Reggio Calabria, Chindemi (PCI): “Falcomatà: prima il lavoro, ma a chi?”

Giuseppe Falcomatà“Un cittadino di S. Luca bacia la mano al latitante, scovato dopo 23 anni dalle forze dell’ordine, e una giovane professionista, figlia e moglie di sindaco, riceve incarichi, a chiamata diretta, da un comune, successivamente sciolto per mafia. Esiste un filo culturale fra due accadimenti che apparentemente pare non abbiano nulla in comune? Cosa induce un cittadino a rendere omaggio ad un capomafia, in modo così palese ed eclatante, se non la manifestazione clamorosamente pubblica che il riferimento “istituzionale”, in quei luoghi, non è lo Stato, colpevolmente assente, ma chi “amministra” la giustizia, in mancanza di quella pubblica, e “distribuisce” il lavoro , qualunque esso sia, in un mare di disperazione , specialmente giovanile. Il malaffare regna per la criminale latitanza dello Stato, il quale ha un interesse a tenere intere regioni nell’ignoranza e sottosviluppo, in uno con il politicume locale che, in questo stagno putrido di illegalità , al momento opportuno, pesca consensi veicolati. Quel cittadino che bacia la mano al boss catturato forse, a sua insaputa, è vittima di un sistema di cui non percepisce nemmeno i contorni. A lui forse basta ed avanza che ad un suo figlio o ad un suo parente un giorno il boss abbia risolto un problema esistenziale, procurando un lavoro che, altri, ottengono percorrendo strade meno impervie. Prima di tutto il lavoro, dice il primo cittadino, per opporsi al malaffare; certo prima il lavoro ma, dove questo scarseggia, questo sia ottenuto solo per merito e non grazie a percorsi agevolati che privilegiano alcuni a discapito di altri. Questi insopportabili privilegi, di professioni che ricevono incarichi per chiamata diretta, al di là dei meriti o avvocati che si fanno liquidare onorari approfittando del proprio ruolo istituzionale, mentre gli altri aspettano mesi, tanto disdicevoli quanto offensivi nei confronti di centinaia di giovani professionisti che non hanno sponsor politici o parentele a cui appellarsi, e tutti i baciamano del mondo, oggettivamente diventano la metafora della sudditanza e delle ingiustizie che assieme formano l’humus sul quale cresce e si alimenta il malaffare in questi nostri territori. Chi rappresenta le istituzioni, non può e non deve limitarsi a generici e rituali comunicati contro il malaffare , che sanno di antica e malinconica retorica. Chi ricopre cariche pubbliche non solo deve essere trasparente, sempre e a qualunque costo, ma tale deve anche apparire, in uno con tutti quelli che gli ruotano attorno. La trasparenza non è un concetto astratto, declamabile solo per dovere istituzionale, ma deve essere riempito, quotidianamente, di contenuti concreti riscontrabile senza ombre, oltre i rituali comunicati”. E’ quanto scrive in una nota la Salvatore Chindemi, responsabile per le politiche della Città metropolitana del PCI.