Reggio Calabria, sempre più saracinesche abbassate sul corso Garibaldi: “la città bella e gentile non c’è più, quanti cappuccini vendono tutti questi bar?”

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Reggio Calabria, un’importante riflessione da parte di Giovanni Santoro, noto storico esercente cittadino già presidente di Confcommercio

“All’occhio distratto del cittadino il processo di trasformazione che sta avvenendo in città nel settore del commercio potrebbe apparire una ciclicità quasi naturale o comunque semplicemente oggetto di curiosità, al più degno di breve commento durante la “passiata” sul corso principale. Eppure i segnali sono eloquenti e meritano una riflessione certamente più approfondita che coinvolga necessariamente anche le istituzioni preposte in un momento molto delicato a livello nazionale ma soprattutto a livello locale”. Lo afferma in una nota l’ex presidente di Confcommercio Reggio Calabria, Giovanni Santoro.

“L’evoluzione o involuzione del sistema terziario in periodi storici sempre più ristretti ha visto la trasformazione di quelle che erano le abitudini dello shopping reggino. L’idea stessa del commercio della città ha visto, a partire dagli anni del boom economico, una fiorente imprenditorialità con grandi capacità e intraprendenza di illustri cittadini che nel commercio hanno trovato fonte di reddito e occasione di riscatto allo spopolamento delle campagne con emigrazione verso i grandi centri industriali del nord Italia, erano i tempi della Reggio bella e gentile. Poi arrivarono le grandi firme e il loro pret-a-porter a indicare la via dell’eleganza e pian piano anche le aziende storiche di famiglia si adeguarono grazie all’introduzione del contratto di franchising che agevolava  il commerciante nella realizzazione di un progetto trasformandolo però da soggetto attivo a passivo nella scelta degli articoli da proporre, e Reggio e il suo salotto buono furono, grazie alla professionalità di tanti esercenti, in brevissimo tempo trasformate in una sorta di via Montenapoleone della Calabria, con vetrine abbaglianti e accecanti dai nomi eccellenti che disegnavano la nuova mappatura commerciale, finalmente erano i dirimpettai messinesi a venire a fare shopping ma anche la provincia e addirittura, con la squadra di calcio nella massima serie, anche numerosi avventori da tutta Italia passeggiavano tra le bellezze artistiche e commerciali della città”.

“Poi la crisi e l’arrivo sul mercato della grande distribuzione che, come già nel settore alimentare, anche in quello dell’abbigliamento ha portato alla definitiva chiusura delle aziende a conduzione familiare ed anche spinto i grandi marchi dell’eleganza internazionale ad abbandonare la nostra città. Il paradosso vede la possibilità di acquistare nei negozi del corso Garibaldi per poter risparmiare e comprare i marchi (falsi) di calzature ed abbigliamento sulle bancarelle di piazza del popolo!”

“Ed arriviamo ad oggi, tutti a fare shopping on line, addirittura si calcola che oltre l’80% dei pacchi recapitati dalle poste italiane siano colli a marchio Amazon, addirittura si ipotizza che se un marchio come il citato dovesse decidere di orientare le commesse sulle spedizione su altro vettore si creerebbero enormi problemi nel sistema poste con serie ripercussioni anche sui livelli occupazionali, e tuttavia, al nostro corso Garibaldi, la via dello shopping, ma anche via Aschenez, Pellaro,  Catona, santa Caterina quale destino attende? Destino ahimè già visibile con sempre meno vetrine illuminate e sempre più saracinesche abbassate con  degrado e incuria a farla  da padrone e per ultimo l’aspetto più drammatico, lo spopolamento giovanile: il tessuto economico della nostra città si basa o sul settore impiegatizio e non si assume più, o sul commercio di conseguenza ai nostri giovani spetta solo una soluzione: emigrare: tertium non datur!”

“Scomparsi i negozi uccisi dalle vendite on line l’unico settore a resistere è quello del  pubblico esercizio, in effetti risulta ancora complicato ordinare un caffè e cornetto su alibaba, ed è tutto un fiorire di locali come ristoranti, pizzerie e soprattutto bar, questi ultimi li troviamo ormai  ad ogni angolo e in ogni traversa certamente ben oltre la richiesta. Bar in locali improbabili da immaginare fino a ieri, all’interno di info point turistici, al posto di storiche gioiellerie, di negozi di tessuti, di calzature e che suscitano molte perplessità sulle loro potenzialità, quanti cappuccini si consumano in città per riuscire a ad andare in utile di bilancio? E siamo sicuri che domani non si svegli dal proprio torpore qualche solerte impiegato e decida di controllare le effettive dimensioni e normative che la legge prevede per questa tipologia di attività, e che magari lo faccia nei mesi estivi con chiusure eclatanti e servizi  dei tg nazionali sempre pronti, loro si,  a sottolineare la mancanza di legalità della nostra società al pari della loro stitichezza nell’esaltarne bellezze e fascino”.

“Ed allora due riflessioni: la prima a carattere locale, amici cari se non si fa una seria proposta turistica che permetta l’arrivo di nuovi capitali  attraverso offerte e agevolazioni e “garanzie ambientali” a chi voglia investire nel turismo su Reggio creando i presupposti per una seria offerta ai visitatori stanziali, una politica di incentivazione a nuovi insediamenti commerciali in zone depresse abbassando le tasse locali o addirittura prevedendo bonus, un attento controllo sui venditori abusivi e sul rispetto delle regole vigenti dando la possibilità in maniera reale di regolarizzare le proprie posizioni anche con pagamenti settimanali ad aliquote agevolate, la creazioni di centri commerciali naturali di via legalmente riconosciuti atti ad  accedere a fondi comunitari per il miglioramento urbano , una nuova visione dei mercati rionali con affidamento delle gestioni a cooperative composte dai commercianti stessi che  garantiscano il decoro, la legalità, la pulizia  e la fruibilità  trasformando gli stessi luoghi in punti di aggregazione anche sociale e  culturale, se non si mette mano ad un riordino di un settore sinceramente abbandonato ormai da troppi anni e da troppe amministrazioni, anche questo passaggio risulterà sterile e  a breve si creeranno nuovi disoccupati e nuovi emigranti”.

“La seconda riflessione, probabilmente molto più importante, a carattere nazionale: occorre immediatamente una seria politica di adeguamento dei livelli di tassazione tra chi offre servizi di commercio su sede fissa e chi si occupa di vendita on line con sedi in paesi extra territoriali e a tassazione agevolata; non è concepibile che un imprenditore reggino sia costretto a sopportare una pressione fiscale locale e nazionale quasi al 70%  quando, a fronte di fatturato di diversi miliardi di euro, i colossi delle vendite on line lasciano nella cassa dello stato addirittura meno del 5% dell’incassato, questa non è concorrenza ma sterminio commerciale autorizzato e chi è deputato alla tutela e salvaguardia  degli interessi nazionali ha l’obbligo di affrontare questa emergenza senza celarsi dietro una banale lotta all’evasione fatta da ridicoli abbassamenti di utilizzo del contante o inasprimento pene,  sapendo perfettamente che mai nessuno dei grandi evasori, che comunque sono sempre spa, andrà mai in galera in questa nostra Italia, distraendo l’opinione pubblica con iniziative fumose dettate dai lobbisti del transatlantico che, in sodale con la politica tutta, hanno assassinato una intera classe sociale italiana”.


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