Reggio Calabria, storica operazione dei Carabinieri contro la ‘Ndrangheta: 116 arresti, i primi NOMI, tutti i DETTAGLI e le FOTO

Reggio Calabria, durissimo colpo alla ‘Ndrangheta jonica con l’Operazione “Mandamento”. Oltre cento affiliati alle cosche arrestati dai Carabinieri

Ndrangheta Reggio Calabria Operazione Mandamento JonicoNel corso della notte, i Carabinieri del R.O.S. e del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito un Decreto di Fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, nei confronti di 116 persone indagate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, turbativa d’asta, illecita concorrenza con violenza e minaccia, fittizia intestazione di beni, riciclaggio, truffa e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e numerosi altri delitti collegati, tutti aggravati dalla finalità di agevolare l’organizzazione mafiosa denominata ‘ndrangheta.

Arresti 116In queste ore, oltre mille Carabinieri del R.O.S., del Comando Provinciale di Reggio Calabria, degli Squadroni Eliportati Cacciatori di Calabria, Sicilia e Sardegna e del Battaglione Calabria sono tuttora impegnati nella vasta operazione anticrimine con arresti, perquisizioni e sequestri in tutti i principali centri della Locride, ove sono stati fermati affiliati alle locali di ‘ndrangheta di Locri, Roghudi, Condofuri, San Lorenzo, Bova, Melito Porto Salvo, Palizzi, San Luca, Bovalino, Africo, Ferruzzano, Bianco, Ardore, Platì, Cirella di Platì, Careri, Natile di Careri, Portigliola, Sant’Ilario, tutte rientranti nel mandamento ionico. Arrestati anche alcuni affiliati alle locali di Reggio Calabria, cosca Ficara – Laetella e cosca Serraino e alla locale di Sinopoli del mandamento tirrenico.

I provvedimenti scaturiscono da un’indagine diretta dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria che ha consentito di iscrivere nel registro degli indagati ben 291 soggetti, ai quali sono complessivamente addebitati 140 capi d’imputazione. L’indagine, sviluppata dai Carabinieri del ROS e del Gruppo CC di Locri, ha interessato la quasi totalità delle organizzazioni criminali comprese nel “mandamento” Jonico, composto dalle “Locali” più strutturate e maggiormente legate alle tradizionali regole di ‘ndrangheta, tanto da essere considerate il “cuore” dell’organizzazione[1].

La misura, articolata in più parti, compendia ulteriori emergenze investigative del proc. 1095/10 RGNR DDA RC (già operazione c.d. “Reale”, ora integrata dalle informative denominate “Blu notte” del R.O.S. di Reggio Calabria), nonché le emergenze di altri procedimenti, tra cui il nr. 8357/09 RGNR DDA RC (c.d. operazione “Eirene”), 2406/10 RGNR DDA RC (c.d. operazione “Edera”), 5213/10 RGNR DDA RC (c.d. operazione “Intreccio”), 7300/12 RGNR DDA RC (c.d. operazione “Arcadia”) e ulteriori procedimenti. Le investigazioni hanno riguardato le cosche operanti nei tre Mandamenti in cui risulta suddivisa la Provincia di Reggio Calabria, ma principalmente il Mandamento Jonico.

L’intensa attività investigativa di questo Ufficio, denominata “MANDAMENTO” e condotta attraverso un elevatissimo numero di intercettazioni e servizi di osservazione, resi difficili dalla particolare situazione ambientale di taluni centri aspromontani, integrati dall’esame di materiale documentale e riscontri a dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ha consentito di ottenere una considerevole mole di acquisizioni investigative, alla quale si sono aggiunti gli approfonditi riscontri su taluni filoni investigativi già conclusi (indagini Meta, Solare, Reale, Crimine, Saggezza, Morsa, Acero).

Tale vasta documentazione ha, quindi, permesso di far emergere uno spaccato approfondito e completo delle dinamiche associative delle più importanti articolazioni ‘ndranghetiste.

Sono state infatti individuate le gerarchie e gli organigrammi di ogni “Locale” a partire dalla cosca Ficara – Latella, egemone nella zona Sud di Reggio Calabria, per proseguire lungo l’intera fascia Jonica (da cui il nome dell’operazione, “MANDAMENTO”) sia dei comuni rivieraschi che quelli montani, con un monitoraggio investigativo capillare e completo come mai avvenuto in precedenza.

Tale specifica radiografia investigativa ha consentito di documentare le tipiche espressioni del metodo mafioso, identificando gli autori di estorsioni, truffe aggravate per il conseguimento di erogazioni pubbliche, danneggiamenti nonché della infiltrazione negli appalti pubblici e lavori privati, i quali, per numero e estensione, costituiscono un allarmante indice del capillare e asfissiante controllo del territorio esercitato dalla ‘Ndrangheta.

L’indagine ha consentito di definire ulteriormente il complesso sistema di regole e rituali della ‘Ndrangheta, aggiornando le acquisizioni sul tema[2] provenienti dall’indagine “Crimine”, individuando nuove cariche[3], doti[4] e strutture sovraordinate[5] di cui l’organizzazione si era da ultimo dotata per migliorare la sua efficienza operativa, in linea con quanto emerso nelle operazioni “Crimine” e “Saggezza” e nella recente indagine “Mamma Santissima” del ROS[6].

In tale contesto sono inoltre state accertate le modalità di funzionamento dei “tribunali” di ‘Ndrangheta e le procedure dei giudizi sugli affiliati sospettati di violazioni, nonché le regole applicabili in caso di faida[7].

Oltre a delineare il complessivo scenario della ‘Ndrangheta nelle sue linee ordinative generali, l’indagine ha documentato distinte dinamiche associative all’interno dei principali “Locali”, particolarmente indicative del grado di pericolosità e livello di infiltrazione nel tessuto sociale/economico dell’organizzazione nelle sue strutture di base.

In particolare, con riferimento al:

‒          ruolo della famiglia “Pelle Gambazza”:

è stata confermata la centralità della famiglia Pelle e di Pelle Giuseppe “Gambazza” in particolare, non solo con riferimento al “mandamento ionico”, ma a tutta l’organizzazione a livello “provinciale”; ciò sia in relazione a problematiche associative (Pelle Giuseppe viene consultato ed assume le decisioni finali in relazione a molteplici questioni riguardanti la concessione di doti e cariche in tutta la “Provincia”, ovvero riguardanti dissidi interni anche a singole locali), sia in relazione a singole attività estorsive o comunque di infiltrazione nei pubblici appalti (quale diretto interessato e/o garante degli equilibri spartitori di tipo ndranghetistico tra le varie famiglie); sul punto, di particolare rilievo sono le intercettazioni che dimostrano la sistematica pressione estorsiva, costituita dal 10% del valore delle opere, nonché l’infiltrazione negli appalti pubblici tra cui quello relativo ai lavori della linea ferroviaria Sibari – Melito Porto Salvo nella tratta Condofuri – Monasterace del valore complessivo di 500.000,00 €;

‒          “Locale” di Locri:

è stata accertata l’operatività delle cosche CATALDO e CORDÌ, protagoniste di una storica faida iniziata sul finire degli anni ‘60 che ha insanguinato, in varie fasi, il centro locrese. L’attività ha disvelato come a seguito della formale chiusura del “Locale”, decretata alla fine degli anni ’90 dagli organismi di vertice della ‘Ndrangheta proprio a causa dell’ennesima recrudescenza della faida, le due cosche rivali abbiano raggiunto una formale pacificazione al fine di “riattivare” il “Locale” e rientrare nel consesso ‘ndranghetista da cui erano state escluse. In tale contesto sono stati individuati i dettagliati organigrammi delle due cosche e di quelle satellite[8], nonché documentato:

  • l’esecuzione di diverse estorsioni a imprese e esercizi commerciali;
  • l’infiltrazione negli appalti pubblici per la realizzazione del nuovo palazzo di giustizia[9], dell’ostello della gioventù[10], del centro di solidarietà Santa Marta[11] e di istituti scolastici, nonché nella gestione di terreni pubblici e nell’assegnazione degli alloggi popolari. In merito a quest’ultimo argomento l’indagine ha consentito di accertare le azioni della cosca CATALDO volte a conseguire il controllo di alcuni alloggi popolari in Locri;

‒          Locale di Africo:

sono state documentate le dialettiche associative e di influenza nei rapporti di alcuni “Locali”[12] di ‘Ndrangheta, risultati condizionati sia per vicinanza territoriale che per rapporti familistici. In particolare sono emersi:

  • il veto posto dal capo[13] del Locale di Africo alla riattivazione del Locale di Motticella formalmente chiuso dagli organismi di vertice della ‘Ndrangheta a seguito della faida che ha interessato quel centro negli anni 80/90, i cui strascichi non consentono, tuttora, una formale pacificazione;
  • la contesa all’interno del Locale di Ferruzzano tra due fazioni per la carica di capo Società, sfociata con scontri a fuoco per i quali si è ottenuta una aderente chiave di lettura;

‒          Locali di Platì e Natile di Careri:

è emersa la sintonia criminale tra i due Locali confinanti, nei quali spiccano le cosche BARBARO e IETTOCUA, protagoniste della totale infiltrazione mafiosa nel campo dei lavori pubblici.

In particolare, le indagini hanno permesso di accertare:

  • la turbativa di numerosi appalti pubblici nel settore delle opere infrastrutturali, indetti dai Comuni di Platì e Careri e dall’Ente Pubblico “Comunità Montana Aspromonte Orientale” di Reggio Calabria, in favore di ditte controllate dalle cosche locali, il tutto secondo logiche spartitorie dettate dagli equilibri mafiosi sul territorio tra le cosche “BARBARO” di Platì, “IETTO – CUA – PIPICELLA” di Natile e “PELLE” di San Luca;
  •  l’esistenza presso il comune di Careri di un sistema illecito di conferimento diretto e sistematico, tramite “somme urgenze”, di commesse pubbliche in favore di imprese controllate dalla cosca “IETTO – CUA – PIPICELLA”;
  • l’infiltrazione mafiosa nei cantieri per la “nuova costruzione e parziale adeguamento della ex SS. 112 Dir. SGC Bovalino – Platì – Zillastro – Bagnara”, appaltati dalla Provincia di Reggio Calabria, che furono in gran parte eseguiti da imprese edili controllate dalle cosche locali, imposte all’A.T.I. aggiudicataria della commessa pubblica[14] con il sistema dei sub-contratti per lavori a misura, per il nolo dei macchinari, per la fornitura di calcestruzzo, materiali edili e da cantiere e mediante imposizione delle maestranze; tale sistema, indispensabile per le ditte mafiose per eludere i controlli preventivi antimafia eseguiti dalla Stazione Appaltante, ha costituito per le società vincitrici della gara pubblica, l’unico modo per trovare un “accordo” con il “territorio”, sottoponendosi alla protezione delle cosche locali e limitando in tal modo i danneggiamenti nei cantieri.
  • il controllo esercitato da BARBARO Rosario detto “Rosi”, capo locale di Platì, sugli operai del “Consorzio di bonifica dell’Alto Jonio Reggino[15] i quali venivano sistematicamente e indebitamente impiegati per eseguire lavori edili di manutenzione nelle proprietà del citato esponente della ‘ndrangheta, mentre venivano retribuiti dal citato Consorzio, ufficialmente per lo svolgimento di opere di bonifica del territorio;
  •  il coinvolgimento di esponenti delle famiglie mafiose “PERRE – BARBARO” nell’indebita percezione di contributi comunitari all’agricoltura, relativi al periodo 2009 – 2013 e in truffe in danno dell’INPS di Reggio Calabria, realizzate mediante la presentazione di falsa documentazione attestante fittizie assunzioni temporanee di braccianti agricoli, al fine di ottenere il pagamento indebito di contributi previdenziali e di disoccupazione; con l’ausilio del Comando Carabinieri Politiche Agricole e Agroalimentari – Nucleo Antifrodi di Salerno, sono stati documentati numerosi casi di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, commessi mediante presentazione di falsa documentazione per il conseguimento di contributi comunitari all’agricoltura erogati dall’ARCEA (Agenzia Regione Calabria per le Erogazioni in Agricoltura).

‒          “Locale” di Ardore:

l’attivazione di una sovrastruttura intermedia, denominata “Corona” con relative cariche[16], con lo scopo di accrescere il prestigio dei 5 locali[17] che la compongono all’interno dell’organizzazione.

Nello stesso ambito sono anche stati documentati gli attriti, tra gli affiliati della Locale di Ardore (RC) e una parte della comunità Rom insediata in quel Comune, dovuti alle attività criminali predatorie poste in essere da questi ultimi in contrapposizione alla cosca di Ardore.

L’indagine ha riguardato, per una parte, anche le dinamiche interne al Locale del capoluogo reggino, documentando il ruolo di vertice di Pangallo Francesco[18] della cosca Latella – Ficara attiva nella zona sud della città, il quale:

  • ha riferito sistematicamente a Pelle Giuseppe[19] notizie coperte da segreto istruttorio veicolategli da Zumbo Giovanni[20], amministratore giudiziario del Tribunale di Reggio Calabria che, grazie a tale posizione, le aveva apprese a sua volta da ambienti giudiziari;
  • è sospettato di avere avuto un ruolo nella vicenda del posizionamento di una vettura con all’interno armi ed esplosivo rinvenuta dai Carabinieri lungo il tragitto che, il 21.01.2010, avrebbe dovuto seguire il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in visita alla città di Reggio Calabria[21].

L’indagine ha reso possibile ricondurre ad un quadro omogeneo vicende ed articolazioni solo apparentemente isolate, contestualizzandole all’interno di uno scenario nel quale la ‘Ndrangheta si afferma, ulteriormente, quale struttura unitaria, segreta, articolata su più livelli e provvista di organismi di vertice.

L’operazione conferma, ancora una volta, come le cosche della provincia di Reggio Calabria, in particolare quelle della Jonica, rimangano il centro propulsore delle iniziative dell’intera Ndrangheta, cuore e testa dell’organizzazione, nonché principale punto di riferimento di tutte le articolazioni extraregionali, nazionali ed estere.

Sotto questo aspetto, l’operazione ha senz’altro inflitto un significativo colpo alla ‘Ndrangheta, privandola degli esponenti apicali e indebolendo le sue numerose articolazioni territoriali anche grazie al sequestro preventivo di un cospicuo patrimonio – costituito da 13, tra società e imprese, nonché un complesso immobiliare – in corso di valutazione.


[1]     Sono stati censiti e identificati gli organigrammi di 23 locali di ‘Ndrangheta di cui 21 appartenenti al mandamento Jonico.

[2]     L’esistenza di un organismo di vertice denominato “Provincia”, riferimento dei responsabili di 3 “mandamenti” in cui sono stati ripartiti i “locali” del capoluogo e delle aree tirrenica e jonica e di un ordine gerarchico all’interno di tale organismo che, tuttavia, garantisce ai singoli sodalizi ampi margini di autonomia, assicurato dai tradizionali gradi (“sgarro”, “santa”, “vangelo”) e ruoli (capocrimine, mastro di giornata e contabile) nei diversi livelli dell’organizzazione.

[3]     La funzione svolta all’interno di una struttura di ‘ndrangheta dal “capo Corona” e mastro di Corona”.

[4]     Si sono acquisite notizie in merito alle nuove doti di “Cavaliere di Cristo”, “Crociata” e “Stella”.

[5]     L’esistenza di una struttura di livello sub intermedio della ‘ndrangheta definita dagli indagati  come “Corona” o “Sacra Corona” che raggruppa 5 o più Locali di minore importanza allo scopo di avere un maggior peso decisionale negli equilibri complessivi.

[6]     Operazione eseguita nel luglio del 2016 con l’arresto di insospettabili professionisti, tra cui un Senatore della Repubblica, facenti parte della struttura apicale occulta della ‘Ndrangheta, la cui esistenza era conosciuta soltanto a pochi adepti, e che opera in sinergia con l’organo collegiale di vertice denominato Provincia, alla quale fornisce indicazioni e scelte strategiche.

[7]     L’insorgere di una faida o la sua recrudescenza può comportare lo scioglimento della “Locale” da parte della Provincia quale primo passaggio per giungere ad una successiva pacificazione.

[8]     Oltre alle cosche Cataldo e Cordì anche quelle “Aversa/Armocida”, “Ursino” e “Floccari”.

[9]     Tuttora in corso, finanziato con fondi del Ministero della Giustizia, della Regione Calabria e del Comune di Locri,  importo complessivo dell’appalto €12.877.951,12, bandito dal Provveditorato Interregionale alle opere pubbliche Sicilia – Calabria.

[10]   Appalto indetto dalla Provincia di Reggio Calabria, per  un importo complessivo di € 1.878.641,87 finanziato attraverso il PON Sicurezza  2007 – 2013; appaltati dalla impresa “Scali s.r.l.”  i cui legali rappresentanti, al fine di poter proseguire ed ultimare la realizzazione dell’opera, sono stati costretti a versare a titolo estorsivo una somma di denaro pari ad € 80.000,00 in favore dei fratelli Antonio e Francesco CATALDO.

[11]   Appalto della Diocesi Vescovile di Locri – Gerace, affidataria dei lavori di “realizzazione del centro di solidarietà Santa Marta” per l’importo complessivo di € 1.314.763,96, per i quali le cosche Cataldo e Cordì hanno preteso il pagamento di una tangente.

[12]   Quelli di Condofuri, Ferruzzano, Bova e Bianco.

[13]   Morabito Rocco nato ad Africo il 13.08.1947, fratello del noto Giuseppe inteso “u tiraddrittu”.

[14]   DE.MO.TER. S.p.A. capofila fino a settembre 2011 e CUBO S.p.A. subentrata fino al 12.03.2012.

[15]   Ente con personalità giuridica pubblica.

[16]   Capo Corona, Mastro di Corona e Capo consigliere di Corona.

[17]   Ardore, Antonimina, Ciminà, Cirella di Platì e Canolo.

[18]   nato a Reggio Calabria il 09.02.1958.

[19]   PELLE Giuseppe, nato a San Luca il 20.8.1960.

[20]   ZUMBO Giovanni, nato a Reggio Calabria (RC) il 19.08.1967.

[21]   Per tale delitto sono stati processati e condannati Praticò Domenico Demetrio, Ficara Giovanni e Zumbo Giovanni.