Violenza simbolica e povertà antropologica: la riflessione del sacerdote Alain Mutela Kongo

Il 19 novembre si celebra la giornata mondiale dei poveri, ecco la toccante riflessione del sacerdote Alain Mutela Kongo sui concetti di violenza simbolica e povertà antropologica

bambini-povertà-italiaPer volere di Papa Francesco, domani si celebrerà in tutto il mondo la giornata dei poveri. Riportiamo di seguito le parole scritte dal sacerdote  Alain Mutela Kongo, in merito ai concetti di povertà antropologica e violenza simbolica:

Papa Francesco ha voluto che si celebri, ogni 19 novembre, la giornata mondiale dei poveri. Coloro che da tanti secoli oramai subiscono quello che Pierre Bourdieu chiamerebbe: “violenza simbolica”, cioè quella che si patisce, ed alla quale la vittima partecipa attivamente, ma inconsciamente. Spieghiamo meglio: la violenza simbolica viene inflitta, con metodi cognitivi sofisticati, alla vittima, la quale, a sua volta, collabora per la riuscita di questo meccanismo di dominio e di sua sottomissione. La vittima diventa complice della propria sottomissione senza porre un atto consapevole e deliberato, ma maturando una accettazione meccanica ed involontaria relativa ai rapporti sociali basati sul comando ed obbedienza. La violenza simbolica, contrariamente a quella fisica, è sottile, subdola ed invisibile. Per questo motivo, essa è la più efficace, duratura e, di riflesso, non ci si libera tanto facilmente da essa. La suddetta violenza simbolica ha come effetti: la produzione delle frustrazioni, complessi di inferiorità da parte del soggetto dominato ed in più costringe a negare le potenzialità positive della verità di quello che si è, del proprio universo socio-culturale, categoriale e mentale, fino a diventare un rinnegato, un ripetitore meccanico di quello che dicono gli aguzzini socio-culturali, che esercitano appunto la violenza simbolica sui loro bersagli. Di conseguenza, la vittima va distruggendo, senza rendersi conto, la genuinità della sua identità socio-culturale, accettando i modelli di comportamento impostigli dal dominatore. La si chiama simbolica, perché non viene esercitata con la forza fisica, ma con dei discorsi apparentemente dolci e convincenti, da parte di un singolo o di un gruppo dominante, riguardanti la propria visione del mondo, la quale viene incorporata ed inculcata nell’alienato (obbedienza somatica). Il dominato, dall’incorporazione della visione del mondo del dominante, passa all’assimilazione della medesima fino a farla diventare la sua stessa struttura cognitiva, mentale (obbedienza psicologica). Di riflesso, l’alienato inconsapevole dà il suo “consenso” ed obbedisce ai canoni stabiliti dal singolo o dal gruppo dominante, senza porsi alcun problema. Si crea di fatto uno strano accordo tra il dominatore ed il dominato. Tali sono la particolarità e l’originalità tremendamente efficaci ed inquietanti della violenza simbolica, che provoca la povertà antropologica. Infliggere a un essere umano la violenza simbolica, vuole dire ridurlo fino ad annientarlo totalmente ed a strappargli la coscienza che egli ha di sé come di un essere particolare ed unico, e questo equivarrebbe per lui a morire. Insomma, la povertà più orribile a cui si può andare incontro non è solo quella materiale, ma si ha infatti anche quando una persona non è compresa e le viene tolto del tutto il diritto di esternare le proprie idee, di raccontare la propria esperienza di vita, di prendere la propria coscienza storica e costruirsi un futuro armonioso. Si tratta della miseria ostica e peggiore, cioè quella antropologico-culturale. Ora, guardando la realtà africana e volendo dire qualcosa sulla miseria degli africani, dico, con Engelbert Mveng, che la povertà di cui soffre l’uomo africano di ieri e di oggi non è solo socioeconomica, ma essa è antropologica; è tutta la sua persona che è stata negata e continua ad essere tarata. Dunque, il povero africano ha bisogno di essere raddrizzato, dopo le umiliazioni della tratta, del colonialismo di ieri e tutt’ora in atto. Realtà orribili, orchestrate dalle potenze oscure con la complicità, diretta o indiretta ma sempre colpevole, degli Stati a livello locale e planetario. Una logica diabolica che costringe donne e uomini, bambini e giovani a scappare dalla morte, per poi sperimentare la brutta esperienza nelle prigionie nordafricane oppure nel cimitero “acquatico”, chiamato mare Mediterraneo. Ciascuno di questi esseri, si immedesima col salmista, della Bibbia, implorando: getto lo sguardo verso il mare, «da dove mi verrà l’aiuto?» (Sal 121 [120], 1). In un contesto in cui la cattiveria è tiranna, che bisogna fare perché trionfi la vita sulla morte? Per raddrizzare il centro di gravità della storia dell’uomo africano e uscire vittoriosi da questa lotta per la vita, suggerisco, con Oscar Bimwenyi Kweshi, queste due possibilità: 1) la preghiera e 2) il lavoro. La preghiera perseverante non costituisce l’oppio del popolo e nemmeno una fuga dalle battaglie che si fanno in città per il riscatto del proprio popolo. La preghiera d’intercessione contribuisce efficacemente all’esito finale riguardo la vittoria della vita sulla morte (cfr. Es 17, 8- 16) . Ed infine, va notato che anche il lavoro è una forma sostanziale di preghiera e perciò un’arma efficace di liberazione. Si tratta infatti di umanizzare la natura, per rendere il cosmo uno spazio armonioso e vivibile per tutti gli esseri. Lavorare la terra serve a garantire il cibo a tutti e diminuire l’avanzata della fame e della mortalità nei nostri ambienti ed assicurare l’acqua potabile a tutti. Iniziare la gioventù africana con i principi genuini, della saggezza ancestrale, fecondati dalla potenza del vangelo della vita, che promuove la dignità del povero. Di questa iniziazione all’amore ed alla vita buona, l’Africa ed il mondo hanno bisogno oggi, perché sia disarmato l’odio increscioso di chi calpesta la dignità dei vulnerabili.