Reggio Calabria, “Mala Sanitas” nel reparto di Ostetricia e Ginecologia degli Ospedali Riuniti: 3 medici condannati per la morte di un neonato che “poteva e doveva essere evitata”

Reggio Calabria, arriva la prima condanna per tre medici dopo il maxi scandalo che un anno fa ha travolto il reparto di Ostetricia e Ginecologia degli Ospedali Riuniti

LaPresse/ Adriana Sapone

LaPresse/ Adriana Sapone

Il Tribunale di Reggio Calabria ha dichiarato “colpevoli” tre medici degli Ospedali Riuniti per gravissimi reati: si tratta di Giovanna Tamiro, Pasquale Vadalà e Daniela Manuzio, condannati a tre anni e mezzo di carcere ciascuno oltre al pagamento delle spese processuali. I tre medici erano imputati di reati gravissimi per fatti accaduti nell’autunno 2010 nel reparto di Ostetricia e Ginecologia. Ecco i capi d’imputazione:

  • CAPO A) reato di cui all’art. 40, comma 2, 113 e 589 c.p., perché, nelle rispettive qualità, il Vadalà di dirigente medico in servizio presso il reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria, la Manuzio, quale medico di turno nella mattina del 20 09 2010 e la Tamiro quale ostetrica di turno nella notte tra il 19 settembre ed il 20 settembre, poi rimasta in servizio il 20.09.2010 sino alle ore 12.44, per colpa non lieve, consistente in noncuranza, ignoranza e negligente adempimento dei doveri professionali, così come risultante dalle seguenti condotte omissive, causavano, operando in cooperazione colposa, il decesso di Domenico Opinato, figlio di Giuseppe Opinato e Daniela Occhibelli, evento che avevano l’obbligo giuridico di impedire. Specificamente, in relazione alla paziente Daniela Occhibelli , primipara alla 38ª settimana di gravidanza, ricoverata in ospedale sin dalla mattina del 19 settembre quando aveva rotto le acque, spostata nella notte dapprima in sala travaglio (ove veniva effettuato intorno alle ore 7.00 l’ultimo monitoraggio) e poi nella prima mattina del 20 settembre in sala parto, la Tamiro ometteva di compiere dopo le ore 7.00 ulteriori monitoraggi del battito cardiaco fetale con il cardiotografo, limitandosi alla mera auscultazione con stetoscopio, i dottori Vadalà Manunzio si disinteressavano del tutto di verificare l’andamento del travaglio e di controllare l’effettuazione dei tracciati: le condotte omesse impedivano di cogliere i segni della sofferenza fetale (durata a lungo, almeno un’ora) che provocava, per ipossia e già in utero, data l’assenza di tumore da parto, la morte del feto (poi constatata alle ore 10.50 al momento dell’espulsione), evento morte, che avrebbe potuto, con criterio di elevatissima probabilità prossimo alla certezza, essere scongiurato se fosse stato effettuato il monitoraggio del battito cardiaco o se fossero stati colti dall’auscultazione i segnali della sofferenza fetale, con conseguente effettuazione del taglio cesareo d’urgenza che avrebbe evitato la morte.

  • Capo B) – reato di cui agli artt. 61, nr. 2) 110 c.p., 476, comma 2 e 479 c.p. per aver, in concorso tra loro ed al fine di conseguire l’impunità per il reato di cui al capo a), nelle qualità ivi descritte, formato nell’esercizio delle loro funzioni, un atto pubblico avente fede privilegiata parzialmente falso nonché per aver falsamente attestato in detto atto fatti che l’atto era destinato a provare. Specificamente, nel costituire la cartella clinica nr. 1749 relativa al ricovero di Daniela Occhibelli, formavano due tracciati cardiotografici (quello contrassegnato dai fogli 31281, 31282 e parte del 31283 apparentemente riferito alla Daniela Occhibelli ed apparentemente effettuato dalle ore 9.10 alle ore 9-.6 del 20.09.2010 e quello contrassegnato dai numeri 31284, 31285, 31286 e parte del 31287 apparentemente riferito alla Daniela Occhibelli ed apparentemente effettuato dalle ore 9.59 alle ore 10.43 del 20.09.2010) costituenti parte integrante della cartella, materialmente falsi, perché effettuati ad altra gestante e perché oggetto di taglio (per cinque cm il foglio 31283 e per due cm il foglio 31284) nella parte destinata al nome della paziente, che nel tracciato delle ore 9.59 veniva apposto sull’ultimo foglio; poi, sottoscrivendo la cartella, falsamente affermavano che: alle ore 9.00 del 20.10.2010 la Occhibelli era stata sottoposta a tracciato (circostanza con vera); il liquido amniotico al momento del travaglio era chiaro, circostanza questa che non poteva essere accertata, almeno a partire dalla ore 8.00 del 20.09.2010, quando la testa fetale, risultando ben adattata allo stretto superiore del bacino, sicuramente impediva la fuoriuscita di liquido; le acque posteriori al momento del parto erano chiare, con assenza di meconio, circostanza questa impossibile da verificarsi, risultando dall’autopsia la presenza di meconio nei polmoni del feto.

Così il giudice Lucia Delfino ha deciso di condannare gli imputati a 3 anni e 6 mesi di carcere ciascuno, al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili da liquidarsi in separata sede in solido con il responsabile civile Azienda Ospedaliera Bianchi Melacrino Morelli, al pagamento di una provvisionale liquidata, per ciascuna parte civile, in € 75.000,00 sempre in solido con il responsabile civile Azienda Ospedaliera Bianchi Melacrino Morelli, e alla rifusione delle spese processuali sostenute dalle parti civili che si liquidano in complessive € 4.100,00, oltre rimborso spese generali nella misura del 15% dei compensi, CPA ed IVA se dovute per legge, riservandosi in 90 giorni il deposito della motivazione.

Questa sentenza potrebbe avere importanti ripercussioni sul principale troncone del processo “Mala Sanitas” che un anno e mezzo fa ha scosso la città evidenziando le condotte illecite che in molti casi hanno compromesso la salute di partorienti e nascituri presso il reparto di Ostetricia e Ginecologia degli Ospedali Riuniti. Per quel processo sono stati rinviati a giudizio 12 medici accusati di reati gravissimi come associazione per delinquere, interruzione della gravidanza senza consenso della donna, falso ideologico e materiale, soppressione, distruzione e occultamento di atti veri.