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Palermo: ragazzo senegalese aggredito, sui social le scuse dei cittadini

Palermo, 10 feb. (Adnkronos) – “Chiedo scusa a questo ragazzo, da palermitana. Auguri per una veloce guarigione. Il mondo è vario, non siamo tutti uguali. Per fortuna”. Questo è soltanto uno dei tanti post di scuse pubblicate sui social dai palermitani dopo l’aggressione del ragazzo senegalese picchiato a sangue nel centro di Palermo per il colore della sua pelle. “Non è razzismo, è ignoranza”, scrive Anthony. E Alessandra scrive: “Da palermitana chiedo scusa a Kande, per la cattiveria e la violenza usate su di lui, non solo dai mostri aggressori ma anche da chi era lì a guardare “lo spettacolo”. Forse sono loro a farmi più paura! Palermo è una città che giorno dopo giorno sta diventando razzista…siamo in tanti a non esserlo ma parlo con cognizione di causa… parlo per esperienza personale. Vivo il razzismo nel quotidiano… e la paura è tanta ma il coraggio per combattere esseri gretti e beceri non mancherà mai!”.
Mentre Anna Rita scrive: “Scusa questi trogloditi! Denunziali meritano una lezione!”. Terri scrive: “Mi sento avvilita. Palermo città accogliente, solidale, multietnica. Come può accadere questo schifo? Ma che cosa stavano a guardare sti ragazzi? Genitori svegliatevi!”. Per Daniele “Purtroppo non è Palermo il problema, ma l’Italia intera! Uno schifo continuo!”
E Valeria scrive: “Mi fa stare male leggere che sia successo questo e in centro a Palermo, davvero dobbiamo seriamente preoccuparci. Ecco, è l’indifferenza di cui parla sempre la Segre, l’indifferenza della folla che assiste passiva pensando di non essersi schierata ma che già ha scelto e con il suo silenzio e il suo mancato intervento è dalla parte del male. La settimana scorsa a scuola in un incontro con i ragazzi alcuni fantastici poliziotti li facevano riflettere proprio sul ruolo determinante degli spettatori silenti negli episodi di bullismo e sulla parola responsabilità. Educare alla responsabilità è per noi insegnanti da sempre ma soprattutto oggi il compito più gravoso da svolgere, soprattutto nei quartieri dove le famiglie non ci sono oppure trasmettono modelli del tutto opposti”.