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Reggio Calabria: 93 anni fa la tragedia dei pescatori di Bagnara

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Reggio Calabria: 93 anni fa la tragedia dei pescatori di Bagnara Calabra, l’evento luttuoso più grave della zona durante una tempesta

Tanti anni fa come racconta Gianni Saffioti nel sito “Archivio storico fotografico bagnarese” e precisamente durante gli anni ’20 sia a Scilla che a Bagnara Calabra la pesca sfamava intere famiglie di pescatori che impazienti, uscivano ogni giorno per incrementare i loro miseri guadagni. L’economia locale si basava soprattutto sui prodotti della natura di cui il mare era il primo contribuente, soprattutto nel periodo di Maggio dove si praticava la pesca più remunerativa, quella cioé del pescespada e della alalunga. La sera del 23 Maggio 1927 a Bagnara Calabra subito dopo il consueto vespro, i pescatori si ritrovarono sulla spiaggia, pronti a salpare per un’altra notte di duro lavoro, anche se i più anziani marinai prevedendo l’approssimarsi di una tempesta, consigliarono di non uscire con le barche. Secondo questi vecchi lupi di mare dello Stretto di Messina, il cambiamento climatico della giornata poteva provocare tempeste e mareggiate e le loro previsioni erano legate a numerosi indizi: le forme delle nuvole presenti in cielo, il mare sempre più increspato, il vento ballerino. Nei giorni precedenti, infatti, come si dice in dialetto calabrese permaneva un vento particolare di “tempu liscuni”, il Libeccio che era in costante aumento rasava dapprima le montagne per poi soffiare in modo violento in prossimità del mare, ma il cambiamento della fase lunare in atto, provocava un aumento della corrente marina e una diversa direzione, tra venti di Maestrale e di Ponente. Mentre sulla spiaggia di Bagnara Calabra le discussioni erano accese tra i pescatori temerari, quelli che in verità sostenevano di uscire con le barche e i pescatori prudenti che invece volevano rinviare la pesca. A causa delle avverse condizioni della stagione invernale passata, il pescato era stato scarso e esisteva un disperato bisogno di guadagnare e per molti pescatori non fu facile rinunciare ad una battuta promettente. La necessità spinse alcuni a essere coraggiosi e a sfidare la sorte, uscendo senza timore con le”palamatare”, imbarcazioni dotate di otto remi che prendono il nome dal tipo di rete utilizzata, la “palamita”. Questo tipo di barca era di proprietà di alcuni benestanti del paese che possedevano una licenza stagionale di piccolo cabotaggio e in base alle loro esigenze lavorative, chiamavano di volta in volta la ciurma, sfruttando i poveri marinai con miseri stipendi e poche libertà. L’equipaggio aveva numerosi compiti per le varie fasi lavorative perché la pesca con la “palamatara” non era semplice e in quei tempi non c’era l’aiuto del motore e della moderna tecnologia. La vita dei pescatori era molto dura poiché non esisteva un attimo di sosta e non si rifiatava mai, prima con le manutenzioni delle reti e delle barche, il tiraggio delle stesse e le preparazioni dello scalo per il varo in mare e poi nella fase operativa del remare e del pescare, quando l’attenzione doveva essere massima.

Dopo il calo delle reti nel luogo prefissato “posta”, i pescatori dovevano mantenere le imbarcazioni più vicine possibile, solo con la forza delle braccia e tenendo i remi con fatica contro vento, in una zona come lo Stretto di Messina caratterizzato da correnti marine particolarmente violente che potevano mettere in difficoltà anche quelli più esperti. In quegli anni la forza del mare veniva stimata dai marinai con un metodo empirico chiamato in dialetto “i rimi i ventu”, in base cioè alla distanza che i remi della barca riuscivano a contrastare la corrente avversa. Si parlava di due remi di vento quando la corrente era debole e quindi favorevole ai pescatori, fino ad arrivare a otto quando addirittura non si riusciva a vincere l’irruenza del mare e a questo punto non esistevano più le condizioni di continuare la rotta in mare aperto e si doveva ritornare indietro. Quella notte la pesca fu molto proficua ma col passare delle ore il mare aumentava la sua forza, come predetto dai vecchi lupi di mare. L’alba non spuntava ed il cielo sembrava farsi sempre più scuro e minaccioso e ad un certo punto addirittura iniziò a piovere a dirotto ed il vento si intensificò e il mare da mosso diventò agitato nel giro di poche ore. Alcuni marinai sfruttando una breve “carmaria”, quando cioè il mare concesse un breve intervallo di tempo di forza moderata, vedendo per primi il pericolo, riuscirono a saper governare le proprie barche e conquistare la riva con la barca e con un buon bottino di pescato, solo perché furono abili e pronti a iniziare a remare al tempo giusto. Molti di loro si gettarono sulla spiaggia esausti, baciando la sabbia e ringraziando il Signore del pericolo scampato e furono accolti con enorme sollievo dai loro familiari. Infatti, dopo le cinque del mattino, quando la notizia del pericolo del mare in tempesta circolò nel paese, tanti concittadini iniziarono a riversarsi in spiaggia per portare aiuto e solidarietà ai tanti pescatori sventurati rimasti ancora in mare. Un gruppo iniziò a pregare per i marinai in difficoltà, tanto che venne anche portata in spiaggia la statua della Madonna di Portosalvo, nella speranza che poteva intercedere per la salvezza dei marinai, soprattutto perché le onde erano talmente alte che le barche sparivano dalla visuale e alcune avevano difficoltà a rientrare. La brutta notizia dei marinai in pericolo arrivò subito al Comune e l’intervento del Podestà De Leo fu molto opportuno, in quanto, come primo cittadino di Bagnara Calabra, richiese per tempo il soccorso in mare che fu accolto in modo coraggioso da un rimorchiatore a vapore che era attraccato a Messina, attrezzato come mezzo di salvataggio, partì in aiuto mentre la tempesta fu particolarmente violenta, mentre una imbarcazione venne trascinata in modo naturale dal mare e portata ad arenarsi miracolosamente sulla spiaggia di Bagnara Calabra senza gravi danni. I soccorritori cercarono di fare il possibile, lanciando in mare alcune corde verso i pescatori alla deriva, nel tentativo disperato di salvargli la vita, ma la situazione precipitò quando una fitta grandinata complicò ulteriormente la visibilità ai marinai che non poterono più governare le proprie imbarcazioni e vano fu il tentativo di dirigersi verso la rupe di Scilla dove il mare sembrava meno agitato ma in effetti era solo una assurda speranza.

Il battello per fortuna riuscì a salvare alcuni naufraghi, ormai allo stremo delle forze, issandoli a forza a bordo e portandoli poi verso Punta Faro, sulla costa messinese, mentre molti non ebbero fortuna ed in tarda mattinata sul litorale di Bagnara Calabra giunsero diversi corpi senza vita e addirittura due cadaveri furono recuperati sulla spiaggia di Palmi, alcune ore dopo. Altri due sfortunati marinai persero la vita perché trascinati e sbattuti con forza sugli scogli appuntiti da un’onda potentissima, quando erano prossimi ormai alla riva grazie alle corde lanciate dalla spiaggia dai soccorritori. Fu una strage, la tragedia più grande verificatasi nello Stretto di Messina, poiché morirono in tutto 15 marinai di cui ben sei appartenenti ad una stessa famiglia. I cantastorie dell’Aspromonte fecero a gara nel ricordare questa calamità e nacquero tristi filastrocche ben note nella zona e fino agli anni ’60 le campane di tutte le chiese della cittadina di Bagnara Calabra suonarono a lutto ogni 24 di Maggio ed in seguito fu intitolata una piazza ai caduti in onore a quella tragica notte di 93 anni fa. Come mi raccontò mia bisnonna Giuseppa Gullì, classe 1888, piansero anche a Scilla per la tragica scomparsa dei pescatori “bagnaroti”, soprattutto i marittimi che si immedesimarono a quel tragico evento. Con le tecnologie attuali i rischi di simili sciagure sono improbabili però il mare oltre a essere amato deve sempre rispettato con l’attenzione.

Enrico Pescatore