Ci controllavano la testa convinti di trovarci dei pidocchi solo perché eravamo calabresi in Piemonte: una storia (di immigrazione) che dovrebbe farci riflettere

Il problema non sono gli sbarchi, ma l’inefficienza del sistema italiano, che non riesce a fornire i giusti strumenti per un’integrazione che sia degna di questo nome

Chi continua a dire che non si tratta di razzismo è ipocrita. Ma anche chi continua a dire che dobbiamo accogliere migranti indiscriminatamente e a prescindere, non ha ben compreso cosa sia l’accoglienza e le difficoltà in cui attualmente versa l’Italia, la quale si trova nella totale incapacità di dare ospitalità, perché di questo si tratta, alle migliaia e migliaia di anime che ogni anno si riversano sulle nostre coste. Ma andiamo con ordine, perché se la calma è la virtù dei forti, anche cercare di comprendere quali siano le ragioni e gli errori, da una parte e dall’altra, è una grande virtù: una di quelle che oggi giorno scarseggiano e delle quali questa nostra martoriata società sente tanto la mancanza. Innanzitutto, perché si tratta di razzismo? Possiamo giustificarci in mille modi diversi, possiamo dire che “non è perché sono negri“, possiamo dire che sono uguali a noi però “è meglio che se ne stiano a casa propria“, possiamo dire che non li vogliamo in casa nostra, ma li rispettiamo comunque. Però non è così. E non è così da sempre, non solo oggi.

Uno straniero che arriva in un luogo che non è la propria terra natìa è stato sempre visto come diverso, come potenziale pericolo, come un essere misterioso da temere e da cui diffidare, alla stregua di un animale in gabbia, ma di una gabbia con la porta lasciata aperta. E non c’è bisogno di andare indietro nel tempo fino alle migrazioni degli italiani negli Stati Uniti agli inizi del 1900 per capirlo. Basta fare un piccolissimo passo indietro nel tempo e percorrere molti meno chilometri, restando tutti in Italia. Era il 1989 quando i miei genitori decisero che la Calabria, dove sono nata e dove ho abitato fino ai miei otto anni, non poteva offrirci più nulla. Lavoro precario e due bambini da far crescere, per mio padre che all’epoca aveva appena 31 anni, non potevano viaggiare sullo stesso binario. Dunque decise che era il momento di provare a darsi una possibilità da qualche altra parte, in un città che fino a quel momento io, che avevo appena finito la seconda elementare, non avevo mai sentito nominare: Novara. Mio padre partì per primo; una volta trovato un lavoro certo, e giusto il tempo di organizzarci, andammo anche io, mia madre e mio fratello. Non stavo cambiando nazione, non stavo cambiando continente, ma ero una bambina che si spostava a oltre mille chilometri di distanza da quella che fino a quel momento era stata casa propria. E il disagio che ricordo era enorme. Ricordo, i primi anni, gli inverni con la nebbia che all’epoca in Calabria non si sapeva nemmeno cosa fosse; ricordo mia madre che ci diceva, quando io e mio fratello giocavamo in casa, di non urlare perché “non dobbiamo farci riconoscere appena arrivati“; ricordo i compagni di classe che, nonostante il mio carattere per niente chiuso, riuscivano a tenermi in disparte perché ero quella “venuta dal meridione“, quella che “mamma mia come è scura! Ma sarà abbronzata o non si lava?“. Perché i bambini, è vero, sanno essere cattivi, ma riportano ciò che sentono dagli adulti. E il bello è che me lo dicevano in faccia. Mi chiesero, dopo pochi giorni dal mio arrivo: “ma come mai ad ottobre sei ancora così scura? Ti lavi tutti i giorni? O sei abbronzata perché in Calabria vivete all’aperto?”. Ed era il 1989, non il 1909. Dieci anni più tardi, o anche meno, avrebbero fatto la fila nei solarium per diventare scuri come ero io appena arrivata lì.

Ricordo, ancora, il giorno in cui sbagliai un verbo: dovevo coniugare il verbo starnutire, ma lo dissi come lo dicevo in dialetto, cambiando una sola vocale. Una sola vocale a causa della quale maestra e compagni mi risero dietro per una settimana. Forse è stato in quel momento che mi sono ripromessa che “li avrei stesi tutti” in quanto a grammatica, e sarà per quello che oggi vado fiera di ciò che faccio e di ciò che sono diventata. Le umiliazioni per i bambini possono essere diverse, possono essere di varia natura, e se oggi, in tutta serenità, dico che in quel periodo ce ne sono state tante non è retorica. A casa non lo raccontavo per non dare dispiaceri a mia madre, innanzitutto, perché lei voleva tornarsene a casa nostra quasi quanto me, ma sapeva che adattarci a quella città che sentivamo estranea fino al midollo, era un sacrificio enorme che dovevamo fare se volevamo un futuro decente. Ricordo, infine, quando pediatra e infermieri dell’Asl venivano nelle scuole a controllare tutti i bambini per evitare epidemie di pediculosi, all’epoca ancora molto frequenti. Ci mettevano tre minuti a controllare ogni bambino. Ogni bambino tranne me, un mio compagno arrivato qualche anno prima dalla Puglia e una ragazzina di Salerno che l’anno successivo, con mia grande invidia, se ne tornò in Campania. Noi tre, nella mia classe, eravamo i più “attenzionati”. Ricordo che ci controllavano la testa per almeno venti minuti di fila. Un fastidio enorme, considerando i miei capelli mossi, folti e neri. Me li riducevano in un groviglio pur di riuscire, senza successo, a trovare un pidocchio o un singolo uovo che potesse far loro esclamare: “Eh infatti, vedi! E’ da qua che arrivano“. E questo perché avevo tanti capelli? Ovviamente no, considerando che c’era una mia compagna che aveva la capigliatura più folta e ribelle che io avessi mai visto in vita mia. Ma lei era novarese, io no. Io ero calabrese. Peccato che loro non sapessero che mia nonna è una delle persone più fissate con la pulizia del corpo con cui io abbia mai avuto a che fare, nonostante abbia da sempre lavorato nei campi. E peccato che non sapessero che mia madre ha ereditato da lei questa mania, per cui ci “scartavetrava” testa e corpo tutti i giorni, pur di non farci prendere un pidocchio o altre cose simili. Però noi eravamo calabresi e loro che ne sapevano di tutte queste cose? Per loro eravamo gente che a malapena si lava.

Il succo di tutto ciò sta nel fatto che io non volevo stare lì, volevo tornare a casa mia. E “loro” non mi volevano lì, perché ero un essere umano, questo sì, ma troppo diverso dagli standard “locali” per poter essere accettata ad occhi chiusi. Devo ammettere che nei miei ventiquattro anni di permanenza a Novara il periodo “del disagio” fu circoscritto solo a quei primissimi anni, quelli in cui stava finendo la diffidenza verso i meridionali e stava per iniziare quella verso i migranti che provenivano dall’Est Europa, la quale lasciò poi il posto a quella odierna verso gli africani. Ma per permettere a noi meridionali di essere accettati e di integrarci diventando “normali” ci sono voluti altri capri espiatori. Diversamente la diffidenza sarebbe rimasta tale. E non perché al nord siano “freddi”, come dice un errato luogo comune, ma perché per tutti gli esseri umani è così. Ciò che non comprendiamo cerchiamo di osteggiarlo, a meno che non abbiamo i mezzi culturali, sociali e intellettivi giusti per accettarlo. Quando pochi anni fa lasciai Novara per tornare in Calabria non ero felice. Ormai amavo quella città che avevo odiato da bambina, ma che aveva saputo darmi gli strumenti giusti per diventare ciò che volevo, e che allo stesso tempo mi aveva poi accettata e “premiata” con tutto il suo calore, la sua benevolenza e il suo alto grado di progresso sociale ed economico.

Il mondo non è fermo. Il mondo gira, e non solo concretamente o scientificamente. E’ dalla notte dei tempi che gli esseri umani si spostano per le più svariate ragioni e questo fenomeno si fermerà solo quando la Terra cesserà di girare, quando l’umanità lascerà spazio al nulla. Che ci piaccia o no, le migrazioni sono un fenomeno umano che cambia e si trasforma nel corso dei secoli, ma nella sostanza continua ad esistere. Il compito di una nazione chiamata ad accogliere dei migranti è innanzitutto uno: dare loro la possibilità si sviluppare al meglio tutte quelle potenzialità che potrebbero davvero essere delle risorse per il Paese ospitante. Ma non delle risorse intese come le intendeva una certa parte politica italiana che fino a pochi mesi fa era al governo, e nemmeno dei “nemici da combattere” come li intende l’attuale classe dirigente. Quando un migrante arriva in Italia il sistema di accoglienza e di integrazione fa acqua da tutte le parti. E’ questo il vero problema che i nostri governanti devono risolvere, ovviamente supportati da un’Europa davvero efficace ed efficiente, che ad oggi però non esiste. Ed è anche questo il motivo per cui alcune Ong sono oggi alla mercé di gente senza scrupoli che lucra sulla vita delle persone. Questa gente viene letteralmente abbandonata a se stessa e anche solo pensare di poterli far diventare delle risorse diventa fantascienza. Ma basta guardare indietro di qualche decina d’anni per capire quale sia la strada giusta da percorrere. I Paesi che oggi si possono considerare economicamente i più avanzati al mondo sono quelli che in passato hanno saputo gestire le migrazioni, sono quelli che hanno controllato maggiormente i flussi migratori ma lo hanno fatto in modo “completo”, garantendo a chi poteva entrare nel Paese un’istruzione adeguata e dei percorsi formativi e lavorativi che permettessero una vera integrazione. E non solo. In questi Paesi le eccellenze, o i “cervelli” come piace dire oggi, sono proprio quelli che un tempo erano “semplici” figli di migranti. In queste nazioni lungimiranti ci sono italiani, ad esempio, che hanno raggiunto gli apici in diversi ambiti: medicina, economia, finanza. Basta guardare ad esempio al Canada o all’Australia. Il problema, in sostanza, non sono gli sbarchi. Il problema vero è ciò che accade dopo, cioè la prova dell’inefficienza del sistema italiano, che non riesce a fornire gli strumenti giusti per un’integrazione che sia degna di questo nome e che lascia in balìa del proprio destino i migranti, favorendo così criminalità, odio razziale e mancanza di integrazione.

Un governo forte, ora, dovrebbe ragionare in questo senso, dovrebbe sviluppare nuove idee e nuovi percorsi che possano portare ad una accoglienza più controllata, ma anche più proficua, innanzitutto per gli stessi italiani, e poi per i nostri ospiti. Perché se non si riesce a trovare il modo giusto per intraprendere questa strada l’unica soluzione che ci verrà in mente sarà quella di chiudere i porti, ovvero la più semplice, la più cinica e la più vergognosa. Ma prima di pensare all’apertura o alla chiusura dei porti dovremmo pensare all’apertura delle nostri menti. Dovremmo pensare che è vero, hanno un’altra religione, un altro colore della pelle e un altro modo di vivere, ed è anche vero che tra loro ci sono dei criminali, ma di criminali ce ne sono anche tra “noi”, di ignoranti ce ne sono anche tra noi, di inetti ce ne sono anche tra noi. E ce n’erano anche tra noi meridionali che fino all’inizio degli anni ’90, nel nord Italia, eravamo visti come degli “appestati”, come dei mafiosi, come dei selvaggi senza arte né parte.