La generazione che non perdona

“La generazione che non perdona”, è il titolo di un libro di Stefano Terra, un giornalista e scrittore piemontese nato nei primi anni del 900. Il libro racconta di un popolo di ventenni, a cui apparteneva anche Terra, nata a cavallo tra la prima e seconda guerra mondiale. Una generazione che nasce in concomitanza con uno Stato che poi diventerà autoritario. Ragazzi che si interrogano sul concetto di libertà e nel nome di quest’ultima compiono un attentato antistatale. Cosa c’entra questo mio preambolo con ciò che sto raccontando. “La generazione che non perdona” sembra ciò che definisce chi è giovane oggi nel settembre del 2020, non c’è però nessuna attinenza tra il contenuto del libro e ciò che accade adesso; c’è assonanza, invece, tra il titolo del libro e ciò che accade tra alcuni ragazzi di periferia, di paese o di città industrializzata o  di città sottosviluppata. Ho sentito questa definizione affibbiata ai tre giovinastri che in provincia di Roma, hanno ucciso a calci e pugni un loro coetaneo solo perché si era permesso di aiutare un amico. Ora, io non penso che questi tre giovinastri appartengo ad “una generazione che non perdona” e non credo che si possa fare un’analisi di massa perché le responsabilità sono individuali. Non si può definire la nuova generazione di ventenni come una generazione cattiva. No. Non si può. Ogni giovane è figlio di un padre e di una madre, a loro compete la prima educazione dei figli e se un padre educa il figlio a menare le mani, si prenda poi le conseguenze di vederlo in carcere. Ogni ragazzo è figlio di una scuola e questa funziona perché essa ha il compito di “Educare l’uomo ed il cittadino Europeo” e la scuola lo fa. Io non credo nei cattivi insegnanti. Gli insegnanti possono essere non competenti ma non cattivi maestri. Ogni ragazzo è figlio di un video gioco e se un genitore non capisce che è meglio prendere il figlio e portarlo di peso a giocare a pallone, si assuma esso la responsabilità di avere un figlio con un concetto distorto della realtà. Ogni ragazzo è figlio di un quartiere e se questo viene abbandonato al degrado e alla sporcizia, ogni amministratore si assuma la responsabilità di ciò che può portare la solitudine e l’abbandono. Ogni cittadino è figlio di Istituzioni e di chi li rappresenta, anche William e i quattro ragazzi Karatè erano figli di Istituzioni che li conoscevano  e soprattutto che conoscevano la pericolosità dei 4 Bulldozer. Perché non sono stati fermati? Perché si è dovuti arrivare alla tragedia? Le responsabilità sono individuali e non generazionali. Ogni ragazzo è figlio di una parrocchia e se il parroco e i catechisti non trasmettono una fede che sposti le montagne, si assumano le loro responsabilità. Perché invece di fare le processioni e ballare i Santi e litigare tra di loro per il numero di fedeli che riempiono le chiese, non si mettono un paio di scarpe da pallone e vanno a testimoniare la fede a queste anime senza certezze. Leonardo Sciascia diceva: “A Ciascuno il suo”. Che ognuno si assuma le sue responsabilità e che non si provi ad etichettare le generazioni perché è troppo comodo, è un modo per alleggerirsi le coscienze. “La generazione con le mani sporche di sangue”, come definiva Marc Bloc, non è la generazione dei ventenni di oggi. È la generazione di chi non fa il suo. È la generazione di chi non realizza ciò a cui è stato chiamato e avvoglia a lavarsi le mani, sempre sporche di sangue rimangono.

Graziella Tedesco