Ceccato 98 – Motocarro rosso

ceccato 98di Enzo Cuzzola - Si era appena conclusa la tornata elettorale che aveva visto vincere la Democrazia Cristiana di Moro, mentre secondo era il Partito Comunista di Togliatti e terzo il Partito Socialista di Nenni. Il primo maggio, i grandicelli della parrocchia si preparavano per la classica scampagnata, mentre noi piccolini rimanevamo, a malincuore in casa con i genitori. Avevamo tutti quanti il muso lungo, ma tant’era non c’era molto da fare.

Mio cugino Nino era il divertimento di noi ragazzi. Nino, che era un uomo alquanto tarchiato ma di una forza eccezionale, d’inverno, quando l’Asparella si ingrossava impedendo il transito ad uomini e mezzi, indossava un paio di galosce (gli arrivavano all’inguine), che gli erano stati dati in dotazione dalla impresa per la quale faceva il cantoniere, e poi faceva la spola tra le due sponde portando in spalla donne, uomini, giovani, vecchi o bambini. Ad ogni trasporto portato a termine scoppiava l’applauso e giù un bicchiere di vino. Quel pomeriggio del primo maggio, aveva optato per il riposo anche egli, che di solito in una giornata lavorava quanto a due tre persone. Vide noi piccolini che eravamo tristi per la giornata di scampagnata, passata in casa. Montò sul motocarro le centine alte, che ne facevano il cassone una sorta di recinto. Ci caricò sopra, almeno in quindici, infine, montò alcune bandiere rosse e si mise alla guida.

Ci portò a Vinco dove il Partito Comunista festeggiava il primo maggio. Il viaggio, su per le salite attraverso Cannavò Alto e Pavigliana, fu bellissimo, l’aria ci soffiava in faccia piacevole, mentre noi osservavamo il paesaggio oltre modo bello. Più si saliva più si vedevano Reggio ed in lontananza, dall’altro lato dello stretto, Messina, era incantevole. Arrivammo lì e senza farci scendere dallo “zacconu” (recinto per animali), nel quale cautamente ci aveva relegati, ci fece assistere alla festa dei lavoratori, che sventolavano bandiere rosse e cantavano bella ciao. Fu una bella gita.

Tornammo a casa al tramonto. Raccontai ai miei della gita e della festa. Chiesi a mio padre cosa ne pensasse di quella festa dei comunisti, sapendo che lui aveva votato per il Movimento Sociale. Mi disse che la festa dei lavoratori non aveva colore. Ma non avevano colore neanche tutti quei lavoratori in festa. Erano nostri fratelli ed erano tutti grandissimi lavoratori, come del resto Nino e suo cognato Demetrio, che votavano Partito Comunista, ma lavoravano come matti per mantenere le loro famiglie. L’uomo, mi disse, non si giudica per chi vota e non importa per chi vota. L’uomo si giudica dalla sua onestà e laboriosità. Concluse che, quel pomeriggio, avevo avuto la fortuna di conoscere tanti grandi lavoratori, laboriosi ed onesti, e che avrei dovuto imparare ad ammirarli e rispettarli sempre, come avrei dovuto sempre celebrare la “festa dei lavoratori”. La festa della gente onesta.

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