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Reggio Calabria, i raccapriccianti retroscena della rapina nel sottopasso del Tempietto: vittima adescata da 2 prostitute [NOMI e DETTAGLI]

Reggio Calabria, tutti i dettagli sulla convalida dell’arresto delle due prostitute che hanno ingannato un cliente rapinandolo con due complici

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Reggio Calabria, dr.ssa Caterina Catalano, ha convalidato l’arresto di Saveria Calarco, 57enne di Santo Stefano in Aspromonte, e Amalia Benavides, 39enne di Cuba. Le due donne si trovano presso la Casa Circondariale di San Pietro, a Reggio Calabria, dopo che sono state beccate in flagranza a commettere reati gravissimi: rapina propria ed impropria e lesioni personali, con le aggravanti dell’uso dell’arma, dalla minorata difesa, dalle più persone riunite.

I fatti

Le due donne, Saveria Calarco di 57 anni e la cubana Amalia Benavides di 39 anni, difese rispettivamente da Mariateresa e Demetrio Pratticò (legali di fiducia) la prima, e da Angela Scopelliti (legale d’ufficio) la seconda, in concorso tra loro e con due soggetti in corso di identificazione, hanno agito per procurarsi un ingiusto profitto in modo criminale. Le donne, infatti, nel primo pomeriggio di domenica 1 settembre, hanno indotto un uomo, reggino di 60 anni, a seguirle all’interno del sottopasso del Lungomare di Reggio Calabria (il tratto di strada che collega la via Marina al Tempietto, adesso chiuso dalla Polizia Municipale come si può osservare nelle immagini a corredo dell’articolo) per consumare un rapporto sessuale a pagamento con la Benavides per la somma di 25 euro (di cui 20€ consegnati alla Benavides e 5€ alla Calarco). Arrivati nel sottopasso, la Benavides ha abbassato i pantaloni della vittima quando sono arrivati due soggetti non identificati che, con minacce e violenze, si sono avventati sull’uomo brandendo due coltelli e minacciando di ucciderlo se non avesse consegnato tutto il denaro in suo possesso. Successivamente i due energumeni l’hanno sbattuto contro il muro premendogli con forza un coltello alla gola, e gli hanno rubato 250 euro e due pacchetti di sigarette, percuotendolo con calci e pugni prima di allontanarsi.

Il Giudice ha convalidato l’arresto delle due donne con le aggravanti di aver commesso il fatto con armi, in più persone riunite ed all’interno di un luogo tale da ostacolare la pubblica e privata difesa, cagionando lesioni personali alla vittima che ha riportato escoriazioni al collo e agli arti superiori.

Il testimone e l’intervento delle Forze dell’Ordine

Intanto un ragazzo di 23 che anni aveva casualmente assistito alla scena perchè stava transitando in bicicletta nel sottopasso, è corso nella vicina Questura dove ha segnalato tutto alla Polizia, precisando che uno degli uomini protagonisti dell’aggressione parlava amichevolmente con le due donne evidentemente complici.

La vittima, intanto, dopo essersi ripreso dalle botte e rivestito, è uscito dal tunnel e ha incontrato dapprima il testimone, che lo tranquillizzava riferendogli dell’imminente arrivo della Polizia da lui stesso chiamata, successivamente alcuni Carabinieri in borghese che si trovavano in zona. Il malcapitato ha riferito di essere stato chiamato da una donna seduta su una panchina di piazza Garibaldi insieme a un’altra donna di colore e a due ragazzi a suo parere rumeni, mentre si dirigeva verso la fermata dell’autobus della stazione Centrale. In quel momento la donna di colore gli offriva un rapporto sessuale a pagamento per 20 euro all’interno del sottopasso del Tempietto, e lui accettava pagando la cifra pattuita alla donna cubana e altri 5€ alla donna italiana che l’aveva chiamato. I tre, così, si incamminavano verso il sottopasso mentre i due “presunti” rumeni rimanevano seduti nella panchina. Arrivati nel sottopasso, la donna italiana rimaneva fuori mentre la cubana invitava l’uomo a spogliarsi dei pantaloni e si inginocchiava davanti a lui abbassandoglieli per un rapporto orale. A quel punto, la vittima ha sentito il rumore di bottiglie rotte, la donna cubana è scappata e sono arrivati i due ragazzi della panchina che si sono avventati contro di lui minacciando di ucciderlo. I due malfattori gli hanno provocato diverse ferite rubandogli i soldi e le sigarette, urlandogli “lo sapevi che quella era la mia ragazza”.

Gli agenti e i militari, dando il pieno supporto alla vittima, hanno chiamato i soccorritori del 118 che hanno visitato l’uomo diagnosticandogli evidenti escoriazioni al collo e agli arti superiori. La vittima, viste le condizioni di scarsa illuminazione del sottopasso, ha descritto i due aggressori in modo sommario. Indicazioni più utili sono arrivate dal testimone, che li ha descritti scuri di carnagione. Sia la vittima che il testimone aggiungevano che le due donne erano abituali frequentatrici di piazza Garibaldi, così tutti  insieme sono arrivati proprio nella piazza della stazione dove vittima e testimone le hanno riconosciute.

L’interrogatorio delle due donne

All’udienza di convalida, le indagate hanno risposto alle domande del Giudice, ma entrambe hanno reso dichiarazioni inverosimili e contraddittorie, anche reciprocamente, sostenendo di essere estranee alla rapina e di non conoscere i due soggetti che hanno aggredito la vittima.

La Benavides, sentita con l’ausilio dell’interprete, ha riferito che quel giorno, mentre si trovava seduta su una panchina di Piazza Garibaldi insieme alla donna italiana, questa le aveva presentato un “suo cugino” (la vittima), perché avesse un rapporto “orale” con lui. Giunti nel sottopasso e completato “il lavoro”, la Benavides sostiene di essersi avviata tranquillamente verso l’uscita, di non avere notato nessuno (né i due malviventi, né il giovane in bicicletta) e nulla di strano, e di essere tornata nella piazza, insieme all’amica con cui era rimasta seduta sulla solita panchina, fino all’arrivo degli agenti di Polizia. Interpellata, poi, sulla presenza dei due individui, ha riferito che si trattava di amici “fidanzatini” dell’amica, con i quali quest’ultima si intratteneva mentre lei si era appartata nel tunnel con il “cugino”.

Foto Lapresse

La Calarco, invece, ha riferito, che, mentre si trovava seduta in Piazza Garibaldi, aveva incontrato un suo “cugino” a cui aveva chiesto 50 euro; questi aveva risposto di non averne, dandogliene solo 5 a titolo di elemosina, e si era avvicinato all’amica cubana per chiederle un rapporto “orale”, per il quale i due si erano accordati per 20 euro. A suo dire, la cubana aveva chiesto alla donna di accompagnarla fino all’esterno del tunnel perché aveva paura del “cugino”. La donna ha raccontato che mentre aspettava il ritorno della coppia, sono sopraggiunti di corsa – diretti nel tunnel – due uomini (che non aveva mai visto prima, pur essendo inspiegabilmente riuscita a distinguerne la nazionalità, “un tunisino con il cappellino bianco e un marocchino”), che l’avevano urtata e fatta cadere a terra col braccio sinistro; poco dopo, la donna cubana, spaventata e tremante, era tornata sostenendo che i due erano andati a difenderla avendo intimato all’uomo di lasciarla stare (“lascia stare la mia ragazza”); quindi, le due donne sono tornate nella piazza.

Evidenti sono le incongruenze dei racconti e alla luce delle risultanze evidenziate negli atti stilati dalla P.G. nell’immediatezza dell’arresto – emergenti dal contenuto dell’intero fascicolo di indagine (l’informativa di reato redatta dal personale dell’UPGSP della Questura di Reggio Calabria, il verbale di arresto, le annotazioni di p.g. dei Carabinieri Nucleo Operativo e Radiomobile, i verbali di perquisizione e sequestro, le dichiarazioni rese dalla vittima e le s.i. del testimone) -, nonché delle dichiarazioni rese dalle indagate in sede di interrogatorio di garanzia. Il Giudice ha così riscontrato la presenza di seri e gravi indizi di colpevolezza a carico delle indagate in ordine ai reati loro provvisoriamente contestati.

Di fondamentale importanza indiziaria si sono rivelate le dichiarazioni rese nell’immediatezza dalla vittima e dal testimone.

Le motivazioni della scelta del Giudice che ha convalidato l’arresto

Sia la persona offesa che il testimone oculare con certezza concordano in ordine alla compresenza qualificata — sintomatica di un previo concerto, una complicità, un agire concordato finalizzato alla realizzazione dell’azione predatoria – dei quattro soggetti, le due donne arrestate ed i due uomini rimasti ignoti, tanto a Piazza Garibaldi, dove avvenivano le fasi prodromiche all’aggressione – la scelta, l’abboccamento con la vittima ideale (un uomo solo ed anziano) e la contrattazione con la stessa – che all’interno del sottopassaggio, dove l’uomo si rendeva disponibile ad essere condotto per consumare il rapporto mercenario e si era perpetrata la proditoria aggressione da parte dei complici sopraggiunti.

L’aggressione è stata compiuta in una situazione di massimo imbarazzo per la vittima, quando aveva i pantaloni abbassati, nel momento in cui erano azzerate le minime difese che l’uomo avrebbe potuto attuare.

Pertanto, la lettura complessiva delle risultanze investigative dimostra come le due donne abbiano agito, in concorso morale e materiale, con i due uomini allo stato non identificati, in compagnia dei quali si trovavano (e con cui erano solite accompagnarsi) e che sopraggiungevano nel tunnel a rapinare la vittima del danaro e delle sigarette di cui era in possesso, approfittando della situazione di isolamento e minorata difesa in cui lo stesso era stato posto dalle complici, minacciandolo, depredandolo e malmenandolo. Le donne procacciavano e prendevano contatti con il malcapitato cliente, e la loro posizione è aggravate per i precedenti penali e di polizia di entrambe, arrestate in primis per la loro la spiccata pericolosità sociale, il loro gravitare nei circuiti di degrado e di criminalità che notoriamente connotano le frequentazioni di Piazza Garibaldi, evidenziando in modo chiaro e palese il concreto ed attuale pericolo che, se libere, possano commettere ulteriori reati della stessa specie ovvero con l’uso di armi o con violenza alla persona, proprio come avvenuto; senza contare che le modalità dei fatti scontano una sicura professionalità ed un modus operandi collaudato da parte dei malviventi, avvezzi a sfruttare gli appetiti sessuali dei malcapitati, spesso anziani, pensionati, da ridurre in condizioni di minorata difesa e quindi rapinare (o eventualmente ricattare).

Sussistono, infine, per la Benavides, anche ulteriori esigenze cautelari, in quanto vi è il concreto pericolo che la prevenuta, straniera senza dimora fissa, già inottemperante ad un provvedimento di rimpatrio, se lasciata in libertà, si dia alla fuga, in ragione della gravità dei delitti contestati, oltre che del fatto che essendo cittadina straniera sarebbe in grado di dileguarsi facilmente.

Il carcere, secondo il Giudice, rappresenta in questo caso l’unica misura idonea a garantire le esigenze cautelari, non palesandosi, in atto, nessuna altra misura adeguata alla tutela delle stesse, considerando la già segnalata gravità dei fatti e la negativa personalità delle due donne, essendo la Benavides priva di dimora fissa e di domicilio e la Calarco pluripregiudicata per il reato di evasione, ragioni che rendono, allo stato, impraticabile anche solo astrattamente la concessione degli arresti domiciliari.

Il Giudice ha anche specificato che è altissimo il pericolo di inquinamento probatorio, ossia il rischio che le indagate, se libere, possano influire negativamente sullo sviluppo delle indagini, con pressioni o intimidazioni e tenendo conto del fatto che i complici, sulla cui identità le arrestate hanno reso dichiarazioni palesemente inverosimili oltre che smentite dagli esiti delle indagini, si sono dati alla fuga e sono allo stato in fase di identificazione. Il Giudice ha concluso l’ordinanza specificando che per la gravità del reato e vista l’entità della pena in astratto prevista, in caso di eventuale condanna, non appare che possa essere concesso alle indagate il beneficio della sospensione condizionale della pena.

Giova precisare come Saveria Calarco, era stata già arrestata 13 anni fa per “associazione a delinquere, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina“, accusata di incassare somme di danaro per fare alloggiare gruppetti di immigrati clandestini nel rudere della Caserma Duca D’Aosta, sulle colline del centro di Reggio Calabria.