Reggio Calabria, detenuto siciliano aggredisce agente di polizia nel carcere di Arghillà e gli frattura un pollice [DETTAGLI]

Reggio Calabria: agente di Polizia Penitenziaria aggredito al carcere di Arghillà

Un uomo di origini siciliane, detenuto nel carcere di “Arghilla'” a Reggio Calabria, mentre ieri usciva dalla cella per recarsi nel cortile passeggi, ha aggredito con il piede di un tavolino un agente di polizia penitenziaria per futili motivi. Lo hanno reso noto Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe e Damiano Bellucci, segretario nazionale. L’agente e’ stato medicato agli Ospedali Riuniti per la frattura del pollice della mano sinistra, giudicata guaribile in 15 giorni. Nell’ istituto penitenziario di Arghilla’, a Reggio Calabria, lo scorso 30 aprile erano presenti 250 detenuti di cui 36 stranieri. Il Sappe evidenzia che nonostante il recente incremento di alcune unita’, disposto dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il personale della Polizia Penitenziaria non e’ in generale sufficiente.

Reggio Calabria: agente di Polizia Penitenziaria aggredito al carcere di Arghillà. Il Garante dei Detenuti: “gli atti di violenza vanno fermamente condannati”

“Purtroppo nella notte tra giovedì e venerdì scorso, intorno alla mezzanotte, un detenuto ha colpito con un pugno il medico di servizio presso il carcere di Arghilla’ e nel pomeriggio di venerdì lo stesso detenuto ha poi aggredito un agente di polizia penitenziaria colpendolo con un oggetto contundente smontato dal tavolo all’interno della propria cella, oltre a proferire parole offensive nei confronti del comandante di Polizia Penitenziaria”. Lo afferma in una nota il Garante regionale dei Diritti delle persone detenute, avv. Agostino Siviglia. “Va da sé che questi atti di violenza vanno fermamente esecrati, condannati e, auspico, tempestivamente perseguiti e puniti da parte dell’autorità giudiziaria e dell’amministrazione penitenziaria. A fronte, per vero, dell’alto senso di responsabilità ed autocontrollo fino ad oggi tenuto dall’intera popolazione detenuta presso il carcere di Arghillà – prosegue Siviglia – gli episodi di violenza posti in essere da un singolo detenuto non possono e non devono riverberarsi negativamente sul resto delle persone ristrette. Ciò detto, tuttavia, non può non denunciarsi, ancora una volta, in particolare, la grave e persistente carenza di assistenza sanitaria e infermieristica presso il carcere di Arghillà, dovuta al mancato reclutamento delle 8 unità di infermieri previsti ed al mancato, concreto, incremento orario della specialistica psichiatrica e psicologica previsto per lo stesso istituto penitenziario. In effetti, nonostante un primo provvedimento dell’8 aprile ultimo scorso, da parte del Commissario regionale alla sanità, gen. Saverio Cotticelli – sottolinea ancora Agostino Siviglia – che prevedeva l’assunzione di 8 unità di infermieri da destinare al carcere di Arghilla’, ne sono stati assunti soltanto due e per di più un’infermiera è stata già trasferita ad altra sede ed un’altra infermiera presterà servizio solo per un mese. Inoltre, nonostante un ulteriore provvedimento dello scorso 28 aprile, sempre a firma del Commissario Cotticelli, che prevedeva l’incremento orario per lo psichiatra e lo psicologo che lavorano in carcere ad Arghillà, peraltro per un totale di 18 ore e non di 36 ore, come richiesto anche da questo Garante, e nonostante ci sia già una delibera in tal senso da parte della terna commissariale dell’Asp di Reggio Calabria, ancora, concretamente l’incremento orario non è stato effettuato. Insomma, si continua a non adempiere compiutamente a quanto richiesto e necessario, nonostante l’adozione dei formali provvedimenti amministrativi ed il perdurare della grave emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus che, evidentemente, esaspera maggiormente tutti coloro che quotidianamente svolgono il proprio servizio in carcere, con dovere e scrupolo, mettendo a rischio la propria salute e la stessa incolumità fisica. A questo si aggiunga che, peraltro, né i medici o i sanitari o gli agenti di polizia penitenziaria o i funzionari o i cappellani che lavorano in carcere ad Arghillà – evidenzia ancora Siviglia – sono mai stati sottoposti a tampone per verificare un possibile contagio, nonostante le formali richieste effettuate in tal senso. In definitiva, tutte le gravi carenze relative al diritto alla salute in carcere sono scaricate sul senso del dovere e sulla autonoma professionalità del Direttore dell’istituto penitenziario e di tutto il personale penitenziario, educativo e sanitario che presta il proprio quotidiano servizio in trincea, senza le dovute e doverose tutele, finanche per la regolare corresponsione degli straordinari agli infermieri. Mi auguro davvero che, a questo punto, chi di dovere la smetta di tergiversare e si assuma la responsabilità dei propri compiti e delle proprie funzioni: non è ammissibile lasciare un solo medico a prestare il proprio servizio notturno in carcere per quasi 300 detenuti. La violenza va sempre esecrata e condannata, ma lo Stato di diritto va garantito e salvaguardato, ancor più nei confronti di chi lo Stato lo serve e di che lo Stato ha in custodia”.