Gioia Tauro, Bilardi: “Torna ad aleggiare lo spettro dei licenziamenti di massa nel porto”

Per il senatore Giovanni Bilardi continua ad aleggiare lo spettro dei licenziamenti di massa nel porto di Gioia Tauro

Porto Gioia TauroTorna ad aleggiare lo spettro dei licenziamenti di massa nel porto di Gioia Tauro e nessuna voce istituzionale si leva dalla Calabria per chiedere conto al Governo ed al terminalista Mct su quanto si stia definendo per il futuro di quella grande infrastruttura e di chi ci lavora dentro”. Lo afferma in una dichiarazione il sen.Giovanni Bilardi, che si dice “fortemente preoccupato del silenzio che grava non solo sul transhipment ma sulla partita più complessiva e larga dentro cui sono parte essenziale per la crescita e la diversificazione specialistica dell’approdo gioiese i sistemi di rete, ferroviaria e autostradale, senza cui Gioia Tauro continuerà ad essere soltanto un luogo di transito veloce di smistamento di container, senza alcun altro valore aggiunto. Come una spada di Damocle – continua il sen. Bilardi – pende l’incertezza per la svolta che potrebbe invece giungere dall’istituzionalizzazione della ZES (Zona economica speciale), uno strumento di assoluta novità per i profili fiscali favorevoli che avvierebbe in favore degli investimenti e per le imprese locali, di cui non vi è menzione da parte del Governo che, proprio con Gentiloni, ha indicato qualche settimana addietro ai grandi imprenditori indocinesi i porti di Trieste e Genova come unici terminali verso cui indirizzare le merci in entrata nel Mediterraneo provenienti dal Sud-Est asiatico. Su Gioia Tauro, invece, neppure una parola, nemmeno un impegno che almeno confermi quel porto come unica base italiana per il transhipment, garantendo così la caratteristica naturale dell’infrastruttura, certamente un progetto di profilo limitato, ma che sia durevole e praticabile.

E invece tutto tace – continua Giovanni Bilardi – soprattutto ai piani alti della ‘Cittadella’, sede della Giunta regionale, dove questi primi trenta mesi di legislatura sembra siano trascorsi senza lasciare traccia di se. La sensazione, mi auguro errata, è come se ormai Mario Oliverio e la sua Giunta avessero deciso di gettare la spugna, di arrendersi dinanzi alle difficoltà come pugili suonati senza neppure abbozzare la benché minima reazione verso un Governo che continua a considerare la Calabria alla stregua di una Cayenna da tenere a bada soltanto con interventi di ordine pubblico, blandendo gli alleati politici e non muovendo un solo dito per spingere fuori dalle secche una ‘nave’ che si è ormai incagliata da tempo. Il presidente Mario Oliverio sta dando pessima prova di governo ed il suo esecutivo non mostra di avere quel grip necessario per mordere i problemi della regione, sottoposta a continuo oltraggio anche a causa di questa maggioranza diafana e scolorita. Io credo – sottolinea ancora il sen. Giovanni Bilardi – che proprio dalle avversità possa invece emergere un fortissimo stimolo per cambiare le cose, per riprendere il destino nelle nostre mani reclamando con gli strumenti che la democrazia garantisce un’attenzione particolare per la Calabria. Un presidente di Regione, dinanzi a questo quadro politico desolante, deve trovare l’energia necessaria per ribellarsi pubblicamente contro il Governo anziché piluccare qui e là in prospettiva qualche scambio di postazione elettorale!

Se l’on. Mario Oliverio non trova la convinzione giusta per rapportarsi correttamente e con autorevolezza con il Governo nazionale, allora, si faccia carico di presentarsi dimissionario in Consiglio regionale informando i calabresi sui motivi che impediscono a questa terra di cominciare a crescere. Uno scatto di dignità istituzionale, prima che umana – ha detto Bilardi – proprio per evidenziare l’impossibilità di imboccare vie nuove che assicurino sviluppo e ricchezza ad una regione che si vede progressivamente impoverita delle sue forze migliori, dei giovani disoccupati laureati senza i cui saperi non ci potrà essere innovazione e sviluppo. Il presidente Oliverio incarna la massima figura politicoistituzionale in Calabria ed è stato investito di un mandato popolare ampissimo, una sorta di delega in bianco sottoscritta dai calabresi con il loro libero voto. Dopo trenta mesi, però, la ‘melassa’ continua a intorpidire braccia e menti di questa maggioranza che prosegue vivacchiando alla giornata, magari deliberando qualche nomina di favore, ma che non riesce ormai, anche all’occhio del più benevolo e speranzoso cittadino, a spingere la Calabria fuori dalla crisi restituendo speranza ai cittadini”.