Crisi infinita per il Porto di Gioia Tauro: il più grande terminal commerciale del Mediterraneo non è mai realmente decollato, adesso la gogna dei licenziamenti indiscriminati

Crisi infinita per il Porto di Gioia Tauro: arrivate le lettere di licenziamento per circa 380 lavoratori. Crisi infinita per il terminal, non ha pagato la lotta

Porto Gioia TauroIl terminal container di transhipment dello scalo di Gioia Tauro vive una crisi infinita. Nel settembre del 1995 ci fu il primo attracco di una nave, la CMBT Concord, che scaricò il primo contenitore. Da allora tante sono state le speranze e le attese per uno sviluppo completo del territorio reggino e calabrese, ma di fatto, la crescita si è arenata. Crisi, cattiva gestione e ‘ndrangheta sono alla base della paralisi del Porto più grande d’Europa. Coloro che più di tutti sono andati in mezzo a questo caos sono i lavoratori: è di ieri  la notizia del licenziamento di ben 380 padri di famiglia, i quali, da qui a poco, si troveranno senza un lavoro. Chi si occuperà di loro? Chi li aiuterà? Chi li sosterrà? Il tutto sta avvenendo in un silenzio tombale da parte del sindaco metropolitano, Giuseppe Falcomatà e del presidente della Regione, Mario OliverioLa costituzione della Zes e la promessia di nuovi investimenti sono stati una vera e propria presa in giro da parte dei governi Renzi, Monti, Letta, Berlusconi.

La Calabria è malata, di una malattia che rischia di essere incurabile: aeroporto dello Stretto in crisi, aeroporto di Crotone chiuso, Porto in difficoltà, autostrada costruita con materiali scadenti. Insomma, non va nulla, non funziona nulla e quelle poche eccellenze chiudono o sono in crisi. Urge realmente uno scatto d’orgoglio dei calabresi onesti.

CRONISTORIA DEL PORTO DI GIOIA TAUROporto di gioia tauro

Il Porto di Gioia Tauro risulta essere il primo scalo italiano per movimentazione distaccando i principali porti italiani: da Taranto Cagliari, da La Spezia a Genova. Le origini dell’imponente “costruzione” sono riconducibili alla situazione confusionaria a Reggio e provincia negli anni ’60 e ’70. Determinante fu lo scoppio dei “moti di Reggio”, avvenuti per l’assegnazione del capoluogo a Catanzaro. Dopo lunghe trattative, furono adottate delle misure compensative per la mancata assegnazione del capoluogo di Regione a Reggio Calabria. Tali misure (il cosiddetti pacchetto Colombo) comprendevano: la progettazione del Polo Siderurgico reggino, che sarebbe dovuto divenire il quinto centro siderurgico italiano, la Liquichimica di Saline e la SIR di Lamezia Terme. Nessuno di queste tre misure andò a buon fine. L’area di Gioia Tauro venne in seguito designata come sede di una centrale a carbone. Essa non fu mai realizzata, per il “no” deciso delle popolazioni locali, di numerosi sindaci, movimenti ed associazioni del luogo, ma l’area interessata dai lavori, fu infine destinata ad un porto commerciale, che doveva essere volano di sviluppo per il territorio. Per la “costruzione del porto” fu letteralmente cancellata la frazione di Eranova con i cittadini costretti, grazie agli aiuti statali, a recarsi in altre città del circondario. Lo sviluppo dello Porto fu complesso e contraddittorio. Sin da subito, lo scalo, fu sotto lo scacco delle cosche della ‘ndrangheta, in particolare dei Molè e dei Piromalli. Difatti, sono all’ordine del giorno, le operazioni delle forze dell’ordine per “frenare” il traffico di stupefacenti o di sigarette di contrabbando. Ogni anno, nell’area portuale, vengono sequestrati grandi quantità di sostanze illegali che arrivano dall’Europa e Sud America. Basti pensare che, secondo studi statistici, circa il 90% della cocaina europea ha come scalo il Porto di Gioia Tauro. Numerosi sono, anche, i sequestri di merci contraffatte e di armi.