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Il direttore del Covid Hospital di Messina dott. Versace a StrettoWeb: “ormai il Coronavirus si è disintegrato, e sappiamo anche il motivo. Da noi metodo opposto alla Lombardia”

L’ambiguità di questi giorni, il fatto che nessuno rispetti più le regole mi ha portato a vedere in prima persona che non c’è stato nemmeno un contagio. Quindi ritengo che ormai il virus si sia disgregato

È la fine del febbraio 2020, in tutto il mondo cominciano ad essere diffuse le notizie relative alle prime vittime del covid-19 e da lì ad una decina di giorni l’OMS classificherà il dilagare del nuovo coronavirus come pandemia.

In quel frangente l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico G. Martino crea un’unità di crisi per iniziare a predisporre mezzi e procedure utili ad affrontare l’eventualità di una emergenza infettivologica sul territorio. Dell’unità di crisi fa parte tutta la direzione sanitaria ed al suo interno c’è anche il Dr. Antonio Versace, in qualità di team leader del gruppo sul sovraffollamento del pronto soccorso del Policlinico, nonché presidente regionale della SIMEU (Società Italiana Medicina d’Emergenza Urgenza).

L’unità di crisi, puntando sul vantaggio offerto dalla struttura a padiglioni del Policlinico, che consente di separare gli ambienti e ridurre le possibilità di contagio rispetto ai nosocomi “monoblocco”, stabilisce di fare del padiglione H un edificio esclusivamente dedicato alla gestione della crisi covid e di conferire al Dr. Versace l’incarico di dirigerlo. Nasce così il Covid Hospital di Messina.

L’organizzazione del Covid Hospital

Nel momento in cui mi è stata data carta bianca per costruire la squadra per affrontare questa emergenza è stato molto complicato – ci racconta il dottor Antonio Versace. Nella vita o si nasce lenti o si nasce rock, come diceva Celentano, e non è possibile far fare a chi nasce lento cose che non fanno parte del loro DNA. Non nascondo di avere ancora la pelle d’oca a ripensarci: quando sono cominciati ad arrivare i primi pazienti noi ancora non processavamo i tamponi, venivano elaborati al Papardo o al Cannizzaro di Catania ed i tempi erano più lunghi. Da quando inviavamo il tampone a quando ricevevamo il risultato a volte passavano dalle 12 alle 24 ore, dipendeva molto dal carico di lavoro che avevano le due strutture. Ma quelli che nascono rock hanno una marcia in più e siamo riusciti ad andare avanti”.

Successivamente, tra un pomeriggio e una mattina, quando sono scoppiati i due focolai del Neurolesi e della casa di cura Come D’Incanto abbiamo avuto un improvviso exploit di casi e abbiamo dovuto attivare il secondo, il quinto ed il sesto piano del padiglione H. Al terzo era già stato programmato, per una mia intuizione, un piano dedicato alle reti tempo dipendenti, quelle destinate ad affrontare le patologie che necessitano di massima urgenza per essere trattate, come nel caso dell’infarto del miocardio. Eravamo anche organizzati per fare la dialisi. Il Policlinico di Messina è stato l’unico ospedale ad avere posti riservati ai pazienti covid che rientravano nelle reti tempo dipendenti, trovo che sia stato un traguardo molto importante“.

Più in generale l’organizzazione prevedeva che al piano terra del padiglione H si effettuasse il triage infettivologico che nelle fasi iniziali si effettuava presso il padiglione E, sopra il pronto soccorso ordinario. I pazienti che arrivavano con sintomi compatibili con il covid facevano gli esami e a tampone positivo venivano spostati al 1, 2 o 6 piano in base all’intensità di cura che richiedeva la loro condizione. Dopo il primo mese e mezzo quando le infezioni sono scemate ma continuavano ad arrivare pazienti con la febbre abbiamo creato accanto al triage infettivologico un’area grigia, ad alata intensità di cura, dove i pazienti venivano trattati fino a prova contraria come infetti da covid. Si facevano 3 tamponi e dopo i risultati, se venivano escluse le malattie infettivologiche venivano dimessi“.

Il Team

Come era composto il team?

Il team è nato partendo da un gruppo di medici interni all’azienda. Venivano da allergologia, neurologia, dermatologia, ovviamente pneumologi ed infettivologi, una collega di reumatologa, un ematologo. C’erano praticamente tutte le specialità.
Questa è stata una scelta ben precisa perché la mia visione di medicina ad alta intensità di cura è subordinata al fatto che il team che se ne occupa debba essere multidisciplinare e avere le competenze per fare tutto quello che serve. Il nostro team era indipendente e non abbiamo avuto necessità di chiedere consulenze se non per i pazienti chirurgici, che una volta ricevuta la diagnosi al padiglione H, venivano poi spostati al padiglione E, che ho gestito per quanto riguarda l’aspetto covid, dove venivano sottoposti all’eventuale operazione”.

Ma il valore aggiunto è stato offerto dagli ulteriori contratti che siamo stati messi nelle condizioni di poter sottoscrivere. Questo grazie alla Regione, al Magnifico Rettore, al Direttore Amministrativo ed al Direttore Generale Laganga. Abbiamo potuto utilizzare gli specializzandi di medicina interna del 4 e 5 anno, quelli di malattie infettive e respiratorie del 5 anno e i neospecialisti. Giovani volenterosi che ci hanno dato la forza di iniziare grazie al loro approccio fresco e alle loro competenze“.

Il rapporto con il paziente e con le famiglie

Deve essere difficile creare empatia con i pazienti sotto strati e strati di dispositivi di protezione individuale. Come siete riusciti a superare quest’ostacolo?

Il rito della vestizione e della svestizione era fondamentale. Abbiamo fatto dei training specifici e sono convinto sia stata la forte attenzione su questo aspetto a consentirci di essere tra i centri covid con meno infezioni in Italia. Abbiamo avuto solo 3 casi relativi a tre ausiliari.
Detto ciò l’empatia che si è creata all’interno del gruppo ha svolto un ruolo fondamentale sotto il profilo umano e ritengo sia stata una delle chiavi del nostro successo. Anche tra di noi era possibile stabilire un contatto praticamente solo attraverso gli occhi, ma siamo riusciti a farlo e a creare un grandissimo affiatamento all’interno del team che a sua volta è riuscito a trasmetterlo ai pazienti. Per questo motivo ho deciso di non modificare la squadra fino alla fine di questa esperienza nonostante le numerose richieste che sono arrivate in corso d’opera. Erano troppo perfetti
“.

Oltre ai medici, peraltro, sono stati assunti tramite graduatoria e a tempo indeterminato anche molti ausiliari, Oss e infermieri. Sono stati loro a darci l’input giusto per la gestione del paziente. Si pensi al caso dei pazienti arrivati dal Neurolesi, ad esempio tetraplegici, queste figure professionali dovevano letteralmente abbracciare i pazienti per provvedere alle loro necessità sotto il profilo assistenziale, come il trattamento delle piaghe da decubito. Vedere queste persone catapultarsi su di loro con così tanta umanità ci ha aiutato a rompere ogni indugio e relazionarci in maniera ancora più diretta con i pazienti. Da un lato abbiamo curato la malattia, ma dall’altro abbiamo dato molta enfasi alla cura della persona. Si parlava con chi era possibile parlare, si scherzava e con il passare del tempo ci siamo accorti che in alcuni casi una parola in più aveva un effetto migliore di una flebo o di una compressa“.

Abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere fare anche per cercare di garantire il maggior contatto possibile tra i pazienti e le loro famiglie. Questo era uno degli aspetti psicologicamente più difficili da gestire. Nel momento in cui i pazienti arrivavano al triage infettivologico salutavano i parenti e noi ci rendevamo conto che non era facile preventivare quando si sarebbero rivisti o, nei casi più gravi, se si sarebbero mai rivisti. Per questo motivo non c’è stato giorno senza che il Professore Nicocia telefonasse ad una delle oltre 190 famiglie dei ricoverati per dare notizie sulle condizioni dei loro cari. C’era anche un link sul sito del Policlinico dove i parenti si potevano registrare lasciando un numero e se c’era la possibilità si facevano anche delle videochiamate per consentire ai ricoverati di rivedere le proprie famiglie. Ciononostante quando si verificavano dei decessi l’aspetto più doloroso era proprio immedesimarsi nelle famiglie che non avevano nemmeno la possibilità di rivedere per l’ultima volta i loro cari”.

C’era paura nell’approcciarsi al paziente?

All’inizio no, non si sapeva niente su questo virus. Quando la situazione si è manifestata in tutta la sua drammaticità nel resto d’Italia la percezione è cambiata. Io ho lavorato a Piacenza per 3 anni e quando ho visto davanti alla sala di cremazione 40 bare ho iniziato a pensare veramente che stessimo rischiando la vita. Però a quel punto noi eravamo già molto avanti, avevamo avuto modo di verificare l’affidabilità delle procedure che avevamo adottato ed è stato più facile andare avanti”.

Come sono cambiate le vostre vite durante la crisi?

Molti di noi hanno dovuto abbandonare le famiglie per salvaguardarle, nonostante non fossimo obbligati. Io non ho visto i miei genitori che sono anziani per circa 90 giorni. Ad oggi li ho visti una volta sola, anche se ritengo che attualmente si possa dire che siamo abbondantemente usciti da questa crisi. Molti hanno affittato degli appartamenti anche grazie all’aiuto del Rettore che ha dato a chi era impegnato in questa battaglia la possibilità di alloggiare in dei residence convenzionati. Abbiamo ottenuto molto sostegno dal Rettore come dalla protezione civile, in termini di materiale ricevuto e di assistenza generica, l’organizzazione è stata perfetta“.

Il Sistema Messina

Nelle fasi embrionali della crisi c’era un forte apprensione rispetto a come avrebbero potuto reagire le strutture sanitarie del Sud al diffondersi del contagio. Come valuta la risposta del nostro sistema sanitario?

Mi verrebbe da dire che tutto il sistema Messina, ma anche il sistema Sicilia, si è fatto trovare preparato. In Lombardia il problema è stato sul territorio, hanno lasciato a casa pazienti che hanno sviluppato complicazioni e che quando tornavano in ospedale presentavano condizioni cliniche troppo gravi per intervenire in maniera risolutiva. Anche la decisione di trasferire i pazienti positivi nelle RSA ha contribuito ad aggravare la diffusione del contagio.
Noi abbiamo utilizzato una strategia opposta a quella adottata dalla Lombardia. Mentre loro mandavano tutti in periferia noi abbiamo accentrato tutto. Tutto ciò che riguardava il covid veniva affrontato all’interno del Policlinico. Noi ci siamo presi tutti, se il tampone era positivo il paziente veniva portato al Covid Hospital. Ad un certo punto siamo arrivati a 112 pazienti“.

Avete temuto che le strutture si potessero saturare?

Quando abbiamo avuto il massimo dei pazienti avevamo ancora 10 posti liberi, era un momento in cui si sudava parecchio, ma già cominciavano ad esserci i primi tamponi negativi, le prime dimissioni, poi è arrivato il momento della svolta in cui in 4 giorni abbiamo dimesso tra le 35 e le 40 persone in 4 giorni. Là abbiamo capito che la situazione si stava stabilizzando“.

C’è stata un’evoluzione nell’approccio terapeutico?

All’inizio l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ci dava delle indicazioni quotidiane sulle terapie consigliate e le abbiamo seguite anche noi. Successivamente abbiamo visto che queste terapie avevano degli effetti collaterali importanti, soprattutto a seguito delle prime autopsie, che poi il ministero ha vietato, che dimostravano come i primi pazienti morti di covid presentassero trombosi estese che erano la causa vera e propria dei decessi. Uno dei farmaci utilizzati poteva avere tra gli effetti collaterali le trombosi. A quel punto abbiamo deciso su nostra iniziativa di sospendere queste terapie e trattare i pazienti in base a quella che era la sintomatologia soggettiva ed in base alle sue evoluzioni. Ritengo che il modello Messina andrebbe studiato e che una dei suoi punti di forza sia stato proprio la nostra capacità di garantire cure d’intensità appropriata sulla base delle caratteristiche specifiche di ogni paziente. Un ruolo importante è stato giocato anche dall’approccio alla base da parte del sindaco che ha tenuto la gente in casa nel momento in cui il virus era particolarmente aggressivo“.

Il virus per come lo conosciamo oggi

Caldo e clima hanno effetto sulla carica virale del Sars-Cov-2?

Io ritengo di no, in Brasile che ha un clima-caldo umido come il nostro ci sono centinaia di morti al giorno.

La carica virale è sempre la stessa forse siamo noi che reagiamo in maniera diversa. Con la primavera e l’estate, non con il caldo, il nostro organismo si modifica, si modificano le alte vie aree, l’umore è diverso e da un punto di vista neuro-ormonale siamo diversi pure noi, le difese immunitarie sono molto più alte e siamo meno soggetti a contrarre malattie virali“.

In città si è aperto un dibattito sulla presunta mancanza di disciplina da parte dei cittadini una volta decadute la maggior parte delle limitazioni alla libertà personale. Stiamo abbassando troppo la guardia?

Trovo che il sindaco abbia abbassato la guardia su questo tema e che questo abbia consentito ad alcuni di mettere in atto atteggiamenti spregiudicati.
Io la mascherina non la tolgo mai, solo in casa. Passeggiando con le mie figlie sabato pomeriggio ho notato che il 50% delle persone girava senza mascherina. Lo trovo sbagliato per principio: se l’obiettivo è evitare il contagio allora dobbiamo tenere la mascherina. La logica non dev’essere quella di sperare che il virus non ci contagi ma agire in maniera attiva per evitarlo e per fare ciò dobbiamo lavarci le mani spesso e tenere la mascherina, che è la cosa più importante“.

Le critiche

Apriamo una parentesi sui tamponi, molti cittadini che ne hanno fatto richiesta contattando privatamente l’Asp hanno lamentato tempistiche eccessivamente lunghe. Voi avete elaborato una scala di priorità nell’effettuare i tamponi?

Assolutamente no, eravamo in piena pandemia ed erano saltati tutti i criteri, i pazienti che arrivavano con sintomi febbrili o comunque compatibili con il Covid venivano sottoposti a tampone. Dettò ciò è innegabile che ci siano stati problemi organizzativi ed un segnale in questa direzione è stato dato dalla necessità di nominare il nostro Direttore Generale Commissario per tutta la Provincia di Messina. Il Policlinico si è fatto carico dei problemi di tutti, dalle cliniche di private alle case di cura. In questo caso parlo da rappresentante della SIMEU e quindi da portavoce dei medici di pronto soccorso. Ci sono strutture ospedaliere con dei pronto soccorso sottodimensionati, a fronte di reparti di terapia intensiva semi vuoti, dove gli operatori non hanno gli spazi per tenere separati coloro i quali sono in attesa dei risultati del tampone necessari per essere ricoverati da quelli che si trovano lì per altri motivi e questa promiscuità è rischiosa“.

Quale potrebbe essere la soluzione?

Un reparto di medicina interna che ha la necessità di ricoverare un paziente dovrebbe essere messo nelle condizioni di poterlo chiamare, metterlo in un’area grigia destinata ai pazienti che devono essere ricoverati e poi immetterli nel sistema una volta ricevuto il risultato del tampone. Noi al momento stiamo operando in questo modo e il metodo sta funzionando“.

Uno sguardo al futuro

La chiusura del Covid Hospital potrebbe rappresentare un problema nel caso in cui si ripresentasse una crisi sanitaria analoga?

Il Policlinico ha ottenuto un finanziamento da 80 milioni di euro per fare del padiglione C un piccolo Spallanzani. Tutto ciò che riguarderà le malattie infettive, respiratorie, la relativa terapia intensiva, sub-intensiva e la degenza verrà trattato all’interno del padiglione C. Quindi se ci dovesse essere un’altra pandemia verrà trattata e gestita direttamente presso un ospedale dedicato“.

Lei teme una recrudescenza del fenomeno durante il periodo autunnale?

No. L’ambiguità di questi giorni, il fatto che nessuno rispetti più le regole mi ha portato a vedere in prima persona che non c’è stato nemmeno un contagio. Quindi ritengo che ormai il virus, come è successo per la Sars, si sia disgregato. Se è vero che è stato costruito in laboratorio come vaccino per l’Hiv, come starebbero confermando fonti autorevoli in tema di virologia e malattie infettive, nel momento in cui il genoma si divide e comincia ad incrociarsi in modo diverso diventa più banale“.

C’è stato durante l’evolversi della crisi un evento a cui ripensa con piacere?

La dimissione della nonnina centenaria è stata una bella iniezione di fiducia. La pratica ha dimostrato che il virus attecchisce in maniera diversa sulla base del fenotipo umano. Sicuramente la nonnina che ha compiuto cento anni all’interno del nostro reparto e che poi è stata dimessa, illesa, avrà incontrato durante la sua vita un virus simile. Ma questo è accaduto in un momento in cui noi operatori eravamo mentalmente in difficoltà, eravamo esposti a un pericolo che all’epoca non era ben definito e questa è stata una bellissima iniezione di fiducia“.

Messina, il Coronavirus raccontato da chi lo ha vissuto: la Dott.ssa Elena Andò in servizio al Covid Hospital ai microfoni di StrettoWeb [INTERVISTA]