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Conte, il Recovery Fund e i gomiti d’Europa

L’avventura europea del presidente Conte, la vera natura del Recovery Fund: i gomiti d’Europa

Anche quest’anno, nonostante il rinvio del Tour de France, gl’italiani hanno potuto seguire a luglio un tour, quello del presidente Conte da Madrid a l’Aja passando per Venezia, a Berlino: ma è mancato un Bartali, un Pantani, un Nibali che potesse suscitarne gli entusiasmi.

Conte s’è visto negare a L’Aja anche un solo centesimo di quelle decine di miliardi che s’aspettava mentre a Berlino la Merkel gli ha detto che gli faranno le pulci sulle spese perché lo strumento del Recovery fund “è una via mai vista prima“, “da garantire attraverso la Commissione“. L’avvocato del popolo – che dalla Merkel ha anche ottenuto la qualifica di ‘proattivo’ – se l’è cavata proclamando che, se accettava il controllo UE per impedire un uso ‘arbitrario’ delle risorse, mai avrebbe sopportato limitazioni alla ‘discrezionalità’: “sono deciso a non cedere su nulla” ma possiamo scommettere che è pronto a cedere su tutto.

La tappa finale è stata il Consiglio dei ministri Ue del 17-21 luglio, per ratificare il piano Next generation EU con i suoi 750 miliardi di cui 500 a fondo perduto e 250 di prestiti, proposto dalla Commissione della von der Lyen, però non ha avuto nulla a vedere con l’ultima tappa del tour de France che si conclude trionfalmente al Parco dei Principi o agli Champs Élisées.

Abbiamo visto i capi dei governi europei fare a gomitate: per salutarsi, hanno detto, seguendo la moda – alquanto antipatica – lanciata da Conte a villa Pamphilj ma, in realtà, le gomitate erano vere e proprie mazzate.

Il Consiglio si è svolto nella tensione tra chi aspirava al ‘fondo perduto’ e chi, invece, non era disposto a rischiare nemmeno un centesimo indebitandosi per i destinatari del ‘fondo perduto’. La tensione e il risultato si spiegano benissimo con il fatto che rimane ancora irrisolta la questione di fondo: da dove caverà le risorse la Commissione UE e chi avrà i poteri di controllo su di esse. Del resto questa era stata la conclusione del Consiglio del 19 giugno scorso che aveva visto la forte resistenza di molti stati contro l’idea della concessione di sovvenzioni a fondo perduto da finanziare con debito comune, tagli di bilancio e nuove tasse e già il rinvio a metà luglio di ogni decisione non prometteva niente di buono.

Solo il Presidente Conte si disse allora fiducioso che quella resistenza sarebbe stata superata e convinto che, se «la Commissione europea e la Bce non hanno mancato l’appuntamento con la Storia», ora il Consiglio Europeo sarà «all’altezza della sfida e a dare un segnale politico forte». Lui, che è un maestro del compromesso anzi del cambio delle carte in tavola, disse pure che non gli «piace la formula ‘compromesso’» e che preferisce che «si lavori per una ‘decisione politica ambiziosa’ … perché noi non stiamo lavorando solo per preservare il mercato unico e i nostri interessi comuni; stiamo lavorando per difendere i nostri valori e per assicurare un futuro alle nuove generazioni».

Il presidente del consiglio non si è stancato di ripetere questi alti concetti anche il 17/18 luglio a Bruxelles: «Bisogna dire sì subito al Recovery Fund, è importante che la risposta sia all’altezza dell’Ue: sono in gioco i valori e gli interessi comuni, il rischio è la completa distruzione del mercato unico, la frammentazione … introdurre condizionalità troppo rigorose non è interesse di nessuno, nemmeno dei Paesi che non ne beneficeranno perché meno colpiti da pandemia o ben resilienti … sarebbe follia».

Belle parole, come al solito, cui si erano aggiunte dopo il 19 giugno anche quelle di Sassoli, Presidente del Parlamento europeo, che ha addirittura minacciato di non accettare alcun passo indietro rispetto al piano della Commissione.

Si sentirono anche dichiarazioni roboanti come quella del commissario Gentiloni, che parlò di fatto storico a proposito del Next generation EU o dichiarazioni ‘ingannevoli’ come quella di Gozi, pdino ma europarlamentare suddito macroniano – «Con il piano presentato dalla presidente Ursula Von der Leyen, possiamo considerare la giornata di oggi come il vero inizio della legislatura del cambiamento. I 172,7 miliardi del fondo destinati all’Italia, a fronte dei 38,7 della Francia e i 28,8 della Germania, sono anche la migliore risposta a quei sovranisti e neo-nazionalisti italiani che non perdono occasione per attaccare l’Ue, che auspicano l’uscita del nostro Paese e che parlano di Europa a trazione franco-tedesca» – o l’annuncio del «ritorno dello spirito di Schuman» dato dal presidente dei Popolari al Parlamento europeo, il tedesco Manfred Weber.

La realtà è stata subito rivelata dal successivo ammonimento lanciato dallo stesso Weber su come spendere i soldi e sulle riforme che gli Stati dovranno apportare come condizione per averli: «Non voglio vedere una Unione indebitata ma ora è necessario investire; il punto per noi è come si investe».

L’olandese Rutte si è incaricato di esplicitare questa preoccupazione tedesca e ha posto la questione del controllo da affidare al Consiglio europeo, anziché alla Commissione, con il supplemento del diritto di veto che ciascuno stato potrebbe esercitare sulla erogazione dei fondi a quegli stati che non eseguissero fedelmente i piani e le riforme presentati e approvati in Europa: il povero Rutte voleva garanzie e ottenere un controllo serio sulla destinazione delle risorse ottenute dai singoli stati perché teme che possano essere dilapidate in spesa corrente o da quella sorta di ebbrezza nazionalizzatrice esplosa ora in Italia mettendo a rischio il risparmio di quegli ignari italiani che lo hanno affidato alla Cassa Depositi e prestiti, chiamata a donare il suo sangue a tutti, dall’Alitalia alle Autostrade. Francamente non gli si può dare torto.

Purtroppo la pandemia ha vanificato una delle regole veramente positive e utili stabilite dall’UE – il divieto degli aiuti di stato alle imprese – che, per qualche tempo ci aveva posto al riparo dai danni che fa lo Stato imprenditore. La Commissione europea ha anche deciso di sospendere le clausole di salvaguardia poste a custodia dell’equilibrio di bilancio ma sarebbe oggi un errore che, in Italia, si pensi di liberarsi del macigno di Tantalo del debito con la bacchetta magica degli ‘eurobond’: siamo certi che tutto questo porterà l’Italia a un indebitamento sempre crescente quando invece sarebbe necessario progettare, se non avviare, la sua riduzione che si può ottenere soltanto con una crescita duratura del PIL, non con forme di finanziamento che decurtino la ricchezza nazionale, cioè inasprimenti della tassazione, già asperrima, con patrimoniali o con contributi (ma che non sono altro che ‘patrimoniali’ sotto mentite spoglie).

Tra gomitate e mazzate, il Consiglio europeo ha finalmente raggiunto un accordo che, pur limando abbondantemente le somme generosamente ipotizzate dalla Commissione e stabilendo i criteri rigorosi di controllo – chiesti dai ‘frugali’ – sui programmi e sulla loro attuazione, salva i 750 miliardi del Recovery, anche se i 500 miliardi a fondo perduto si riducono a 390 mentre i prestiti diventano 360 su spinta dei “frugali”, che ottengono anche un aumento dei loro rebates, gli sconti ai versamenti al Bilancio comune 2021-2027.

Dunque, non è tempo di trionfalismi e di svolte epocali; è bene non farsi illusioni sul piano Next generation EU e passare dalla poesia alla prosa: dei circa 81 miliardi a fondo perduto che toccherebbero all’Italia, al netto dei 50 che si dovrebbero versare per costituire il fondo con contributi diretti e nuove tasse sia pure europee (‘Emission trading scheme’, ‘carbon border tax’, ‘tasse sulle multinazionali digitali’, ‘plastic tax’, etc, senza dimenticare che, nel prossimo bilancio settennale europeo, si prevede una forte riduzione delle quote tradizionalmente destinate all’Italia per esempio nel settore agricolo), in realtà se ne avrebbero solo 30 mentre i 127 di prestiti dovrebbero essere garantiti e restituiti dall’Italia in 30 anni: dunque a rimborsare il debito non sarà l’UE ma ciascuno stato secondo quanto avrà ricevuto.

Certo, sempre una bella cifra ma anche molto fumo negli occhi perché si diceva 87 ma erano 37 ora si dice 81 ma sono solo 30 e, in più, avremo a che fare con un debito dello Stato cresciuto di un centinaio di miliardi. Il tutto sarà disponibile tra diversi mesi, speriamo non a ‘babbo morto’.

Chi invoca un nuovo Piano Marshall per la ricostruzione deve ricordare che, nel 1949, i capitali a fondo perduto vennero motu proprio dall’esterno, dagli Stati Uniti; un piano europeo di ricostruzione deve invece essere finanziato dagli europei. Quello che allora fu il ruolo degli Stati Uniti oggi nessuno può assumerlo né pensiamo o vogliamo che possa assumerlo la Germania perché, se ciò avvenisse, sarebbe compromessa la possibilità di sviluppo di una vera Unione, tuttalpiù avremmo un lebensraum tedesco.

Che hanno fatto i Sassoli e i Conte che minacciavano di non accettare alcun compromesso al ribasso?

Lo hanno accettato!

E aggiungo che non potevano fare altrimenti; che le loro minacce – di porre fine ai paradisi fiscali offerti da alcuni stati europei tra cui l’Olanda o di fare un accordo separato escludendo l’Olanda o di non fare approvare dal Parlamento europeo l’accordo a stento raggiunto o, infine di ricorrere alla Corte di Giustizia europea – erano soltanto una boutade, un guaito a fini propagandistici a meno che non pensassero veramente di abolire il principio fondamentale in ogni federazione – e l’Europa non lo è nemmeno lontanamente – cioè l’autonomia dei sistemi fiscali statali o di cacciare l’Olanda e qualche altro membro dall’UE: né si può immaginare che la cosiddetta ‘unione fiscale’ di cui parlano i nostri governanti possa essere fatta al rialzo, cioè portando tutti i paesi dell’Unione al grado di pressione e di farraginosità fiscale di cui godiamo in Italia.

Ciò che non compariva nella proposta della Commissione e che, pour cause, non compare nel compromesso raggiunto dal Consiglio dei capi di governo, è il debito comune in capo all’Unione Europea; insomma, il debito alla Hamilton, il quale non solo stabilì negli Stati Uniti d’America il debito pubblico federale ma, addirittura, lo fece accollando al governo federale i debiti di guerra pregressi dei singoli stati: la nuova politica economica europea non si potrà avere, infatti, se prima non saranno state fatte le necessarie riforme politico-costituzionali dell’UE, che non sono quella indicata da Romano Prodi, il quale pensa che basti abolire la regola dell’unanimità per le decisioni del Consiglio Europeo.

Una tale regola non potrà essere messa da parte fino a quando l’UE rimarrà poco più che uno zollverein: rispetto alle finalità d’integrazione economica e sociale previste dai trattati costitutivi dell’Unione, mentre è evidente una certa “invadenza” delle istituzioni europee che tutto regolano in Europa, ciò che soprattutto manca è una guida politica.

La riforma necessaria sarebbe l’istituzione di un governo centrale europeo democratico con la divisione delle competenze tra l’Unione e gli Stati, senza la quale non potrà essere evitato l’errore commesso quando fu istituita la moneta unica: si dovranno avere un vero bilancio comunitario, fondato su un potere impositivo diretto; una BCE con funzioni di vera banca centrale; un’allocazione delle risorse in funzione delle competenze del governo centrale: politica estera, difesa, commercio interstatatale, commercio estero e, soprattutto, politica monetaria e fiscale, e internal improvements.

Ma siamo molto lontani dal porre queste basi politico-costituzionali che facciano dell’UE una ‘più perfetta unione’: oggi possiamo solo chiedere aiuti e non si può minacciare chi non volesse darli.

Giuseppe Buttà