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Un ‘capo’ per il partito scalfariano

conte

Eugenio Scalfari ha finalmente trovato il capo per il suo partito, il cosiddetto partito ‘scalfariano’ che, per costruire una maggioranza alla ‘sinistra’ a partire dagli anni ’70, predicò la confluenza della DC secolarizzata, «specchio della borghesia edonista, con un comunismo depurato dal fideismo rivoluzionario» e che ora, sempre perseguendo la costruzione di una maggioranza per la ‘sinistra’, sostituisce, mutatis mutandis e fermo restando l’appello all’unità contro le destre, il M5S alla DC e il PD al PCI.

Un capo che Scalfari, in un suo editoriale apparso sulla ‘Repubblica’ del 3 maggio, non ha esitato a mettere sullo stesso piano del Conte di Cavour.
Per la verità anche noi, nel nostro piccolo, l’avevamo fatto sia pure giocando sul titolo nobiliare di Camillo Benso e sul nome, piccolo borghese, dell’attuale Presidente del Consiglio, Conte di Volturara Appula; l’avevamo fatto per segnalare l’abissale differenza tra i due Presidenti del consiglio: Cavour che, per perseguire la sua linea politica di costituzionalizzazione del governo parlamentare e di costruzione dell’unità d’Italia, fece la felice invenzione del connubio; e Conte che, per ‘stabilizzare’, come si usa fare con i precari, il suo posto di premier, è disposto a tutto.
Ma, leggendo l’articolo di Scalfari, abbiamo capito che ci siamo sbagliati.

Scalfari, dopo aver riassunto in modo piuttosto prolisso e impreciso i vagabondaggi di Cavour tra destra, centro e sinistra, liquida quelli di Conte nel suo passaggio dal centrodestra alla condivisione della “tendenza verso il centro-sinistra” con una affermazione rivelatrice (Scalfari è sempre bene informato) che chiama in causa il Presidente Mattarella: Conte ha avuto “la capacità corrisposta di avere come riferimento costituzionale ma anche politico il presidente della Repubblica”.

Ma il presidente della Repubblica può essere referente politico di chicchessia?

Scalfari quindi sostiene che Conte ha le doti per gestire la pandemia anzi, per la precisione, che Conte sia “il personaggio più adatto a gestire la politica italiana alle prese con la pestilenza da coronavirus diffusa dalla Cina all’Africa, dall’Europa agli USA e anche alla Russia …”

Diciamolo francamente, un tale giudizio, che confina le doti di questo capo a una tale transeunte seppure epocale emergenza, è assai riduttivo perché non tiene conto della versatilità di Conte che, invero, sa gestire magistralmente ogni materia. Tuttavia questa impressione di riduttività viene subito smentita dallo stesso Scalfari che eleva Conte a demiurgo che “dovrebbe europeizzare l’Italia democratica” muovendosi sullo scacchiere europeo come si mosse il Cavour della guerra di Crimea e degli accordi di Plombierès: si veda, per esempio, come si muove Conte riguardo alla questione del Mes; dopo aver tuonato per giorni, in sintonia con i 5S, contro l’inadeguatezza di tale strumento per far fronte alle necessità del paese, quando ha capito che il palinsesto radiofonico era cambiato, Conte ha subitaneamente girato la manopola per sintonizzarsi sull’onda di Gualtieri & c., dimostrando grandi capacità di governo nell’adattarsi alla corrente prevalente.

Scalfari inoltre ci rassicura confidandoci di aver parlato “lungamente” a telefono con Conte e di averlo trovato “conforme” alla sua visione di ‘socialista liberale’ e ci dice pure che Conte è sensibile a ”Montaigne e a Étienne de la Boétie” – “personaggio tra i più importanti della cosiddetta epoca moderna” – nonché portatore di una “socialità così profonda” da ricordare addirittura Papa Francesco: “lui questo non lo sa e forse non se ne cura ma Francesco è a suo modo la modernità per eccellenza”.

Mai s’era vista una prosa giornalistica talmente alta da sottrarsi al ridicolo ma, forse, la si può intendere bene se ci si ricorda che è ispirata dalla tarda svolta ‘spiritualista’ che ha fatto di Scalfari un interlocutore privilegiato di Papa Francesco.
Scalfari ha dunque gettato un’opa su Conte per farne il suo cavallo di Troia dentro le mura del governo; ma anche il PD non è da meno: il suo segretario, Zingaretti, ha oracolato che, se Renzi facesse cadere il governo, il “PD mai e poi mai lascerà solo il M5S”.
Anche questo programma di Zingaretti è un’opa, un tentativo di annessione. Ma forse è qualche cosa di più e di meglio: una definizione di affetto stabile che potrebbe essere utile per una interpretazione autentica del dpcm del 26 aprile.

Giuseppe Buttà