Ceccato 98 – Lo sposalizio della mucca

ceccato 98di Enzo Cuzzola - Capitava spesso, sempre più frequentemente da gennaio ad aprile, di veder passare per strada i contadini che tiravano una mucca dalla corda. Passavano la mattina e poi ritornavano nel primo pomeriggio verso le loro case, nella parte alta del paese. Chiesi a Vincenzo, il barbiere, dove portassero quelle mucche. Mi rispose che le portavano a sposarsi, con il toro di mio zio Vincenzo. Nella stalla di zio Vincenzo, infatti avevo visto, tenuto in disparte, un bell’esemplare di toro. Lo teneva per fecondare le proprie mucche. Avrebbero fatto nascere i vitelli, che appena svezzati sarebbero stati venduti ad altri allevatori, mentre le mamme avrebbero dato il buon latte per le famiglie.

Quel sabato mattina, essendo la scuola chiusa per le votazioni, mi ero piazzato sulla seconda poltrona del barbiere, a leggere, o almeno cercare di farlo, il giornale e ad osservarlo lavorare e sentire le conversazioni con gli uomini del paese. Da quella poltrona si apprendevano tante cose, ma si imparava anche a capire il genere umano. All’improvviso dallo specchio vidi un contadino tirare la sua mucca. Vincenzo disse la porta al toro. Salutai ed andai a chiedere il permesso a mamma di andare alla stalla di zio Vincenzo. Mi disse che non dovevo disturbare ogni giorno. Ma mi accordò il permesso con piacere, in fondo anche lei amava gli animali come il fratello ed era contenta che “affascinassero” anche me.

La mucca venne legata ad un palo, mentre il toro fu lasciato libero. Zio Vincenzo mi spiegò che i contadini portavano la mucca al toro per ingravidarla, quando questa era irrequieta, il che voleva dire che era in calore e quindi pronta per la monta. Ma quella volta il toro non ebbe un lavoro facile, perché la mucca era giovenca e faceva resistenza.  Zio Vincenzo mi spiegò anche che se la monta fosse andata a buon fine, cioè se la mucca fosse stata ingravidata, allora il contadino avrebbe portato al toro un sacco di fave, in segno di riconoscenza. Ma purtroppo l’impresa non sempre riusciva.

Il pomeriggio raccontai la cosa agli amici di Vincenzo, al salone, uno di loro disse che invidiava il toro, in quanto “futti, mangia e mina puntati o muru”. A me per la verità il toro era sembrato un gran lavoratore, al contrario di quel giovinastro.

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