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Accadde oggi, lo tsunami di Scilla del 1783: il maremoto che causò più morti della storia d’Italia

Nei giorni successivi a Scilla i morti vennero trovati ovunque: sui terrazzi, sui tetti delle case, sugli alberi. Il mare restituì altri corpi per oltre un anno

Un dramma antico, ma che ha lasciato una ferita ancora aperta nel cuore di Scilla e dei territori circostanti. La notte tra il 6 e il 7 febbraio 1783 si verificò uno tsunami, seguito ad un terremoto, che causò la morte di oltre 1500 persone. Ecco i fatti: tra il 1783 ed il 1785 la Calabria meridionale visse quella che i sismologi identificarono in seguito come la grande “crisi sismica”, caratterizzata da una terribile serie di terremoti, ravvicinati nel tempo e spesso disastrosi, che cambiarono radicalmente la morfologia del territorio: montagne spaccate in due e interi comuni, come Oppido Mamertina, rasi al suolo e ricostruiti in altri luoghi; la formazione nuove sorgenti e geysers; numerosi fenomeni di liquefazione; un gran numero di frane che ostruirono i corsi d’acqua facendo così nascere circa 200 nuovi laghi. La crisi sismica calabrese toccò il suo apice tra il Febbraio e il Marzo del 1783 quando, nel giro poco meno di due mesi, si verificarono cinque grandi terremoti, a ciascuno dei quali si associò uno tsunami, tutti di diversa portata.

L’evento di Scilla è riconducibile ad una scossa avvenuta alle 00.20 del 7 Febbraio 1783, di magnitudo 6.3 e grado Scala Mercalli VIII-IX, con epicentro sulla costa di Villa S. Giovanni. A Scilla diverse costruzioni vennero lesionate. La popolazione era nel panico e tutti si affidarono ai consigli dei ‘Signori’ locali: si rifugiarono sulla spiaggia. Fu questo l’errore che costò loro la vita. Poco dopo la scossa, infatti, avvenne una frana: nel giro di uno-due minuti un’enorme ondata si abbatté su Marina Grande, travolgendo la popolazione che credeva di essere al sicuro. Il mare seppellì tutto, risalendo il vallone del torrente Livorno per diverse decine di metri, inondando anche Chianalea e la zona di Oliveto. Il bilancio fu di oltre 1500 morti i cui cadaveri, alcuni irriconoscibili, vennero bruciati per evitare il diffondersi di infezioni. Nei giorni successivi i morti vennero trovati ovunque: sui terrazzi, sui tetti delle case, sugli alberi. Il mare, insieme ai detriti, restituì altri corpi per oltre un anno.

A proposito di Scilla, Venerdì 21 Febbraio alle ore 18 presso la libreria Laruffa di Reggio Calabria presenteremo il libro di Enrico Pescatore “Faraglioni e Tempeste tra Scilla e Cariddi – L’inedita storia dei faraglioni di Scilla tra terremoti e mareggiate”, che racconta proprio la storia del delizioso borgo reggino tra tempeste e calamità (non solo naturali).

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