Gioia Tauro, reintegrato un lavoratore licenziato nel 2005: ecco le parole del presidente della Coopmar

Lavoratore morto“Ci sentiamo estremamente sollevati di sapere che i diritti dei lavoratori, a Gioia Tauro, sono tutelati al limite dell’eroismo. Personalmente da Cittadino italiano sono molto orgoglioso di vivere in un paese dove la garanzia dei diritti è così tenacemente protetta. La pervicace resistenza durata quasi 12 anni, premiata con la vittoria dopo ben 4 gradi di giudizio, contro il licenziamento di un “povero lavoratore” del porto e la totale abnegazione di un intero sindacato contro un abuso prepotente, è appassionante. Mentre scrivo, infatti, soffoco a stento la commozione. Mi viene in mente, qualche giorno fa, l’incontro del Segretario Generale della CGIL Susanna Camusso a Gioia Tauro; le immagini dei ragazzi di colore della tendopoli di San Ferdinando, con tanto di bandiere, liberi e festanti davanti al palco allestito nella centrale Piazza dell’Incontro. Pare siano andati a prenderli con dei pullman… Ma chissà se tale operazione di trasporto non sia stata fisicamente svolta dal nostro “povero lavoratore” licenziato e oggi reintegrato, visto che nel tempo libero a causa del licenziamento, era stato colto in flagranza di reato e videoripreso durante un’indagine sul caporalato condotta dai Carabinieri allorchè, con un furgone, trasportava, in qualità di “caporale”, gli addetti da avviare e controllare, sottopagati e in nero, nelle campagne della piana. Un vero esempio di dedizione alla causa dell’integrazione e tutela della dignità umana e del lavoro davvero, dato che la CGIL si è così adoperata a suo favore. Ma il curriculum vita/e del “povero licenziato” che già aveva dei precedenti per furto, danneggiamento e violazione della Legge sugli stupefacenti, è di ben altro spessore. Durante una perquisizione nella casa di proprietà, scaturita per un accertamento su un allaccio abusivo all’ENEL, nel 2013, sono stati rinvenuti armi da guerra e comuni, per l’esattezza un kalashikov con tre caricatori, due carabine di precisione, di cui una con un cannocchiale capace di colpire un bersaglio a due kilometri, un fucile a pompa, altri due da caccia cal. 12, due pistole, un revolver e centinaia di munizioni; due kilogrammi di marjuana essiccata, 13 piantine di cannabis. Per tali reati è stato condannato in primo e secondo grado. Eppure per la CGIL e il brillante Legale, che ben conoscevano la storia del loro assistito, le frasi come pretestuosi motivi. Dagli atti: “non costituiscono né minacce, né ingiurie, ma costituiscono soltanto il modi di esprimersi del C.S., persona come più volte detto e non contestato sostanzialmente analfabeta, che parla esclusivamente il dialetto ed usa un lessico povero di contenuti confacenti alla sua bassissima scolarità”. Eccole: “i sordi quandu mi duni… avi du anni ki mi pigghi pu culu” “ti izu i mani e ti spaccu i corna”…. “Mi stai facendu nchianari i cazzi”…. “cca intra no ti fazzu nenti ma fora parramu i paru a paru”…. Queste sono le frasi che un soggetto a bassissima scolarizzazione, pressochè analfabeta, può permettersi di rivolgere al datore di lavoro, il quale non deve tenere conto se tale soggetto è una persona con una spiccata e pericolosa propensione criminale. Egli non sa come parla e non conosce il significato delle parole, l’importante è che il “povero lavoratore” non ecceda “per le vie di fatto” come prescrive il CCNL dei Lavoratori. Insomma, finchè non alza le mani e gli spacca la testa o riduce un colabrodo a colpi di kalashnikov il datore, può fare e dire quello che vuole in barba ad ogni elementare principio di logica subalternità funzionale tra lavoratore e superiore ancor più datore di lavoro . E neanche sono valse le contestazioni per simulazione della malattia, poi ammesse con disinvoltura dal “povero lavoratore” spontaneamente davanti al Giudice. Lo stesso impassibile giudice di primo grado che, quando ha chiesto come mai si fosse fittiziamente “buttato in malattia”, si è sentito laconicamente rispondere: “non mi dava quello che mi doveva e mi sono “buttato” in malattia… “. Anche in questo caso, per i Giudici, la contestazione è irrilevante e fuori portata. Non si può licenziare un “povero lavoratore” solo perché si “butta” in malattia, anche se tale comportamento fa lievitare ad oltre il 50% il cumulo delle ore di assenza, giusto per recare danno all’azienda e truffare l’INPS. Il licenziamento è dunque eccessivo, sproporzionato e di questo ne prendiamo tutti atto. Ed essendo una pronuncia della Cassazione una Legge a tutti gli effetti, ne devono prendere atto tutti i datori di lavoro in Italia. Di tali civili principi, siamo sicuri, il nostro paese ne godrà a piene mani. Ringraziamo la CGIL di Gioia Tauro e il suo tenace legale per averci dotato di tale illuminato sapere. Non finiremo mai di averne bisogno. I soci- lavoratori della Coopmar, quelli un po’ più scolarizzati e messi meglio in fatto di conoscenza del lessico civile, che non si “buttano in malattia”, che rispettano con stupida abnegazione il proprio lavoro e, soprattutto, pagano regolarmente le bollette della luce e non hanno strampalate manie di collezionismo armaiolo-vivaistico, dovranno pagare come tutte le persone civili il conto salato”. E’ quanto scrive in una nota il presidente della Coopmar O. Tarantino.