Ardente Evanescenza: il libro della reggina Giada Martino, un’autobiografia che parte dal dolore e dalla malasanità per dare un messaggio positivo

“Quando vivi un’esperienza come la mia e conosci bambini che soffrono davvero, i problemi di tutti i giorni diventano relativi. Fin quando c’è vita c’è sempre tempo”

ardente evanescenzaSi dice “Nemo propheta in patria” e forse Giada Martino è sottovalutata da molti, per il suo carattere schivo e la sua mitezza nel parlare. Ma una diciottenne così sensibile, così intelligente e così aperta al mondo, andrebbe ascoltata e riascoltata mille volte. E il suo libro letto e riletto, da posare sul comodino come una sorta di vademecum per la vita. Giada è una giovane di Sant’Eufemia d’Aspromonte, con una storia alle spalle che ha dell’assurdo e del miracoloso assieme, che parte da una vicenda di malasanità, per finire ad un medico “angelo” che trova la chiave di tutto. Una storia che ognuno di noi, a mio avviso, dovrebbe ascoltare e leggere. Il suo libro, Ardente Evanescenza, è stato presentato a Reggio Calabria il 17 maggio scorso, nella sala Spinelli dell’ospedale Riuniti.

“Si tratta di un libro autobiografico della mia esperienza in ospedale – racconta Giada - e i volontari di Abio mi hanno proposto di presentarlo proprio in ospedale, per sensibilizzare verso questi temi. Il mio libro è dedicato a tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare durante i miei vari ricoveri, soprattutto bambini. Una di loro, Valeria, non ce l’ha fatta, ma ha mantenuto la luce negli occhi e la voglia di vivere fino al suo ultimo respiro. La piccola Monica, invece, sta ancora combattendo la sua battaglia, ma mi ha insegnato che si può sorridere sempre, ogni giorno, prendendo la vita con leggerezza, ma non con superficialità. E io, che con i miei 14 anni ero la più grande, sentivo la responsabilità di farli sorridere ogni giorno”.

“Tutto è cominciato nel 2012 ad ottobre, quando ho iniziato ad avere disturbi di vista e l’oculista ha ipotizzato un problema neurologico. Gli esami che ho fatto, i quali solo molto tempo dopo si sono scoperti dei falsi positivi, hanno portato i medici ad una diagosi di miastenia, ovvero una patologia neuromuscolare. Anche i sintomi, sebbene fossero dovuti ad altro, riconducevano a quella malattia. Da quel momento ho avuto diversi ricoveri tra Roma e Milano, con conferma della patologia. Ho iniziato una fortissima cura con cortisone che è durata diversi anni. Nel corso del primo ricovero ho conosciuto Eva, una bimba di due anni, con un tumore al cervello e lei è stata la musa ispiratrice per questo libro. Ora ha sei anni e sta bene” racconta Giada commossa e positiva nonostante tutto. “Alla Casa Amica di Milano ho fatto i primi cicli di immunoglobuline e lì ho conosciuto Valeria, 21 anni. Tutti coloro che ho incontrato mi hanno trasmesso tanta forza per saper andare avanti, nonostante tutto, con il sorriso. Valeria aveva un tumore ai reni, tanta inventiva e mi ricordo che cercava sempre il sole, stava facendo il primo ciclo di radioterapia”.

Ad agosto per Giada compare un altro sintomo: la perdita della voce. Subisce quindi un altro ricovero a Milano, dove conosce Adua. “Avevo 14 anni – racconta -, ero la più grande nel reparto di neuropsichiatria infantile. Avevo la responsabilità di farli sorridere ogni giorno. Io, nonostante i sintomi invalidanti, andavo a scuola, studiavo, ma portavo occhiali bendati”. Dopo tre cicli di immunoglobuline, ad ottobre Giada ha un’altra ricaduta. C’è quindi il terzo ricovero a Milano, dove conosce Monica. “Era una bambina che faceva le mie stesse terapie – ricorda – eravamo nella stessa stanza, ma lei aveva sei anni. Mi ha insegnato a prendere con leggerezza qualsiasi cosa. Mi ha insegnato che si può sorridere sempre. Facevamo anche terapie dolorose, tipo elettromiografia agli occhi. Ho avuto sempre la mia famiglia accanto, ma cercavo in ogni modo di non trasmettere loro altra sofferenza. Quindi l’unica scelta era quella di sorridere come facevano quei bambini”.

Intanto a Milano viene eliminata la diagnosi di miastenia, dopo ben un anno e mezzo di cortisone, a quel punto risultato quasi inutile. “Mi è stato detto che il mio problema era un disturbo psicosomatico. Io e i miei genitori siamo tornati a casa sconvolti. Avevo ancora la vista sdoppiata, ma non era più competenza del Besta. Intanto un dottore di Roma stava studiano il mio caso da tre mesi. E’ un luminare che ha lavorato al San Camillo. Lo abbiamo chiamato chiedendo se poteva visitarmi, e così siamo andati da lui il 21 novembre 2013. Il dottore ha voluto parlarmi senza i miei genitori. In due ore di conversazione è avvenuto una sorta di miracolo: i miei sintomi sono spariti. Lui è un neuropsichiatra infantile e aveva capito che alla base di tutto c’era un trauma infantile, una sorta di blocco, ma io ero stata sempre positiva e non ci eravamo accorti di nulla. Ho scoperto poi, però, che questi problemi avvengono a livello inconscio, e tu non te ne rendi conto. E’ una repressione di un evento passato che non è stato elaborato”.

“Da quel momento sono stata in cura con questo medico di Roma, dove mi recavo una volta al mese. Ora abbiamo un rapporto come tra nonno e nipotina, come dice sempre lui. Il cortisone mi ha lasciato delle conseguenze a livello fisico, ma fortunatamente nulla di irrisolvibile. Quando vivi un’esperienza come la mia e conosci bambini che soffrono davvero, i problemi di tutti i giorni diventano relativi. Fin quando c’è vita c’è sempre tempo. Mi sono resa conto di quanto davvero la vita sia bella, perché si può decidere ogni giorno di alzarsi la mattina e dire ‘che bello sono vivo!’”. Un messaggio, quello di Giada, che dovrebbe arrivare al cuore di tutti noi e porci nel modo più giusto nei confronti della vita. Un sorriso, quello di Giada, che non può fare a meno di colpire l’animo di ognuno e di ridare gioia e speranza anche a chi l’ha persa.