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Il giudice Di Bella da Reggio Calabria esalta Antonio Piccirillo: “da Napoli il bellissimo messaggio del figlio del boss”

Le parole del Presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria, Roberto Di Bella

Quello che ho visto e sentito dire dal figlio del camorrista Rosario Piccirillo, Antonio, 23 anni, che ama il padre ma che si dissocia dalla Camorra, che definisce una ”montagna di merda” e, che fa pagare ai loro figli la loro condizione di camorristi, ndranghetisti, mafiosi, è una cosa emozionante, molto importante e più efficace di un trattato di sociologia“. Parla al ‘Quotidiano del Sud’ il Presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria, Roberto Di Bella che da anni, a rischio anche della propria vita, ha aperto un varco in questo girone infernale di ndrangheta, camorra e mafia, che è riuscito ad offrire protezione alle mogli e ai figli di boss della ndrangheta che si sono rivolti a lui per ‘salvare’ i loro figli e loro stesse da quel contesto mafioso. “Un messaggio bellissimo -continua- che può far breccia nei cuori e nelle menti di molti ragazzi figli di boss e mafiosi che sono costretti a vivere in situazioni difficilissime, che pregiudicano il loro presente e il loro futuro. Affermazioni fatte pubblicamente durante un corteo per l’ultimo agguato che ha coinvolto una bambina di appena 4 anni, ferita durante il fatto di sangue a Napoli, che testimonia la sofferenza di questo ragazzo e di tanti altri, che soffrono la lontananza del padre detenuto e condannato per camorra e che provoca sofferenza all’interno ed all’esterno delle loro famiglie. Una testimonianza che importantissima che puo aprire nuove strade per i figli dei mafiosi”.

“Non è stato e non è facile -dice da parte delle mogli dei ndraghetisti e dei loro figli fare questa scelta, ma si sono resi conto che era necessario uscire da quel mondo che non riserva vie d’uscita perché hanno maturato una convinzione che vivono sulla loro pelle e cioè che ti puo andare bene una volta due ma alla fine o finisci in carcere o ti ammazzano ed alla fine è una vita che non paga”. E a testimonianza di questo ragionamento, le lettere e le confidenze di alcuni ndranghetisti che stanno scontando l’ergastolo, delle loro mogli e degli stessi figli che hanno inviato a Di Bella: “Ricevo lettere e messaggi di detenuti al 41 bis in cui mi viene espressa gratitudine per il lavoro che stiamo facendo in favore dei figli minorenni di ‘ndranghetisti. Sono lettere per me incoraggianti, che denotano sofferenza umana ma anche speranza di una vita diversa per tanti ragazzi e ragazze che vogliono liberarsi da grandi pericoli a cui lo Stato deve una risposta, come stiamo facendo”. “Noi come tribunale interveniamo – dice – ma io credo che la prevenzione primaria la deve fare la scuola e quindi lo Stato, bisogna togliere dalla strada i ragazzi, intervenire sin dalle elementari, bisogna avere insegnanti preparati, ma bisogna intervenire in modo strutturato, con programmi e risorse mirate alle politiche di prevenzione, ci vorrebbe un vero e proprio ”piano Marshall” per il sud. Pensate che su 98 Comuni della provincia di Reggio Calabria più della metà non ha un servizio sociale, un fatto e un dato gravissimo“.

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