Messina: Rettorato gremito per il convegno “Giovani e Mafie: prevenzione, reclutamento e strategie di contrasto”

Ieri a Messina il convegno “Giovani e Mafie: prevenzione, reclutamento e strategie di contrasto”, il IV seminario organizzato nell’ambito del progetto “Le(g)ali si può”

università messina (3)Dispiegare un filo conduttore che, analizzando da diverse angolazioni le tante sfaccettature della mafia, cerca di offrire una panoramica del rapporto tra criminalità organizzata e giovani con l’obiettivo di allontanare questi ultimi dalla cultura mafiosa. E’ questo il principale scopo del ciclo di seminari previsto nell’ambito del progetto “Le(g)ali si può”, finanziato dal Piano Azione Coesione “Giovani no profit” dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’iniziativa, giunta al suo quarto appuntamento, si è concentrata in particolare sulle norme nazionali ed europee tutela dei minori, le misure per depotenziare e contrastare la criminalità organizzata, i rapporti tra giovani, mafie e società civile, il ruolo del volontariato e dell’associazionismo nei quartieri difficili, il supporto dei centri educativi per minori e famiglie. Il seminario “Giovani e Mafie: prevenzione, reclutamento e strategie di contrasto”, in programma ieri mattina, ha gremito di giovani studenti universitari e allievi dell’Istituto “Verona Trento” l’Aula Magna del Rettorato in cui si sono alternati gli interventi di illustri relatori come l’europarlamentare e magistrato Caterina Chinnici, già a capo del Dipartimento per la giustizia minorile, il dottor Mario Schermi, formatore dell’Istituto Centrale di Formazione del Dipartimento di Giustizia Minorile, il professor Giovanni Moschella presidente del “Centro Studi e ricerche sulla criminalità mafiosa e sui fenomeni di corruzione nella P.A.” dell’Università di Messina, il professor Dario Caroniti, direttore del Centro di Orientamento e Placement dell’Ateneo peloritano, Angela Rizzo presidente dell’Associazione Cameris e Tino Cundari, vice- presidente della cooperativa sociale C.A.S. I lavori, moderati dalla giornalista Francesca Stornante, sono stati introdotti da Giulia Colavecchio dell’Associazione Bios, ente capofila del progetto. “La presenza di così tanti giovani è un premio per chi cerca di tramandare un’esperienza e un vissuto che siano simbolo della lotta alla mafia – ha esordito Caterina Chinnici - il fenomeno del coinvolgimento di minori in attività criminali è in gran parte italiano e tipico delle regioni del Sud Italia, anche se non bisogna sottovalutare quanto siano a rischio centinaia di minori migranti spesso sfruttati per commettere illeciti di diversa natura. E’ proprio su questo che si stanno concentrando le ultime direttive europee in materia di minori”. A illustrare, invece, le più recenti normative in tema di contrasto alla criminalità organizzata, con un focus sul ruolo giocato dalla formazione è stato il professor Giovanni Moschella “L’Università ha una funzione centrale nella lotta alla mafia e nella promozione della cultura della legalità e del merito, quella di Messina ha scelto di  formare professionisti nel settore dell’Amministrazione e della gestione dei beni sequestrati alla mafia cercando di rafforzare l’idea che bisogna smantellare il potere economico della criminalità organizzata e ridurre il suo consenso creando invece opportunità, occupazione e iniziative sociali”. Il collega Dario Caroniti si é invece soffermato sull’essenza della mafia e sulla differenza tra giustizia e legalità “La definizione di mafia – ha precisato Caroniti - trova le sue origini nel concetto di ingiustizia e per contrastarla non basta il rafforzamento dello Stato o il concetto di diritto, ma è necessaria una vera e propria elaborazione del principio di giustizia, su questo deve essere basato il contrasto alla mafia”. A raccontare le storie di “ragazzi di mafia” è stato Mario Schermi che si è concentrato invece sulla necessità che la società civile, attraverso percorsi concentrati sull’individuo, si contrapponga alla cultura della “mafiosità” sempre più imperante ai giorni giorni rispetto alla classica accezione di mafia. “Bisogna far capire ai giovani che esiste un’altra strada – ha detto Angela Rizzo di Cameris – che sia possibile credere e realizzare qualcosa di buono, bisogna farlo creando aggregazione soprattutto nei quartieri più difficili dove chi è più fragile deve sentirsi parte di un tessuto sociale inclusivo”. Ad elencare i numeri dei tanti giovani che in città frequentano i centri di educazione per minori e famiglie e stato Tino CundariSi tratta di circa 240 minori seguiti da 72 operatori, una spesa complessiva di 10 mila euro al mese per una funzione che e tra le più delicate, ovvero quella di insegnare l’esercizio della cittadinanza attiva, la difesa dei diritti e dei beni comuni, incentivare i giovani ad un percorso virtuoso che non insegni l’assistenza, ma l’emancipazione”.