di Maria Antonietta può essere inteso in tutta la sua gravità solo se inserito nell’insieme delle minacce gravissime che Ciro Russo le stava rivolgendo da mesi e che sarebbero sfociate nel suo tentato femminicidio del 12 marzo 2019. Isolare il singolo episodio dal suo contesto significa minimizzare ingiustificatamente la gravità,se si ha presente che agiva mentre si trovava in condizione di limitazione della libertàe con divieto di comunicare in qualsiasi forma con Maria Antonietta. Io non ho più parole Signor Presidente, sono un povero padre disperato che sogna, nonostante tutto, di poter vedere un mondo migliore più buono e più solidale, dove anche l’ultimo della terra possa essere considerato alla pari del primo. Come mio padre ci diceva sempre, pur essendo un combattente e un decorato della Seconda guerra mondiale, la guerra e la violenza sono una “brutta bestia” e per qualsiasi sopruso c’è la legge terrena e quella divina. Mai farsi giustizia da soli. Tutti gli uomini su questa terra sono figli di Dio tanto quanto tutti gli Italiani sono figli della nostra bella Patria. Ecco, io mi rivolgo e mi affido a Lei gentile Presidente: ho bisogno che lo Stato accarezzi, idealmente, le ferite da quel 12 Marzo ancora aperte sulla pelle di mia figlia. Io sono all’antica, forse mi trovo ancora all’epoca del libro “Cuore” che ho letto da bambino e riletto da grande e che è stato, assieme agli insegnamenti dei miei genitori, alla base della mia formazione. I tempi sono mutati, è vero, i valori morali e civili in cui credo sono forse, per qualcuno, obsoleti, tuttavia io sono ancora fermamente convinto che Lei, in qualità di Presidente della Repubblica, sia il Padre di tutti gli Italiani. Confido in Lei che già mi ha dimostrato la Sua vicinanza con la Sua amorevole telefonata nella quale ha parlato il suo cuore di Padre definendo “inaccettabile” quanto accaduto a mia figlia e Le chiedo, umilmente, di essere convocato per un incontro. Ripongo le mie speranze in Lei che è un buon Padre ed un buon Padre non lascia mai da soli i propri figli”.

Mi inchino al Tricolore
Grazie dal cuore Signor Presidente.
Papà Carlo