Ceccato 98 – Terza classe

ceccato 98

ceccato 98di Enzo Cuzzola – Mangiando l’arancino di Garibaldi, sulla Secondo Aspromonte, dissi a mio padre che mi sarebbe piaciuto salire una volta anche su un treno, dato che non l’avevo mai fatto. Scesi al porto a Reggio, dove c’era la stazione marittima, mio padre propose di prendere il treno fino alla Centrale e poi da li l’autobus per il paese. Avremmo potuto prendere un autobus al porto, ma era evidente che mio padre intendeva soddisfare il mio desiderio.

Prendemmo il treno. Si saliva da un predellino in legno, che, attraverso una portiera, immetteva direttamente nello scompartimento. C’era una portiera per ogni scompartimento e per ogni lato del treno. Lo scompartimento era delimitato da quattro panche, da tre posti ciascuna, di legno contrapposte, da un corridoio centrale e dalle due porte laterali. Su ogni portiera di accesso al treno c’era scritto, in numero romano, III classe.

Chiesi a mio padre cosa indicasse la scritta III classe. Mi spiegò che la classe indicava il livello di comfort delle vetture, più alta era, meglio si stava, più si pagava. Chiesi perché avevamo preso quella classe con quelle poltrone scomodissime. Mi rispose perché avevamo fatto progressi, infatti lui aveva viaggiato, da soldato, anche nei carri bestiame.

Contraddissi mio padre. Secondo me i progressi li avremmo fatti se avessimo viaggiato in prima classe. Sorrise e mi spiegò che non era possibile, noi eravamo gente di terza classe. Quello potevamo permetterci. Gli dispiaceva non poterci dare di più.

Il treno era pieno di gente, soprattutto studenti, che tornavano da Messina ed erano diretti ai vari centri della provincia. Il treno viaggiava lentissimamente sobbalzando ad ogni scambio, tanto che per quei quattro  o  cinque chilometri impiegò 15 minuti circa, compresa la fermata alla stazione Lido. Il viaggio fu bellissimo, sulla destra il mare e lo Stretto con l’Etna sullo sfondo, sulla sinistra il lungomare, con gli alberi maestosi e variegati. Come era bella Reggio.

Fu così che sperimentai anche il viaggio in treno, vidi la mia città da una angolazione nuova ed appresi che la classe è solo una questione di soldi. Arrivati a casa tranquillizzai mio padre, che tutto quello che mi dava era più che sufficiente e gli promisi solennemente che, anche se un giorno me lo sarei potuto permettere, avrei viaggiato sempre in terza classe, ricordando di quel bellissimo viaggio fatto assieme.

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