Ceccato 98 – Colazione abbondante

ceccato 98di Enzo Cuzzola - Quella domenica notte avevo dormito poco. Avevo sentito nella notte prima il rumore del carretto del lattaio che scendeva in città. Avevo sentito zio prete che si alzava per prendere il primo autobus ed andare a celebrare al cimitero di Condera, di sotto in cucina aveva detto a mio padre e mia madre che mi aveva sentito agitare tutta la notte. Mio padre disse a mia madre “se si addormenta non lo svegliare per la scuola, lascialo riposare”.

Così fu. Mi svegliai dopo l’ora di entrata a scuola, il maestro Zaccaria in ritardo non mi avrebbe ammesso. Uscii per strada ma non c’era, ovviamente, nessuno dei coetanei. Il barbiere era chiuso. Decisi allora di scendere fino a Prumo alla stalla di zio Vincenzo. A piedi naturalmente, perché era inverno e di avere il permesso di usare la bicicletta non se ne parlava. Avvisai mia madre che sarei rimasto li fino alla mungitura.

Arrivai in casa di zio Vincenzo che erano le 10 circa. Concettina, mia cugina, bellissima come sempre con i suoi occhi verdi scintillanti, stava lavando i secchi da latte nel cortiletto di casa. Mi vide e mi chiese cosa facessi li a quell’ora. Mi fece accomodare in casa. Zio Vincenzo a capotavola. Lino e Nicola, i figli maschi, ai due lati. Zia Cata (Caterina) cucinava e serviva. Sulla tavola c’era una abbondanza straordinaria. Di tutto di più, pasta e fagioli, curcuci (residuo della bollitura delle frittole di maiale) fritte con uova, lardo, salame, capocollo, vino, marsala. Gli uomini mangiavano avidamente. Zio Vincenzo, che mi chiamava affettuosamente Cecé, mi fece accomodare accanto a Lino e chiese a zia Cata di servire anche me. Mangiai con loro con piacere. Era una bella famiglia. Volevo un mondo di bene a tutti loro ed ammiravo molto mio zio.

Dopo la mungitura del pomeriggio Lino prese la fisarmonica, che aveva avuto in regalo dalla sorella che stava ad Ancona ed incominciò a suonare, era bravissimo.

Tornai a casa entusiasta della bella giornata che avevo passato alla stalla. A cena raccontai del fatto che già alle nove pranzavano e che all’imbrunire, prima che mi incamminassi verso casa, si stavano accingendo nuovamente a pranzare. Dissi che mi sembrava strano che mangiassero tanto. Mio padre mi spiegò che si svegliavano alle tre di notte per la prima mungitura e quindi alle nove del mattino avevano già sulle spalle una giornata di lavoro, figuriamoci dopo la falciatura dell’erba e la mungitura del pomeriggio. Mi disse che suo cognato era un grande lavoratore ed anche i suoi figli lavoravano quanto e forse più di lui. Si vedeva che aveva una stima infinita del cognato. Infine mi disse “non guardare mai il mondo solo dalla tua visuale, cerca di metterti anche nei panni degli altri. Vedrai diversamente ciò che a prima vista ti sembra strano”.

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