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Reggio Calabria, il super latitante della ‘ndrangheta arrestato in una villa vista mare: “crolla il mito dell’invincibilità delle cosche potenti” [DETTAGLI]

Foto StrettoWeb / Salvatore Dato

Reggio Calabria: non si nascondeva in un bunker, nascosto tra la fitta vegetazione dell’Aspromonte, il super latitante Domenico Crea, ma in una confortevole villa a Santa Domenica di Ricadi

E’ stato arrestato all’alba in una lussuosa villa a Santa Domenica di Ricadi, il super latitante Domenico Crea, boss di Rizziconi. “E’ stata un’indagine classica, senza sbavature”, ha affermato il questore di Reggio Calabria Maurizio Vallone, che ha incontrato i giornalisti insieme al procuratore capo della Dda reggina Giovanni Bombardieri, al procuratore aggiunto Gaetano Paci, al capo della Squadra mobile Francesco Rattà, e a Marco Garofalo dello Sco. “Sono stati tre anni di sacrifici – ha aggiunto il Questore – di dedizione, con momenti di sconforto e di esaltazione investigativa. Le ricerche dei latitanti sono cosi’, durano tantissimo tempo durante il quale si raccolgono le molliche di Pollicino per fare un passo avanti”.  “Crea – ha sottolineato Bombardieri – rappresenta un cosca che ha fatto il bello ed il cattivo tempo a Rizziconi. Oggi questo risultato premia la popolazione di quell’area, che si è liberata da chi spadroneggiava sul territorio e non consentiva nessuna liberta’, ne’ di movimento, ne’ nello svolgimento di attività economiche”. “Con questa cattura – ha detto Paci – crolla irrimediabilmente il mito della invincibilita’ che la cosca Crea aveva costruito attorno a se’ diffondendo, sulla base di questo mito, una condizione di intimidazione, di permanente assoggettamento del territorio. E’ ovvio che la fine di una latitanza segna non la fine delle attivita’ di indagine, ma noi auguriamo l’inizio di una stagione di definitiva chiusura dei ‘conti’ di questa agguerritissima e potente cosca, per gli efferati episodi di cui si e’ macchiata, con l’ordinamento e lo Stato Italiano”. “Crea, a differenza di quanto aveva fatto il fratello Giuseppe – ha sostenuto Rattà – viveva in una villa molto confortevole, con affaccio sul mare. Pur nella diversità c’è un unico filo conduttore, quella di poter esercitare il controllo diretto del suo territorio, pur da una condizione di latitanza. Una latitanza, così come era avvenuto con il padre Teodoro, boss della cosca e il fratello Giuseppe, esibita come prestigio criminale, brandito come elemento per incutere timore alla comunità, fin quando la forza di Polizia non interviene, come è successo a noi questa mattina, ponendo termine al suo stato di latitanza e assicurandolo alla giustizia”.