Ceccato 98 – Traguardo

ceccato 98di Enzo Cuzzola - Giornali, radio e televisione, davano ampio risalto alle notizie del Giro di Italia. Il pomeriggio, ci radunavamo davanti la sala da barba di Vincenzo, che metteva la radio a valvole a tutto volume, per ascoltare la radiocronaca dell’arrivo. Tifavamo tutti per Adorni. Era il nostro campione e, come tutti i bambini, volevamo emularne le gesta. Nel branco eravamo circa una dozzina, ma disponevamo di tre biciclette e mezza. Una era stata regalata nuova, da suo padre che faceva il piccolo imprenditore edile, a Lorenzo, le altre erano state recuperate dai giovanotti del paese in città, dismesse da famiglie ricche al primo capriccio dei figli. Le avevano sistemate, alla meno peggio, grazie anche alla disponibilità di don Ciccio, il meccanico del paese, e ce le avevano attribuite in dotazione. Mancavano quindi gli strumenti per emulare i nostri campioni con la bicicletta. Allora si sopperiva con il gioco del traguardo.

A traguardo si giocava, contrariamente ai bambini di città, con la “bergamottedda” o con la “aranghedda” (il cascolo di bergamotto o arancio amaro). Si tracciava nel viottolo in terra battuta, che conduceva alle case coloniche dei Musitano, una sorta di pista, simile ad un autodromo. La pista era larga una diecina di centimetri e delimitata da un  solchetto di sabbia. Si toccava con le mani per stabilire la priorità alla partenza, poi si tirava. Il dito pollice, trattenuto dall’indice ed improvvisamente rilasciato, come il cane di un fucile, lanciava il “bergamotteddo” dei vari concorrenti. Vinceva chi arrivava primo al traguardo, senza uscire di pista, nel qual caso sarebbe stato eliminato.

Ci giocavamo fino a quando faceva buio. Non ci servivano bici nuove, non ci servivano le biglie in vetro, per giocare. Serviva solo molta fantasia ed allegria. Di quelle eravamo ricchi.

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