Ceccato 98 – L’ape benedetta

ceccato 98di Enzo Cuzzola - Quel pomeriggio papà era andato via appena pranzato. Era venuto a prenderlo il meccanico del paese ed erano andati via assieme a bordo della vespa del meccanico. Mi sembrava strano che papà fosse andato via con il meccanico, lasciando parcheggiata davanti casa la ceccato 98.

Il meccanico era un uomo molto preciso. Era coetaneo di mio padre, il quale raccontava che, lo stesso, aveva imparato il mestiere per corrispondenza, studiando sulle dispense della scuola radio elettrica di Torino. Aveva imparato a riparare vespe, api e motociclette. Ma sapeva anche riparare radio, televisori e giradischi. Tutti prima o poi avevamo bisogno dei suoi servizi. Abitava alquanto fuori dal centro abitato, nel bel mezzo di un giardino ai piedi di un serro. Alla sua officina si arrivava attraverso il vallone Mati e dopo un percorso ulteriore su una viuzza sterrata. A noi bambini del paese piaceva, nei pomeriggi di tempo bello, fare una puntatina sino alla sua officina per osservarlo lavorare. Non si infastidiva mai, purché rimanessimo a debita distanza, dato che temeva potessimo infortunarci, e si intratteneva in conversazione con noi, spiegandoci cosa faceva, mentre lavorava.

All’imbrunire mio padre rientrò a bordo di una ape. Era un mezzo strano, una sorta di motocarro con una cabina, atta a riparare il conducente dalle intemperie. In giro ce ne erano tante, anche il lattaio compare Nino Branca ne aveva una. Disse che il meccanico gliela aveva procurata di seconda mano, a buon prezzo ed in buone condizioni, dato che era stata provata, revisionata e collaudata dallo stesso, comunemente ritenuto persona molto seria e professionale.

Spiegò che quella annata la raccolta dei bergamotti era durata a lungo ed aveva guadagnato bene. Allora dato che era stanco di andare in giro con la moto a consegnare le bombole, prendendo un sacco di freddo, decise di investire in quel mezzo. Gli avrebbe consentito non solo di fare il suo lavoro in modo più agevole, ma anche di guadagnare qualche lira in più, magari facendo qualche trasporto di merci su commissione.

Chiese a zio prete se non fosse il caso di benedirla. Questi rispose che era già benedetta perché frutto di duro lavoro. In cambio benedisse mio padre, dicendo che ne aveva bisogno, perché sono gli uomini ad essere benedetti dal Signore e non le cose. Poi gli raccomandò di recitare qualche imprecazione in meno e qualche preghiera in più. Mio padre annuì, pendeva dalle labbra del fratello sacerdote.

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