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Reggio Calabria, il killer filippino-americano e il tabacchino maledetto: i tristissimi intrecci sull’omicidio di Maria Rota

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Reggio Calabria, i retroscena sul terribile assassino della tabaccaia di via Melacrino massacrata a colpi di mannaia: il triste destino di Maria Rota e il dramma del ludopatico americano Billy Jay Sicat

Umile, Semplice e Riservata. Bastano tre aggettivi per identificare Mariella Rota, la tabaccaia 66enne uccisa lo scorso 30 Luglio in modo efferato da Billy Jay Sicat, filippino di origine ma americano doc, arrivato a Reggio Calabria da pochissimi anni. Le storie umane di killer e vittima sono ricche di curiosità e colpi di scena che neanche un regista di hollywood avrebbe potuto scrivere un copione così complesso. E triste, tristissimo.

Maria Rota, una vita sacrificata per la famiglia e il lavoro

Partiamo dalla vittima, massacrata a colpi di mannaia senza che neanche si potesse difendere. Era una bellissima ragazza piena di corteggiatori, ma non si è mai potuta godere i piaceri della vita, sacrificandosi sin da giovanissima per la famiglia e il lavoro. I suoi genitori, Gaetano Rota e Nina Amodeo, erano un punto di riferimento per tutto il quartiere della Candelora e di Sant’Antonio: già nel primo dopoguerra gestivano il tabacchino che, a quei tempi, era anche alimentare. E vivevano nella stessa palazzina: sempre gentili e disponibili, bastava bussargli per acquistare qualsiasi tipo di prodotto anche la domenica, nei giorni festivi, persino a Natale. Erano grandi lavoratori, “bravissime persone, rispettosissime nei confronti di tutta la comunità rionale che gli voleva molto bene” ci confidano i residenti del quartiere. Hanno avuto due figli: Giuseppe e Maria. Molto famoso in città per le sue doti sportive, Pino Rota era un grande sciatore e aveva inventato addirittura lo “stile Rota” preso come punto di riferimento da una generazione di frequentatori di Gambarie. Ma giocava anche a tennis, nuotava, era Sub, amava lo Stretto e soprattutto aveva un grande amore per i bambini, che gli volevano un gran bene.

Maria era una ragazza di cultura: aveva studiato e si era laureata in lettere, sognava di diventare un’insegnante ed effettivamente aveva iniziato ad insegnare nei paesi della Provincia, ma i suoi genitori hanno patito i primi acciacchi dell’età e allora lei decise di abbandonare la carriera per dedicarsi alla famiglia e al tabacchino. Le condizioni di salute dei genitori si sono aggravate: hanno vissuto entrambi a lungo, morti di vecchiaia (il padre Gaetano addirittura a 101 anni) ma dopo un lungo calvario che Maria ha seguito con sacrifici enormi, privandosi non soltanto della carriera scolastica ma anche di ogni tipo di relazione sociale. Così per gran parte della loro vita, i due fratelli Rota si sono spesi per la causa di famiglia: Pino ha gestito la tabaccheria mentre Maria si occupava di mamma e papà allettati per molti anni.

Dopo la morte dei genitori si è ammalato Pino. Era ancora giovane quando gli venne diagnosticato un tumore alla testa che richiedeva un’intervento particolarmente rischioso. Il ricovero a Roma, la terapia intensiva, 8 mesi in ospedale: per Maria iniziava un altro calvario, ritrovandosi da sola a dover gestire il tabacchino e il fratello che dopo l’intervento non si è mai più ripreso. Non è più stato autosufficiente e ha vissuto grazie all’aiuto di un accompagnatore filippino, educato e rispettoso. “Lo trattava come un fratello“. Ma poi non ha resistito ed è morto, pochi anni dopo rispetto la dipartita dei suoi genitori: era abituato ad una vita libera e felice tra i fondali dello Stretto e le nevi dell’Aspromonte, non sopportava la costrizione di un corpo che non rispondeva più agli stimoli della mente. Ha chiesto di essere cremato, e così è stato. Voleva che le ceneri venissero disperse nelle acque dello Stretto di Messina, dove aveva trascorso splendidi momenti da sub.

Maria, così, si è ritrovata completamente da sola, con un tabacchino sulle spalle e un vissuto di sofferenze e dolori. Era una donna molto semplice, avrebbe meritato ben altro: con una storia così triste alle spalle, si può spiegare il suo carattere duro, inizialmente schivo e in ogni caso sempre riservato. Peccato che tra appena due anni avrebbe raggiunto la pensione: aveva già esternato l’intenzione di vendere l’attività e godersi la vecchiaia dopo una vita così severa e atroce. Neanche stavolta ci è riuscita. I pochi amici la ricordano con commozione e mentre ci parlano di lei non riescono a trattenere le lacrime. Non meritava questa fine, e probabilmente non meritava neanche questa vita.

Il tabacchino maledetto

Maria Rota aveva già subìto negli ultimi anni rapine e furti: aveva sempre denunciato. Si preoccupava di sguardi indiscreti e aveva affisso un cartello che vietava l’ingresso con i caschi. Tuttavia il vicinato testimonia come quel tabacchino sia sempre stato problematico, sin dai tempi dei genitori. Sempre preso di mira per truffe, furti e rapine, in molti ricordano le lacrime della mamma di Maria, Nina Amodeo, mentre papà Tano combatteva con le assicurazioni che non volevano più neanche assicurarli. La comunità del quartiere conosceva bene queste problematiche ed è sempre stata vicina alla famiglia fino all’ultimo giorno, quando proprio i vicini hanno allertato la Polizia perchè il tabacchino non riapriva il pomeriggio. Era già troppo tardi. Mai nessuno poteva immaginare un epilogo così drammatico.

Billy Jay Sicat, il filippino-americano con il vizio del gioco

Anche il killer, Billy Jay Sicat, ha alle spalle una storia molto triste. In realtà non è filippino, come erroneamente comunicato fino ad oggi. E’ nato negli Stati Uniti d’America da genitori filippini, infatti il suo cognome, Sicat, è tipicamente filippino, ma il nome, Billy Jay, è americano. E Billy negli USA è cresciuto e si è formato, finchè non ha perso entrambi i genitori e si è trovato in difficoltà. E’ arrivato in Italia per caso appena 4 anni fa, direttamente a Reggio dove viveva qualche lontano parente che ha pensato di dargli un’occasione migliore. A Reggio ha fatto sporadicamente il muratore, poi ha sposato una donna filippina e hanno avuto un figlio che adesso ha appena tre anni. La moglie aveva già una figlia adolescente, a cui Billy è molto affezionato come se fosse la sua primogenita. Ma la ludopatia dell’uomo aveva provocato problemi anche in famiglia. Si tratta di malattia molto grave, che in Italia purtroppo lo Stato anzichè combattere, alimenta con la diffusione di giochi pericolosi e gestiti dai monopoli di Stato con tanto di pubblicizzazioni televisive. Billy Jay parla un italiano stentato e non sa leggere la nostra lingua. Invece conosce bene l’inglese: dopo l’arresto, durante l’interrogatorio durato oltre 5 ore nel pomeriggio di venerdì 2 Agosto nel carcere di Arghillà dove si trova recluso, ha risposto alle domande del giudice e confessando il delitto con l’aiuto di un interprete.

Difeso dall’avvocato Demetrio Pratticò, Billy pianto, ha chiesto conforto, si è posto nei confronti di avvocati e giudici come se fossero suoi genitori. Non ha cercato scuse, ha soltanto risposto alle domande del giudice ripercorrendo l’accaduto. Secondo Billy, il 28 luglio avrebbe vinto 2.000 euro con una giocata e il giorno successivo, il 29 luglio, avrebbe vinto altri mille euro. “Tremila euro mi avrebbero aiutato a risolvere molti problemi della mia famiglia, a crescere meglio i miei figli, ma lei non me li voleva dare“. Billy è ancora adesso convinto che la tabaccaia non volesse pagarlo, incurante delle norme che prevedono come pagamenti di quest’entità non siano pagati direttamente dai tabacchini. Il 42enne americano ha spiegato che non si era recato al tabacchino con l’intenzione di uccidere la donna, ma semplicemente di spaventarla con il primo oggetto contundente che ha trovato nella cucina di casa. “Ma poi lei ha riso di me, e non so cosa mi è successo, sono diventato un animale“. “Animal” ha detto più volte scuotendo la testa, come a voler cancellare quei momenti orribili dai suoi ricordi. Dopo il delitto, Billy è tornato a casa, ha fatto un pacco con il computer rubato nella tabaccheria, l’arma del delitto e i vestiti sporchi, e si è diretto dove lavora la moglie per prendere la macchina e ha gettato tutta la roba in un camion abbandonato da uno sfasciacarrozze vicino il rione Marconi, per poi entrare in un altro tabacchino a Sant’Anna e giocare una schedina “per tornare alla vita normale e cancellare quella barbarie”.

Alla moglie non ha detto nulla del delitto, ma la signora ha collaborato con la Polizia raccontando della malattia del marito e riconoscendolo dai filmati. Billy ha pianto più volte durante l’interrogatorio e ha chiesto al giudice che pena è prevista in Italia per questo reato. Il giudice gli ha detto “ergastolo” e lui ha chiesto di nuovo “life imprisonment?“. Il giudice ha risposto di sì e l’assassino è scoppiato in lacrime, rassegnato. A singhiozzi ha detto che gli mancheranno i suoi figli e che vorrebbe vedere i bambini. Il giudice ha infatti sbloccato il colloquio con i familiari, che adesso – qualora volessero – potranno andare a trovarlo in prigione. Nelle sue parole e nel suo comportamento, Billy ha dimostrato evidenti disagi psichici: soffre di vittimismo e probabilmente anche di manie di persecuzione, e ha ucciso la povera Maria Rota perchè si è sentito deriso da una donna che riteneva colpevole di non pagargli quanto dovuto.

La storia di Billy e soprattutto della sua famiglia dimostra che in questa vicenda non c’è soltanto una vittima e un carnefice, ma tante vittime: un delitto bestiale commesso da un uomo certamente disagiato ma al tempo stesso non delinquente. Billy è malato, come tanti ludopatici nei cui confronti lo Stato dovrebbe fare di più, ma non è un mostro. Ha commesso un reato gravissimo che adesso lui stesso non giustifica in alcun modo, ma è evidente che non si tratta di un criminale: se il gioco fosse illegale, Billy non andrebbe mai a frequentare le bische clandestine. Questo ovviamente non giustifica la gravità del suo gesto: Billy non sarà mai assolto, è reo confesso e pagherà per quello che ha fatto.

Il giorno del suo arresto, il procuratore Bombardieri – che ha riportato finalmente nella Procura di Reggio Calabria una serietà e una professionalità che sembravano perdute – ha detto che “quest’omicidio non si poteva ne’ prevedere ne’ evitare“, analizzando il caso sotto il profilo poliziesco della prevenzione dei reati criminali. Probabilmente, però, se a monte lo Stato ostacolasse e contrastasse la ludopatia con provvedimenti mirati, Billy non avrebbe ucciso Maria Rota spezzando una vita innocente e rovinando la propria e quella dei propri familiari. E come Billy, tanti altri ludopatici oggi sarebbero persone normali.