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I Moti di Reggio, 50 anni dopo – Il diario della rivolta, 21 luglio 1970: scendono in piazza le donne e la protesta si espande anche in provincia, rivolte a Melito e Gambarie

Rivolta reggio

I Moti di Reggio 50 anni dopo e lo speciale di StrettoWeb, il racconto del 21 luglio 1970: la protesta degenera e si espande anche alla provincia. A Gambarie d’Aspromonte occupata la sede del ripetitore della RAI

Le proteste non si placano. Anzi, alle rivendicazioni dei cittadini di Reggio si uniscono anche quelle degli abitanti della provincia. Da Melito a Bova Marina cominciano scioperi e vengono innalzate barricate, a Gambarie d’Aspromonte viene anche occupata la sede del ripetitore Rai. Sul Corso Garibaldi corteo organizzato da oltre 5mila donne. Grazie alla ricostruzione del libro “Buio a Reggio” scritto da Luigi MalafarinaFranco Bruno e Santo Strati nel 1972 e pubblicato da Parallelo 38, riviviamo su StrettoWeb gli eventi quei drammatici giorni vissuti a Reggio Calabria:

Ore 0,15: una carica di tritolo esplode nei pressi della porta del magazzino della filiale FIAT, sita al ponte della Libertà.

Ore 0,45: un’altra carica di tritolo scardina il portone dell’Ispettorato di PS di via Possidonea, mandando in frantumi i vetri delle abitazioni vicine. Sul posto accorre il questore Santillo.

Così Francesco Chirico su Il Giornale d’Italia:
«La situazione è apparentemente calma, questa mattina; ma il fuoco cova sotto la cenere. Per le strade c’è poca animazione, i negozi sono chiusi, sbarrati gli uffici pubblici, fermi i mezzi di comunicazione. Grande scalpore ha sollevato la notizia dei due attentati dinamitardi compiuti nella notte da un “commando” non identificato».

Franco Pierini su Il Giorno:
«Intanto Messina e Villa S. Giovanni, due centri che vivono l’uno dell’altro, erano intasati da più di due migliaia di autocarri e automobili che per tutta la giornata non avevano potuto attraversare lo Stretto. Una gazzosa, a Villa, stanotte costava trecento lire tanto per intenderci sul primo risultato dell’operazione “blocco totale” intrapresa dai vari comitati di agitazione e di difesa che ormai sono almeno 10. Verso l’alba i traghetti hanno ripreso servizio, meno quello ferroviario».

A Reggio, l’apparente calma delle vie del centro si contrappone alle sempre più fitte barricate che vi sono ai rioni Sbarre e Santa Caterina e ai disordini che si susseguono a Villa. Ore 10,30. Circa 400 dimostranti raggiungono Villa ed iniziano a bloccare le maggiori vie cittadine. Con opera di persuasione, il vicequestore Vanni Aiello riesce a far sgombrare i dimostranti dalla tratta ferrata, e la polizia può togliere le ostruzioni senza incidenti.

Commenta Enzo Lacaria su L’Unità:
«Quanto avviene a Reggio, ormai da sette giorni, non è solo il fuoco delle pattuglie di provocatori addestrati ed allenati, di elementi assoldati per alimentare la confusione, per creare e mantenere un il governo che ha sempre truffato Reggio Calabria (prima con le addizionali sul terremoto e poi con quelle pro-Calabria); che ha disatteso ogni istanza di rinnovamento, di giustizia sociale, di progresso economico. C’è una realtà di miseria e sfruttamento, di dolorosi distacchi nella disperata estenuante ricerca di un lavoro.
«E’ l’antica rivolta dei meridionali contro lo stato accentratore ed eversivo. Difficilmente una intera popolazione avrebbe sopportato da una settimana, privazioni, sacrifici, ansie per quello che, da un momento all’altro può accadere».

Ore 13,05: Un gruppo di dimostranti reggini raggiunge Melito Porto Salvo, sul versante jonico della provincia mento all’altro, e facendo opera di sensibilizzazione, induce i commercianti ad abbassare le saracinesche. Uno sciopero a Melito viene programmato dalle 10 alle 12. Barricate vengono erette anche a Condofuri e a Bova Marina. La provincia reggina si sta unendo alla città per le sue rivendicazioni.

Scrive Manlio Lupinacco in un corsivo del Corriere della Sera:
«Se io fossi Catanzaro (scusate l’audacia barocca di questa figura) so bene quello che avrei fatto in questi giorni: mi sarei riunito in consiglio comunale e solennemente, senza discorsi, con votazione unanime, avrei dichiarato che Catnzaro rinuncia al titolo di capoluogo. Ma si: se lo prendano pure i fratelli reggini che ci tengono tanto, che ne fanno una questione da assalire Bastiglie per farla trionfare, e sull’altare di questa loro rivendicazione immolano impianti ferroviari e buon senso…

«Nel Mezzogiormo rinunciare a questi vanti e a queste lamentele è ancora più difficile che essere capoluogo; ma non importa: la lezione di serietà. consapevolezza e di dignità, una dignità molto più alta che non quella che smania per certi primati e per certe onoreficenze, ci sarebbe stata, e sarebbe stata esemplare. Se ne sarebbe illuminato tutto il Mezzogiorno…
«La rinuncia che avremmo voluto e ancora speriamo, da Catanzaro avrebbe riscattato questa esplosione di rissosità municipale e avrebbe, essa sì, manifestato una civiltà e un civismo da additare alla riconoscente ammirazione di tutti gli italiani, compensando e forse annullando il discredito che le vicende di Reggio procurano a tutta la Calabria in Italia e a tutta l’Italia all’estero. Con la rinuncia di Catanzaro, Cosenza si terrebbe l’università con la quale è stata indennizzata del non essere scelta come capoluogo, e Reggio si terrebbe il capoluogo: ma Catanzaro conquisterebbe una cattedra di civismo di ben maggiore prestigio e diventerebbe il capoluogo morale della regione.
«E se no, dove andiamo a finire? Ad altre “giornate” di Catanzaro, se il governo la dà vinta alle bottiglie Molotov dei reggini? O alla già minacciata secessione di Reggio dalla regione Calabra per formare con Messina la regione dello Stretto con la possibilità di una rivolta di Messina che potrebbe voler essere lei il capoluogo della nuova regione?… O si cercherà di placare gli animi delle città deluse inventando tutta una serie di nuovi enti inutili da collocarvi?…».

Ore 17, Villa S. Giovanni, versante tirrenico. Trecento dimostranti tra cui molti giovani del luogo, si attestano davanti alla stazione. Di nuovo barricate e tentativi di blocco della linea ferroviaria che è presidiata da polizia carabinieri.
Un reparto della Celere riesce ad aggirare i dimostranti e cerca di abbattere le barricate. Alle 17,30, iniziano gli scontri: cariche, lacrimogeni, caroselli da parte della polizia; fitte sassaiole, anche dalle terrazze, la risposta dei dimostranti. L’attacco delle forze dell’ordine costringe i «commandos» a ritirarsi in piazza del Rosario, alla confluenza della via Nazionale.
Poco dopo, mentre le forze dell’ordine sono occupate a togliere le barricate, una «600» viene data alle fiamme e fatta scivolare lungo la strada in discesa al loro indirizzo dai dimostranti. L’utilitaria termina la sua corsa finendo contro alcune auto parcheggiate vicino a un distributore di benzina. La polizia riesce a spegnere le fiamme prima che queste si propaghino alle automobili vicine e al distributore.

Ore 17, Gambarie d’Aspromonte. 150 abitanti di S. Stefano occupano la sede del ripetitore della RAI-TV e chiedono al sig. Barberini, dirigente del centro, di interrompere i collegamenti con Roma. I programmi televisivi, per un largo raggio che comprende anche alcune città al di là dello Stretto, rimangono sospesi fino alle 21,30, ora in cui i dimostranti decidono, spontaneamente di lasciare il centro e far ritorno alle loro case.
Nessun danno al ripetitore né agli altri impianti, le trasmissioni riprendono regolarmente.

I Fatti di Gambarie d’Aspromonte: cosa avvenne il 21 luglio 1970 alla sede del ripetitore RAI

Ore 17,30, Reggio. Le strade delle città sono percorse da un pacifico corteo, formato da oltre cinquemila donne, con in testa il Sindaco. Il corteo parte da S. Caterina e, attraverso il Corso raggiunge piazza Duomo; da qui dietro-front per via T. Campanella e arrivo in piazza Italia. Lunga sosta davanti alla Prefettura. Il prefetto De Rossi, chiamato a viva voce dalla folla, si affaccia a una finestra del Palazzo del Governo e, servendosi di un megafono rassicura i reggini che i diritti della città non saranno calpestati, che si attendono di ora in ora notizie ufficiali dalla Capitale, dove è in corso una riunione dei quattro partiti del centrosinistra; aggiunge anche che è ormai scontato il rinvio « sine die » della riunione del Consiglio regionale fissata per oggi a Catanzaro.
Il Prefetto conclude promettendo il suo personale interessamento presso la Procura della Repubblica, affinché la posizione degli arrestati venga considerata con la massima comprensione. 1
Una delegazione formata dal Sindaco, dall’Arcivescovo, da sindacalisti, e da alcune donne, si fa ricevere dal Prefetto, al quale consegna, affinché lo trasmetta al Ministero degli Interni, il seguente ordine del giorno: «Le donne reggine, riunite in assemblea in piazza Italia, oggi 21 luglio 1970, consapevoli e coscienti che la più elementare giustizia assegna a Reggio, che dopo Napoli, Bari e Taranto, è la più importante città del mezzogiorno continentale, l’onere, l’onore, e il privilegio di essere per naturale destinazione la città capoluogo della istituita regione calabra; che con tale criterio sono state decise le città capoluogo delle altre regioni d’Italia; che la città, più volte tradita, è oggi nel giusto quando annette al rivendicato problema importanza vitale: addolorate per la dura e severa repressione, dall’alto disposta ed attuata dalle forze di polizia, nei confronti del popolo che rivendica il suo sacrosanto diritto non contestabile se non con la sopraffazione e con la legge del più forte; ancora fiduciose che da chi di competenza discenda un provvedimento conforme a giustizia; fanno voti affinché il Prefetto della provincia e della civica amministrazione intensifichi ogni lodevole sforzo sino al conseguimento del riconoscimento a Reggio di quanto, per leggenda, tradizione e storia le compete, di essere cioè il capoluogo della regione calabrese».

Commenta Francobaldo Chiocci su Il Tempo:
«Le donne, violentando ogni tradizione, che non è certamente quaggiù una tradizione matriarcale, hanno organizzato una chiassosa, pittoresca, arroventata “uscita… Non sono come le donne di Aristotele, scioperanti pacifiste e di alcova: sono, viceversa, più guerrafondaie e piazzaiole dei mariti. Tante Anita Garibaldi, tante Evita Peron, tante contessa Maffei… Una distinta signora, moglie di un ingegnere, al volante di una “Sprint”, con i capelli arruffati e gli occhi ardenti, spiegava oggi, mentre si apprestava a partire rombante: “Ho mandato sulle barricate la cameriera, figurarsi se non ci vado io!”».

Ore 19, Villa. La polizia carica i dimostranti disperdendoli, poi comincia l’opera di rimozione delle barricate che si protrae fino a tarda sera. Lievi incidenti. Il bilancio dell’ottava giornata di protesta è di venti fermati e numerosi contusi per i dimostranti e cinque feriti, ricoverati agli Ospedali Riuniti, tra le forze dell’ordine.

Così Gianfranco Franci su La Stampa:
«E’ stata, quella di oggi, una giornata vissuta nell’attesa delle decisioni che a Roma dovevano prendere i rappresentanti dei quattro partiti del centro-sinistra. Per ore e ore tutti. hanno aspettato, in un 
clima di forte tensione, la “sentenza politica” dalla quale, dopo 8 giorni, ci si augurava che venisse uno sbocco al vicolo cieco dal quale nessuno sa più come uscire ».

Franco Cipriani sul Roma:
«Perché è esplosa la “grande ira”?». « Per comprendere l’esplosione di violenza della gente di Reggio… è indispensabile illustrare la cause remote, oltre quelle prossime, che hanno fatto da lievito alla rabbia che si è mutata in furore».
E cominciamo dal 1908. Il 28 dicembre di quell’anno un terremoto catastrofico distrusse totalmente Reggio Calabria. Alcuni uffici regionali vennero trasferiti a Catanzaro. Reggio venne privata anche del comando di divisione, di un comando di brigata e di due reggimenti. Allorquando si trattò di creare una unità militare, si stabili di istituire a Cosenza il Centro addestramento reclute e un comando di zona affidato a un generale. Dovendosi creare la sede regionali della RAI, venne prescelta Cosenza. Dovendosi istituire l’Universita, si scelse Cosenza. Dovendo costruirsi un porto per superpetroliere si è deciso di realizzarlo ex novo a Sibari (provincia di Cosenza) dimenticando che a Reggio esiste un porto in costruzione da un secolo e che per completarlo occorrono due soli miliardi. Assegnati sette miliardi per l’aeroporto in Calabria, anzicché impiegarli per il completamento di quello già esistente a Reggio, si è pensato a costruire un aeroporto ex novo in provincia di Catanzaro. Dovendosi ubicare due grandi ospedali regionali, sono state prescelte le città di Cosenza e di Catanzaro. Dovendosi provvedere all’assegnazione di complessi industriali, la sede è stata decisa nella provincia di Catanzaro. Per il consiglio regionale, infine, è stata scelta Catanzaro. Dopo di che Reggio ha detto basta. Un pò violentemente, se vogliamo, ma lo ha detto. E continua a dirlo… ».

Franco Pierini su il Giorno:
«La tentazione di giudicare è forte, ma seguire il filone della cronaca della rivolta introvabile di Reggio forse è sufficiente. Esso passa per i soliti punti fermi del Sud: le amministrazioni, il municipalismo, le cliente politiche, i battuti delle elezioni, le categorie professionali, più corporative. E sulle barricate, i figli di mamma dei quartieri popolari.
«Quanto poi a chi sta dietro la sollevazione, siamo sempre fermi al “Gattopardo”: quante cose si debbono cambiare perché tutto resti come prima…
«Ora suonano tutte le campane di Reggio: la notte verrà dolce finalmente? Dietro le barricate si può morire ma anche ballare».