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“E’ dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”

“Felicetta, allora, era l’unica donna che riusciva a cogliere la grandezza di Peppino, l’unica che riusciva a coglierne l’anima, l’unicità, la forza”

“Mi sono sempre chiesta quale legame folle e ancestrale legasse Peppino a Felicetta Impastato. Peppino amava leggere Pasolini e penso che “Nella supplica a mia madre”, si racchiuda quello che molti pedagogisti enucleerebbero come un indissolubile  e viscerale legame-madre figlio.

Il giovane ribelle amava leggere spesso questa poesia a sua madre.

Ora, io non penso che Felicetta riuscisse a coglierne la portata metrica dell’opera, ma penso che riuscisse a cogliere l’anima di ciò che Peppino le raccontava attraverso PierPaolo.

Peppino era un divoratore di libri e amava scrivere tutto ciò che la sua giovane mente elaborava dopo notti e giorni passati sdraiato sul letto a leggere, fumare ed ascoltare musica.

Il ragazzo leggeva e scriveva, e aveva, allora, un’unica uditrice, la madre.

Felicetta, allora, era l’unica donna che riusciva a cogliere la grandezza di Peppino, l’unica che riusciva a coglierne l’anima, l’unicità, la forza.

La madre di Peppino ne coglieva l’anima ma non aveva strumenti per difendere dal mondo “questo sangue pazzo.

Mi  vengono in mente i versi di Pasolini:

“E’ difficile dire con parole di figlio ciò che nel cuore a cui poco assomiglio. Tu sei la sola al mondo, che sa del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima di ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:È’ dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”.

Era lì’, nella grazia di Felicetta l’angoscia di Peppino, nella sua grazia, nel suo amore unico e indissolubile.

La poesia continuava ancora:

“Sei insostituibile per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data E non voglio esser solo, ho un’infinita fame d’amore.

Dell’amore di corpi senz’anima.

Perché l’anima è in te”.

Peppino era solo e questo Felicetta lo sapeva benissimo, se Peppino non fosse stato solo non lo avrebbero ucciso.  Quando la sua unicità iniziò a dire: “Il vostro stile di vita non mi piace”, lo cacciarono di casa e lo definirono sangue pazzo.

Curò le sue ferite soltanto Felicetta, che lo nutriva con amore, lo vestiva e gli trovava da dormire e quando iniziò a gridare: “Il vostro stile di vita non mi piace”, allora lo uccisero.

Erano quelli gli strumenti che aveva Peppino allora: la giovinezza, la bellezza, l’indole indomabile di giovane ribelle. Peppino si fece uccidere ma non si fece piegare.

Sui muri di Bueno Aires i desaparecidos prima di essere uccisi scrivevano: “Hanno strappato i fiori migliori,  ma non hanno ucciso la primavera”.

Ma né la mafia né i militari golfisti fecero i conti con i legame folle che lega una madre ad un figlio.

Le madri di Plaza de Mayo sfilano e urlano il loro dolore da quarant’anni chiedendo conto e ragione a chi ha osato zittire i giovani figli che urlavano la vita.

Felicetta Impastato con la semplici conoscenze accademiche che si fermavano alla quinta elementare perseguitò fino alla morte il carnefice di suo figlio.

Nessuna giustizia umana avrebbe osato tanto.

Felicetta osò lì dove osano le aquile.

Felicetta osò perché amava la sua carne, amava suo figlio.

L’urlo di Felicetta era l’urlo di chi aveva subito un’amputazione: l’amputazione violenta di un figlio.

La donna aveva altri strumenti, non aveva gli strumenti di Peppino per chiedere giustizia; Felicetta aveva  dentro il dolore di un  ragazzo che le gridava: “E’ dentro la tua Grazia che nasce la mia angoscia”, “l’anima è in te”.

L’urlo di Peppino è stato colto dalla madre: “E’ condannata alla solitudine la vita che mi hai data e non voglio esser solo”.

Oggi grazie a Felicetta,  Peppino non è  solo.

Non è più solo perché sua madre ha raccolto il suo urlo ed ha agito in maniera inenarrabile per tacitarlo”. 

Graziella Tedesco