Ceccato 98 – Profumo di vita

ceccato 98di Enzo Cuzzola - Con l’avvento della primavera inoltrata, tutto il viale, che da casa mia conduceva alla chiesa di San Nicola, si riempiva, soprattutto la sera, di un inebriante profumo di zagara. Il muro di cinta del giardino dei Musitano, lungo il quale correva la condotta del Consorzio irriguo del Calopinace, era scandito, ogni tre metri circa, da alberi di arancio amaro. L’arancio amaro veniva utilizzato come portainnesto per la piantumazione del bergamotto, per cui ogni giardino di bergamotto veniva delimitato da detti alberi, dai frutti  assolutamente incommestibili ma dalla utilità incommensurabile, soprattutto per la coltivazione del nostro oro verde.

Quel profumo mia piaceva moltissimo, mi estasiava e mi trasferiva una frenetica voglia di stare all’aperto, di giocare, di vivere, ed una sana allegria. Quel profumo nell’aria, frutto della fioritura degli alberi, rappresentava il profumo della speranza, dei contadini in un raccolto abbondante. Era lo stesso profumo che emanavano le pastiere fragranti di forno, sprigionato dal neroli che veniva utilizzato dai pasticcieri.

Una educatrice mi aveva spiegato che il fiore di arancio è il simbolo della innocenza ed il suo profumo è il profumo delle vergini. Per me era il profumo della vita.

La primavera ed i primi caldi avevano allentato la morsa dei miei genitori e di quel sant’uomo del mio medico curante. Passavo qualche ora all’aria aperta e la cosa mi trasmetteva tanta allegria. Non mi pareva vero che stessi male, mi convincevo giorno dopo giorno che, forse, i medici avevano sbagliato diagnosi. I medici, dal canto loro, quella diagnosi la confermavano e ribadivano continuamente. Non avrei superato l’età dello sviluppo.

Non ci credevo, perché assaporavo ogni giorno e godevo tutto il bello che mi stava attorno. Quel profumo di zagara era quello che ci voleva. Non c’era medicina eguale: più stavo allegro, più stavo bene, più stavo bene, più stavo allegro.

Ne parlai con il mio medico. Ammise che la migliore medicina nel mio caso era quella di vivere una vita normale, sia pure con qualche precauzione, e di pensare al futuro. Allora decisi di collaborare anche io alle mie cure, ogni sera, prima di rientrare a casa, una boccata di quel profumo di speranza, profumo di vita.

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