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I Moti di Reggio, 50 anni dopo – Il diario della rivolta, 19 luglio 1970: si placano le proteste e riaprono i negozi, ma i reggini attendono risposte a livello politico

Giorgio Lotti

I Moti di Reggio 50 anni dopo, lo speciale di StrettoWeb e il racconto del 19 luglio 1970: dopo cinque giorni di manifestazioni e scontri, le proteste dei reggini si placano. Qualche tafferuglio soltanto in serata alla stazione Lido

I cittadini di Reggio Calabria fermano le proteste dopo cinque giorni di pesanti scontri. In attesa di risposte dal Governo centrale, i negozi tornano a riaprire. Soltanto intorno alle ore 20.00 vengono date alle fiamme le strutture dello scalo ferroviario alla stazione Lido.  Riviviamo su StrettoWeb quei drammatici momenti grazie alla ricostruzione del libro “Buio a Reggio” scritto da Luigi MalafarinaFranco Bruno e Santo Strati nel 1972 e pubblicato da Parallelo 38.

Così Elio Fata su Il Mattino:
«Oggi si avrebbe voglia di parlarvi delle altre cose di questa città, di questo grande vetro azzurro che la divide da Messina dei suoi giardini d’aranci, del profumo di zagare. Stamane Reggio Calabria era soprattutto questo… Una città quasi miracolosamente spalancata sull’ottimismo, aperta al sorriso».

Sebastiano Vadalà su La Notte:
«Per la prima volta da quando è esplosa la ‘rivolta’ nella città dello stretto, la notte è trascorsa tranquillamente… Agli estremisti che hanno tentato di riattizzare il fuoco della rivolta è mancato l’appoggio della gran parte della popolazione. I reggini, comunque, non ‘smobilitano’: per evitare che la loro drammatica rivolta possa essere vanificata con una serie di inconcludenti colloqui a livello politico, si tengono pronti a ricominciare».

Alfonso Madeo sul Corriere della Sera:
«Qualche fischio in piazza del Duomo all’indirizzo di alcuni agenti in camionetta, qualche intemperanza sporadica con il ripristino di alcune barricate mobili e niente altro. Si stenta a crederlo, dopo cinque giorni di violenza popolare. Reggio è tornata a respirare aria di distensione, bisognosa di riflessione e di riposo».

Francobaldo Chiocci su Il Tempo:
«La gente è andata a messa oppure al mare, ha preso la ramazza in mano per spazzare i resti della battaglia, è scesa di nuovo sulle strade, ma non per innalzare barricate, bensì per fare la spesa nei negozi riaperti proprio nel giorno della chiusura festiva, dopo una settimana di saracinesche abbassate, di sciopero generale, di lutto cittadino, di ‘guerra santa’, anche se in cielo volteggiano ancora gli elicotteri».

Gli sbocchi a nord e a sud della città sono, però, ancora in mano ai dimostranti e le barricate non sono state rimosse.

Osserva Livio Pesce su Il Resto del Carlino:
«Tuttavia in centro passeggiavano ragazze in minigonna, famiglie ordinate e cittadini ansiosi di sapere, di commentare. Le edicole non hanno mai avuto tanti clienti che chiedono giornali del Sud e del Nord. Perché solo i giornali – va detto – hanno informato il pubblico delle drammatiche vicende che Reggio sta vivendo da sei giorni. L’assenza della radio e della televisione viene sempre più deprecata. Il signor Antonello Costantino, del ‘comitato di agitazione’, mi dice in tono sarcastico: ‘Ieri sera mio zio mi ha telefonato da Nuova York per chiedere cosa fosse successo qui. Aveva visto alla televisione americana corso Garibaldi sottosopra’. Altri lamentano che a Parigi c’è’ stata una trasmissione di mezz’ora, con immagini dal vivo, dedicata a Reggio Calabria, mentre alla televisione italiana uno speaker leggeva notizie inesatte e comunicati burocratici».

Ore 20 – Un gruppo di dimostranti invade la stazione Lido – quella incendiata – e dà fuoco ad alcune traversine. Le forze dell’ordine non intervengono e centinaia di persone, a passeggio sul Lungomare, assistono al falò. Il Questore, intanto, ha deciso di affidare ai Carabinieri la sorveglianza degli uffici pubblici e il mantenimento dell’ordine, tenendo acquartierati i reparti della Celere.

Così Sandro Osmani su Il Messaggero:
«Un capitano dell’arma così raccontava stamani che durante i disordini, mentre era impegnato in una scaramuccia a contatto con i rivoltosi, e volavano le pietre e le bombe lacrimogene, gli è caduta la pistola. È stato uno dei dimostranti a raccoglierla ed a restituirgliela, fuggendo verso i compagni per riprendere la lotta. Ai reparti impiegati per intere giornate ed in difficoltà per il rancio, gruppi di ragazze hanno portato cestini di viveri e bottiglie di Coca Cola senza certo pensare di tradire i fratelli impegnati sulle barricate. Una insospettabile cavalleria ha distinto i rivoltosi anche nelle giornate più calde. Si tenga conto che a Reggio come in tutta la Calabria, esiste il maggior numero di porto d’armi per fucile da caccia e pistole. Da queste armi non è partito un colpo neppure quando l’odio è traboccato dopo la morte del ferroviere.
«Rarissimi sono stati i saccheggi. Solo quando è andata in frantumi la vetrina di un negozio di banane, molti ragazzi hanno fatto una scorpacciata degli esotici frutti. Nei quartieri più miseri sono state divelte le tabelle della segnaletica stradale, incendiati gli autobus, ma le macchinette per la distribuzione delle sigarette hanno ancora tutti i vetri intatti e le ‘nazionali esportazione’ sono tutte al loro posto. Alla stazione lido sono state date alle fiamme le strutture dello scalo ferroviario, ma sono stati risparmiati i libri della rivendita. Nelle cabine telefoniche stradali sono stati infranti i cristalli e strappati i fili, ma gli apparecchi muti nessuno se li è portati via. Una rivolta davvero singolare, dunque, nella quale tutte le forme di scontento, per qualsiasi ragione si sono sommate, senza che nessuna prevalesse ed hanno giocato un loro ruolo, ognuna per proprio conto, in un amalgama di solito difficile a realizzarsi».

Alfonso Madeo sul Corriere della Sera:
«Le motivazioni stesse dell’esplosione collerica, sorpassando il dato campanilistico e rivendicativo relativo alla questione del capoluogo, attingono a una realtà ormai radicalizzata di delusioni, di inquietudini rabbie, frustrazioni, diffidenze, disinformazioni: alla realtà di una Calabria depressa, mortificata, spogliata, immiserita e pur capace di orgoglio e dignità».