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La Caccia in Calabria tra economia, natura e politica – La testimonianza diretta: “vorrei farvi capire cosa significa tutto questo”

La Caccia in Calabria (e non solo) tra economia, natura e politica: il contributo di un lettore di StrettoWeb che con la sua testimonianza vorrebbe aprire una riflessione importante

Si chiama Roberto Zerotti, è calabrese e ha scritto a StrettoWeb una riflessione che può aprire una riflessione importante su un tema controverso e sempre molto discusso.

Spett.le Redazione di StrettoWeb, con questo articolo voglio esprimere il mio pensiero e cercare di far capire ai cacciatori e soprattutto ai non cosa è veramente la caccia, ad oggi ancora indispensabile in vari paesi e per molte popolazioni come fonte di sostentamento, in altri più evoluti come fonte di socializzazione e con un importante ruolo economico commerciale.

Nato e cresciuto in una famiglia di cacciatori “vecchio stampo” sin dalla giovanissima età mi sono avvicinato al mondo venatorio, affascinato dalle innumerevoli sfaccettature che lo circondano, ho imparato tanto, specie animali, piante, condizioni meteo… il tutto vissuto in un primo momento con i racconti che mi consentivano di immaginare le esperienze vissute dagli altri, man mano crescendo come “spettatore” e una volta raggiunta la maggiore età come “protagonista”.

Purtroppo negli anni la caccia ha subito innumerevoli cambiamenti in negativo a causa delle sempre maggiori limitazioni.
Ricordo racconti di caccia che descrivevano gli habitat come veri e propri paradisi (distese si stoppie, campi di mais, frutteti, oliveti e fitta vegetazione dove le specie animali trovavano rifugio), aperture che andavano dal mese di Agosto fino a Giugno, si cacciava di tutto dalle “tortore alle quaglie e colombacci” in piena estate per passare subito dopo ad un lungo periodo alla migratoria “tordi, allodole, beccacce ed acquatici” in attesa dei famosi mesi primaverili alla caccia tradizionale “tortore quaglie e anche i falchi”.
Qui a Reggio Calabria c’erano varie armerie dove ci si recava per acquistare materiale vario, “bossoli,polvere,piombo,borre,inneschi o fucili man mano più evoluti…”, ogni abitazione aveva stanze usate ed adibite solo ed esclusivamente al caricamento ove ci si riuniva per preparare cartucce artigianali con quel materiale che si riusciva ad acquistare, addirittura le cartucce si ricalibravano e ricaricavano più volte e si arrivava a fondere il piombo con metodi grezzi per fare i pallini.
I mezzi di trasporto erano pochi o inesistenti, per recarsi suoi luoghi di caccia si percorrevano decine di km a piedi, alcuni usavano la vespa o per raggiungere trasferte più lontane il treno.
La selvaggina era tanta…ogni giornata regalava bellissime soddisfazioni ma la più grande era quella di trascorrerla in compagnia di amici, parenti o dei propri ausiliari.

Col passare degli anni crescendo, iniziando anche io a frequentare e praticare come “spettatore”, notavo purtroppo le prime differenze:

  • aperture ad Agosto e chiusure a Marzo quindi addio caccia tradizionale;
  • dopo qualche anno aperture a Settembre e chiusure a Gennaio con limitazioni incluse (divieto di usare i cani nei primi 15 gg di settembre con il rischio di perdere il capo abbattuto, caccia alla quaglia posticipata, solo 2/3 giornate fisse di preapertura;
  • limitazioni delle aree di caccia per la nascita di parchi in misura esagerata dove tutto è concesso tranne cacciare e nascita di zps dove è vietato cacciare in determinati periodi e giornate dell’anno;
  • manifestazioni di protesta da parte dei diretti interessati (associazioni venatorie, armieri, cacciatori) con sempre minor partecipazione o inesistenti;

Ma nonostante ciò sempre fiducioso che qualcosa nel tempo potesse migliorare, non poteva andare sempre tutto contro e storto.
Raggiunta la maggiore età e conseguito il rilascio del porto d’armi sono diventato finalmente “protagonista” ma di una caccia che non è più quella che ricordavo, che speravo…

Oggi:

  • i calendari venatori non vengono pubblicati per tempo, la legge dice che devono essere pubblicati entro il 15 giugno di ogni anno, qui in Calabria oggi 23 luglio 2018 tutto tace, le Associazioni Venatorie???Armieri???Cacciatori???Politici??? possibile che si rimane fermi e nessuno prova interesse?
  • le tasse da pagare sono diventate sempre più esose;
  • le specie cacciabili sono diventate sempre meno perché quelle coltivazioni di un tempo sono quasi inesistenti, vengono usati pesticidi letali, molte zone hanno subito modifiche e sono state cementificate, altre ancora invece messe tra le specie non cacciabili per criteri inspiegabili (ad es. lo storno specie molto dannosa e in ottimo stato di conservazione);
  • nascita di Atc che limitano le uscite fuori provincia e non fanno investimenti mirati per creare habitat e ripopolamenti;
  • nascita di ambientalisti che hanno a cuore le problematiche legate all’ambiente, ma dovrebbero valutare obiettivamente che la caccia è il male minore, le vere problematiche sono altre (terre dei fuochi, navi dei veleni, uso di pesticidi, disboscamenti..);

Tutto ciò ha portato e sta portando anche se nessuno lo ammette ad un impoverimento di vari settori che girano intorno al mondo venatorio, il numero dei cacciatori in italia con il passare degli anni è diminuito in maniera allucinante, dai circa 1.500.000 degli anni ottanta ai circa 700.000 oggi.
Eppure non è difficile rendersi conto cosa muove o potrebbe muovere la caccia in termini di economia soprattutto nei tempi moderni dove la crisi economica ha colpito vari settori.

Prendiamo in esempio un cacciatore calabrese cosa spende mediamente durante i 365 giorni dell’anno:

  • tassa Governativa 173.00€,
  • tassa Regionale 100,00
  • tassa atc 20,00
  • polizza assicurativa dai 55,00 ai 110,00€
  • tassa atc per altra Regione vicina ad es. Sicilia 84,00;
  • spese per il mantenimento del proprio ausiliare (molti ne hanno 3/4) non quantificabile (mangime,vaccini,chip,antiparassitari,spese veterinarie);
  • materiale indispensabile per svolgere l’attività venatoria (abbigliamento,fucili,munizioni);
  • spese per manutenzione autovettura con relativo consumo di carburante;
  • acquisto e consumo di caffè e cornetti, pranzi, pernottamenti, acquisto di prodotti tipici…

Trattasi, pertanto, di economia che mantiene in vita più settori di attività con relativi posti di lavoro.

Se invece facciamo un salto nei paesi europei e non, è subito evidente come della caccia ne fanno una risorsa.
Ultimamente leggevo e c’è da rabbrividire al solo pensiero come in Scozia dopo diverse stagioni eccezionali, il settore è in buona posizione per migliorare i dati precedenti sui visitatori battendo il record del 2013 quando si registrarono ben 910.000 pernottamenti di appasionati alla caccia alla “grouse”, al “cervo”, tiro a volo e pesca.
Più di 270.000 cacciatori frequentano la scozia contribuendo all’economia scozzese con oltre 155 milioni di sterline all’anno, cosi facendo la Scozia occupa una posizione vitale nell’industria turistica e per l’economia rurale del paese.
Anche in altri stati più vicini all’Italia e ricadenti nell’area allargata dell’Unione Europea come Marocco, Romania, Francia, Grecia… la caccia viene vissuta diversamente, periodi di caccia più lunghi, specie migratorie cacciate in periodi che qui vengono vietate o addirittura cacciate oltre il periodo quando in italia la stagione venatoria è già finita (vedi tordi, beccacce, acquatici).
Così facendo gli appassionati di “Diana” sborsano migliaia di euro e incrementano il turismo e l’economia di altri Stati recandosi per cacciare quello che potrebbero tranquillamente cacciare in Italia…. ASSURDO!!!
Appare strano ed al più incomprensibile il fatto che l’Italia non si adegui alle discipline e norme comunitarie rimettendoci dal punto di vista economico e sociale perdendo cosi ottime opportunità di guadagno e di turismo.

Un appassionato cacciatore calabrese Roberto Zerotti.