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Mafia: depistaggio Borsellino, Scarantino ai parenti ‘Non mi hanno fatto alcuna pressione’

Palermo, 5 dic. (Adnkronos) – “A me non hanno fatto nessuna pressione”. Questo diceva Vincenzo Scarantino ai suoi parenti dopo la decisione di collaborare coni magistrati. Le registrazioni dei colloquio con i cognati sono finite adesso nel processo sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio in corso a Caltanissetta. Mentre in aula, lo scorso giugno, interrogato dalla difesa dei tre poliziotti sotto processo, aveva dato un’altra versione.
“Io ero un collaboratore non un pentito. Il pentito si pente delle cose. Loro attraverso me volevano che nascessero altri pentiti. Per me è stato insopportabile soggiacere a queste torture. Mi convinsi a collaborare con gli inquirenti a causa del terrorismo psicologico che subivo in carcere a Pianosa. Tutto il terrorismo che mi hanno fatto, non solo mentale ma anche fisico. E’ stato un cumulo di tante cose”, aveva detto Scarantino, spiegando che il 24 giugno del 1994 decise di collaborare con la magistratura. Negli anni successivi il falso testimone, poi condannato per calunnia, ha ritrattato diverse volte le sue accuse. Proprio a causa delle sue accuse furono condannati diversi imputati al processo per la strage di via D’Amelio. Poi scagionati dopo la collaborazione di Gaspare Spatuzza, che ha ricostruito la fase operativa della strage.
Invece leggendo le trascrizioni delle sue conversazioni con i parenti diceva altro. “Angelo Basile, fratello della moglie – scrivono i carabinieri nelle trascrizioni – come la madre, esterna dubbi in merito alla scelta di collaborare presa dal cognato il quale, a suo parere, avrebbe ricevuto pressioni in merito. Scarantino invece nega dicendo che la sua scelta non è stata dettata né dalla detenzione di Pianosa né da eventuali pressioni”.