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I Moti di Reggio: Il Giornale dedica uno speciale e svela il retroscena del “mistero delle due spie”

Il Giornale ha dedicato importante spazio ai Moti di Reggio: il giornalista reggino Felice Manti ha raccontato i fatti di quell’estate 1970 e svelato il “mistero delle due spie”

“Gente che protesta, picchetti e blocchi stradali contro il governo, blocco degli sbarchi, militari a riportare l’ordine pubblico. Sono passati 50 anni dai moti di Reggio Calabria e lo Stato non ha imparato niente”. E’ così che scrive il giornalista reggino Felice Manti, il cui articolo è stato pubblicato questa mattina con grande risalto sul quotidiano Il Giornale. In memoria dei Moti di Reggio, ha raccontato le tensioni di quella calda estate del 1970: “La rivolta nacque spontaneamente il 14 luglio del 1970 contro la decisione di spostare a Catanzaro – perché sede di Corte d’Appello – il capoluogo regionale. Dannunziano fu lo slogan della rivolta reggina, «Boia chi molla», il Msi con Ciccio Franco e Natino Aloi ci mise il volto, la ‘ndrangheta si mise in mezzo per sabotarne gli esiti e ci riuscì. L’accordo contro la città firmato al ristorante «La Vigna dei Cardinali» a Roma dai politici di Catanzaro e Cosenza, Riccardo Misasi (ministro Dc), Ernesto Pucci (sottosegretario) e Giacomo Mancini (allora segretario Psi), avrebbe risarcito Cosenza con l’università e Reggio Calabria con l’illusoria promessa del «pacchetto Colombo»: il Quinto polo siderurgico (mai partito) e della Liquichimica di Saline Jonica (costruita ma mai entrata in funzione)”.

La Rivolta di Reggio Calabria lasciò un segno indelebile nella storia del Meridione e dell’Italia intera, Manti infatti riporta: “Fu una scintilla di rabbia spontanea, scritta con l’inchiostro rosso e nero della strategia della tensione e accesa nello stagno incendiario degli anni Settanta, l’unica rivolta civile scoppiata nell’Europa dell’Ovest. Alla fine i morti ufficiali saranno tre civili e due agenti. Ai quali vanno aggiunti i cinque «anarchici della Baracca» morti il 26 settembre 1970 in un misterioso incidente stradale mentre viaggiavano per Roma con in mano (si dice) le prove di una pista eversiva dietro la bomba sul treno Freccia del Sud di Gioia Tauro, come racconta Fabio Cuzzola nel documentato libro Cinque anarchici (Castelvecchi). Nel 1993 i pentiti di ‘ndrangheta Giacomo Lauro e Carmine Dominici dissero al giudice istruttore milanese Guido Salvini che «quelle morti erano figlie di una convergenza tra ambienti di estrema destra e cosche». La guerra civile fu scongiurata solo grazie al coraggio di due uomini. Uno sbirro e un prete. Nella notte del 17 dicembre 1970 – con il placet del questore Emilio Santillo – l’arcivescovo di Reggio Giovanni Ferro grazie a un passaparola chiese alle centinaia di persone che avevano svaligiato un’armeria di riporre le armi sul sagrato di una chiesa. Uno «sgarro» che mezza città non gli perdonò, tanto che qualche mese dopo nell’ex «Repubblica di Sbarre», uno dei quartieri feudo della rivolta insieme a Santa Caterina, qualcuno gli lanciò delle monetine in faccia”.

Manti infine ha svelato anche il retroscena del “mistero delle due spie”. Una testimonianza, quella riportata dal giornalista, che spiega il ruolo decisivo nella trattativa tra lo Stato e la città che ebbero anche due donne, di cui ancora oggi si sa in realtà pochissimo. “Una si chiamava Wanda C – racconta Manti – , e si uccise con la pistola d’ordinanza del fidanzato carabiniere della figlia, non prima di aver sparato al marito. Colpevole probabilmente di aver scoperto il vero perché dei suoi viaggi tra Reggio e Roma, grazie alla carta d’identità della donna, smarrita in una pensione dalle parti del Viminale. «Era un’informatrice, una delle tante di cui Santillo si serviva per comunicare con Roma. Sapeva di essere seguito e pedinato», rivela al Giornale una fonte che ha ricostruito la delicatissima vicenda. Ma perché Santillo sarebbe stato pedinato? E da chi? «’Ndrangheta, 007… che differenza fa?». Ancora avvolta nel mistero il ruolo dell’altra donna, «anche lei pedina di Santillo», trovata morta sotto uno dei balconi del suo palazzo che dà sulla Via Marina. In rotta con il marito, notabile della città e proveniente da una storica famiglia di riscossori, avrebbe avuto una liason con un giudice che secondo la ricostruzione l’avrebbe dovuta aiutare a rifarsi una vita. «Non si sarebbe mai uccisa». Due pedine inghiottite dall’ennesima notte buia della Repubblica”.