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L’occasione del Coronavirus: riprendiamoci le terre e il mare abbandonate nel nome del “progresso”

Covid 19: un’occasione da non perdere

Mio padre era un contadino ma di quelli superbi sia dal punto di vista lavorativo che intellettivo. Non costrinse mai né me né i miei due fratelli a seguirlo nel suo lavoro, ci lasciò liberi di scegliere. Io avevo la passione per lo studio, mio fratello amava i motori e mia sorella, la piccolina, amava fare la piccola padroncina di casa, le piaceva cucinare, cucire, rassettare. L’Unica che ci urlava dietro era mia madre, quando ci chiedeva di andare nella vigna almeno a chiedere a mio padre se avesse bisogno di qualcosa, ma chi scappava di qua e chi scappava di là. Eravamo tre ragazzotti incoscienti. Quando mio padre morì lasciò in eredità a me ed ai miei fratelli la terra che coltivava. Mio fratello allora venticinquenne e mio cognato allora ventiseienne si sentirono investiti del ruolo di capofamiglia e decisero di continuare l’opera di mio padre anche perché il senso di colpa per non averlo mai aiutato rodeva l‘anima a tutti. In una tiepida mattinata di settembre, di troppi anni fa, si recarono nel podere con tanto di vanga e tridente. Mio cognato alzò lo strumento di lavoro e diede il primo colpo alla terra, pensava lui, subito si accasciò a terra urlando e tenendosi il piede sinistro con tutte e due le mani; in sintesi si era conficcato il tridente nel piede. Mio fratello fu più fortunato perché non si ruppe niente ma stette a letto tre settimane con la schiena bloccata dal dolore. Mia madre capita l’antifona vendette il podere nel giro di 15 giorni e noi figli seguimmo strade diverse. Ovviamente ci si chiederà perché racconto di me e di mio padre contadino? Semplice! Perché io come tutti i miei conterranei sono figlia della terra e del mare. Stare qui a dire che il nostro è un territorio a vocazione agricola e turistica è pura e stucchevole retorica ce lo siamo detti migliaia di volte. Adesso però c’è qualcosa di nuovo, a causa del Covid 19 c’è lo spettro di un collasso economico dell’intero paese e al Sud in particolare. Ora, perché lasciare le terre abbandonate, in preda alle spine ed ai rovi? Perché non tornare alla terra? Perché non tornare al mare? Perché non ci sono più barche sulle spiagge, perché la pesca che potrebbe mantenere intere generazioni è diventata l’hobby di qualche nostalgico solitario? Ora, le ragioni sociologiche e antropologiche le conosciamo e non è più tempo di fare retorica ma è tempo di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare. Le leggi per lo sviluppo del nostro territorio sono vecchie come il mondo ed esattamente sono vecchie quanto la Comunità Europea prima e dello sviluppo delle Regioni dopo. Le leggi a sostegno dello sviluppo ci sono dunque certo bisogna dare un occhio, una spolverata, un’aggiustata, magari farne delle nuove. Quello che deve cambiare è la mentalità dei nostri conterranei e dei giovani in particolare. Lavorare la terra madre non è disonorevole perché questo è il concetto che è passato negli anni. navigare otto ore in barca per pescare cibo sano, non è disonorevole. Avere i calli alle mani non è disonorevole. Non lo era neppure 100 anni fa quando i nostri padri e i nostri nonni inarcavano la schiena per 12 ore al giorno. Non erano loro disonorevoli, lo erano i proprietari terrieri che li tenevano in condizione di schiavitù. Adesso basta, i latifondisti non ci sono più. La Storia ha dato le sue risposte. Perché non le cogliamo? Il lavoro nobilita l’uomo. E poi lavorare a contatto con la terra madre, con il cielo sul naso, all’aria aperta, è un privilegio che non tutti si possono permettere. Solcare il mare per delle ore, non è meraviglioso? E allora riprendiamoci tutto ma tutto quello che madre natura ci ha donato. Usciamo dall’ottica che lavorare in questi due settori, mare e terra è disonorevole, perché la schiavitù a cui erano costretti i nostri padri e i nostri nonni, non esiste più, è finita. Riprendiamoci tutto perché stavolta la posta in gioco è alta. Quello che c’è in ballo è la sopravvivenza della nostra terra e della fame che verrà se non ci rimboccheremo le maniche.    

Graziella Tedesco