Ceccato 98 – Il sarto

ceccato 98di Enzo Cuzzola - Avevamo ricevuto l’invito per il matrimonio di uno dei fratelli di compare Alessio, papà era molto contento di quell’invito, perché teneva tanto alla famiglia di suo compare. Decise che al matrimonio saremmo andati lui, mamma ed io, anche perché bisognava preoccuparsi di andarci ben vestiti e del regalo. La cosa per la nostra famiglia non era semplice. Mamma tirò fuori dalla “cassa” (baule nel quale custodiva gelosamente la dote) una “pezza” di stoffa che le avevano inviato le sorelle dall’America. La consegnò alla “maestra” (insegnate di cucito) di mia sorella Marisa, che le avrebbe confezionato un bel vestito, grazie al cartamodello scelto su una rivista di moda femminile.

Papà aveva un bel vestito confezionato dal sarto nel 1953, esattamente dieci anni prima, più volte riassettato più volte allargato, ma ormai non gli andava più. Allora dovette comprare un nuovo taglio, andai con lui, sulla ceccato 98, rispolverata grazie al tepore primaverile. In una traversa della via Aschenez, vicino la ormai nota pasticceria Macheda, nella quale sostammo per la solita susumella della quale andavo ghiotto, vi era un negozio nel quale vendevano stoffe per abiti maschili e femminili. Lì ci raggiunse il sarto, un bravo uomo, amico di mio padre, assieme scelsero il taglio di stoffa. Lo scelsero di ottima stoffa inglese, fresco di lana. Avrebbe dovuto durare per almeno altri dieci anni, grazie alle sapienti “manutenzioni” del sarto. Mercanteggiarono a lungo sul prezzo, alla fine fu il sarto a mettere la parola fine al mercanteggio “tagliando a metà la differenza tra prezzo offerto e prezzo domandato”, era un’arte anche quella.

Papà pagò senza battere ciglio. Sapeva affrontare i problemi e le avversità, senza mai far trapelare le preoccupazioni che portava in cuore, ma io, avendo ascoltato le sue conversazioni sull’argomento con mia madre, capivo che, alla fine, si era lasciato convincere a quella spesa, solo perché l’abito vecchio ormai non ce la faceva più a contenerlo.

Passammo dal negozio del sarto. Un sottoscala tre metri per tre, con piccolo spogliatoio e gabinetto annesso. L’aiutante del sarto era un giovane un pochino “faseso” (strano) ma anche egli molto abile e cortese. Prese le misure a mio padre. Poi aprì il taglio di stoffa, la osservò, poi osservò me ed esclamò “il giovanotto viene al matrimonio?”. Mi padre mi invitò a rispondere. Al mio sì, il sarto sorridendo e battendo una sola volta le mani, come in segno di magia, disse “allora anche il giovanotto ha bisogno del vestito”. Disse a mio padre che la stoffa sarebbe bastata per il suo vestito e, con un abile taglio, sarebbe riuscito a ricavare un vestito anche per me. Poi precisò che il suo lavoro, per il mio vestito, sarebbe stato omaggio. Era il suo augurio per un futuro ricco di successi e, magari, tanti bei vestiti, che ovviamente avrei dovuto farmi confezionare dallo stesso.

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