Aeroporto dello Stretto, l’appello di una cittadina: “non chiudete lo scalo”

aeroporto dello strettoDi seguito l’esilarante lettera su facebook di una cittadina di Reggio Calabria che si firma con Lulù Pit:

Non lo chiudete, l’aeroporto di Reggio Calabria.  Non lo chiudete.  Sì lo so, che il salotto di casa mia è più grande. E vi confesso che l’applauso all’atterraggio l’abbiamo inventato noi, ma credetemi che su quella pista il pilota lo merita davvero. Anche alla partenza. Ma comunque non lo chiudete. Altrimenti come facciamo poi noi fuorisede, quando arriviamo, a sentirci dei vip? Che ancora siamo in cielo e già il comitato d’accoglienza di amici e parenti è attaccato alla vetrata del salottino dell’aeroporto di Reggio Calabria per veder arrivare l’aereo. Perché a quell’ora l’aereo è quello. E appena poi arriviamo sulla terra ferma, che siamo accolti salutati strizzati confusi e baciati dai nostri lì lì subito fuori la prima primissima porta, e non ci spostiamo e intralciamo e urliamo e disagiamo ma è tutto normale. Perché siamo a casa.  E come faremmo noi reggini soprattutto poi, a riprendere conoscenza e temperatura dopo l’atterraggio, metterci in macchina, in dieci minuti essere a casa e trovare ancora le polpette calde, per dare un senso a tutte quelle ore e quegli euro e quegli scali che ci hanno portati fin lì? Eh? E alla partenza? Vogliamo parlare della partenza? Come potremmo mai fare noi fuorisede a sentirci i paladini della correttezza quando, come me oggi, la valigia sfora solo di un chilo? E che era garbato e tranquillo il tizio del Check-in, che peccato che era tardi o al volo aprivo la valigia e due mandarini onestamente se li meritava. E come facciamo poi, sempre noi fuorisede, a prendere il sole fino all’ultimo momento? Che anche se si è fatto i fatti suoi un po’ in questa settimana, è venuto a salutarmi lì stamattina, per renderla più difficile.  E come pensate che potremmo mai fare ancora noi, a partire all’ultimo secondo e chiudere la valigia in macchina e riaprirla in aeroporto, e l’ultima cosina poi, e riapri e le caramelle al bergamotto e richiudi, e se ti dicono qualcosa per il peso togliamo lì, tranquilla. Come facciamo a fare questo, se lo chiudete l’aeroporto? E smettetela, con la storia di Lamezia. Intanto, arrivarci a Lamezia. Signore assistici, proteggici e teletrasportaci. E poi sì, menomale che c’è, ma è troppo grande e internazionale quello per riprodurre la stessa atmosfera. Come facciamo noi reggini alla fine, senza il comitato di partenza? Che c’è il Papi che parcheggia, la zia che fa la fila per il caffè, lo zio che cerca di chiudere la valigia e la mamma che ti riordina il bagaglio a mano, e la cugina e l’amica e l’amico che sono lì per farti ridere, quando c’è solo da piangere? E poi tutti riuniti, per mano, fino ai controlli di sicurezza. Che meno del 10% di quelli che siamo in fila imbarchiamo davvero poi. Gli altri sono lì solo per amare e scortare fino al metal detector. “Lu, non camminare scalza che il raffreddore viene dai piedi!”, “Ma me le hanno fatte togliere loro le scarpe Ma!!!”. E tre scalini e sei al gate. Il gate, quello lì. L’aeroporto comodo comodo a prova di nonna, il nostro. E’ che non c’è il diretto per Parigi, e a Fiumicino si perderebbe, altrimenti la mia sarebbe già venuta a trovarmi da un pezzo. Comunque tu al gate e loro di nuovo lì, alla vetrata. Che diventa il muro del pianto stavolta. E stanno lì a controllare se tutto va bene fino all’altezza di Napoli tipo. E quindi dicevo gate, passeggiatina di trenta secondi fino all’aereo, sole, sali, decolli, e foto n. 3928b dello stretto dall’alto, venti minuti, salatini, succo d’arancia, chiacchierata col vicino di posto che è di Arangea e conosce tuo cugino e sei a Roma.  C’è ancora il sole.  Caffè a Fiumicino. E fin qui va tutto bene. I cazzi vengono dopo. Per chi il viaggio, come me, lo continua. Comunque davvero, non lo chiudete l’aeroporto a Reggio Calabria. Ma poi, perché dovreste? Non mi vorrete davvero far credere che i voli siano vuoti!  Rifletteteci. È talmente maledetta e bella Reggio Calabria, ci avete talmente fatto scappare tutti, che proprio i modi per lasciarla e rimpatriarci di tanto in tanto, non devono mancare. Il fronte emigrante, da noi, è la vera forza lavoro e conviene investirci adesso. Dai, prendetevi un bronzo, quale volete, e lasciateci l’Aeroporto dello Stretto. Anche perché altrimenti, chi viene e come viene, a vedere l’altro? E anche perché grazie a tutto questo ci sentiamo a casa almeno fino a venti minuti dopo il decollo, non ci costringete a sentirci già partiti due ore prima. Non lo chiudete, davvero.  Ma che ci chiudete?!