Ceccato 98 – La raccolta dei bergamotti

ceccato 98di Enzo Cuzzola - La raccolta dei bergamotti era un rito ed una festa. Mio padre, nei pomeriggi nei quali non avevo compiti da fare o durante le vacanze, mi portava con sé, sul solito sellino posteriore della ceccato 98. Coordinava una squadra di raccoglitori composta, prevalentemente, da zingari. Quel giorno andai con lui fin dal mattino presto. Il giardino di raccolta era situato alla fine del paese, quasi al confine con San Vincenzo di Pavigliana, si arrivava da un ponticello strettissimo, costruito nell’immediato dopoguerra, giusto appena carrabile.

Il camion aveva scaricato ceste, panieri e scale, gli attrezzi per la raccolta. Mio padre fece una breve riunione impartendo gli ordini per la dislocazione, nel giardino, dei vari raccoglitori. I più anziani avrebbero curato la raccolta sul lato basso della pianta, mentre i più giovani si sarebbero arrampicati sulle classiche scale di legno a pioli per raccogliere dall’alto. Zio Cosimo, il capo degli zingari, che indossava il cappotto militare dono di mio padre, avrebbe curato di accendere e governare un fuoco al centro del giardino, badando a non arrecare danno alle piante.

La raccolta era un rito. Mio padre prestava la massima attenzione affinché i bergamotti venissero raccolti con la massima cura, per evitare che venisse disperso il loro carico di “spirito” (essenza), era proibito farli cadere ramazzando con le “forcine”, dovevano essere staccati uno ad uno dalla pianta e riposti nel paniere, foderato di iuta, poi trasportati al luogo di dislocazione delle ceste, lungo i corridoi delle “crestarie” e svuotati nelle stesse. Anche le ceste erano foderate di iuta. La iuta era impregnata dello “spirito” immancabilmente ceduto dagli innumerevoli bergamotti che vi erano transitati. Sprigionavano nell’aerea un indimenticabile profumo di essenza.

La raccolta era una festa. A mezzogiorno tutti si radunavano attorno al fuoco, sulle ceste capovolte a fungere da sedia, ognuno tirava fuori dalla borsa che portava con sé qualcosa da mangiare e la disponeva su una tovaglia da tavola appositamente portata da mio padre. Ognuno prendeva ciò che gli piaceva, indipendentemente da chi la avesse portata. I giovani mangiavano immancabilmente molto di più degli anziani, anche se portavano con sé meno derrate degli altri. Mi sembrava strano.

Mio padre, al quale chiesi perché i giovani mangiassero più degli altri, mi spiegò che gli stessi lavoravano il doppio o anche il triplo degli altri. Mi spiegò che aveva un accordo con i “Gnuri”, i proprietari del bergamotteto, per cui avrebbe pagato a tutti l’intera giornata, una volta raggiunto e superato del 10 per cento il quantitativo medio stimato per le squadre di raccolta. La sua squadra era sempre la prima nei risultati. Spiegava all’inizio della raccolta l’obiettivo giornaliero di raccolta.

Poi ognuno raccoglieva quanto poteva. alle deficienze degli anziani e malati sopperivano i giovani, per questo avevano bisogno di mangiare molto di più. Un giovane raccoglieva il doppio ed alcuni (per esempio uno zingaro sulla ventina di nome Totonno – Antonio) il triplo degli anziani, ma tutti prendevano la stessa paga. Così si poteva dare una paga a tutti anche a quelli che erano stati rifiutati dalle altre squadre perché non produttivi.

La raccolta dei bergamotti era un rito, era una festa, ma era soprattutto solidarietà.

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