Referendum Costituzionale, l’allarme del Financial Times: “se vince il NO l’Italia potrebbe uscire dall’euro e aprire una nuova crisi internazionale”

immagineDopo la Brexit e Donald Trump occorre prepararsi al ritorno di una crisi dell’eurozona. Se il primo ministro italiano Matteo Renzi dovesse perdere il referendum costituzionale del 4 dicembre mi aspetto una sequenza di eventi che metterebbe in dubbio la partecipazione dell’Italia all’eurozona“. E’ l’opinione del direttore associato del Financial Times, Wolfgang Munchau che in un commento pubblicato ieri sera rileva che le vere cause di questa possibilità non nel referendum in quanto tale. Intanto la Penisola resta nella scomoda posizione di maglia nera in Europa in avvio di settimana sui mercati. In un quadro generale di moderati ribassi delle Borse, a metà mattina a Milano l’indice Ftse-Mib accusa un più marcato meno 1,07 per cento e lo spread tra Btp a 10 anni e Bund risale a 185 punti base, laddove venerdì era rientrato sotto quota 180. Secondo Munchau, il vero problema è la performance economica dell’Italia che a partire dal 1999, anno di adozione dell’euro, ha visto la sua produttività totale dei fattori calare del 5% laddove in Paesi come Francia e Germania è aumentata del 10%. Solo un cambio di rotta, in tempo della Germania, con un’accettazione di un percorso verso un’unione economica e politica piena, potrebbe evitare tali rischi. In questo quadro una eventuale vittoria del no al referendum potrebbe avere conseguenze distruttive sulla moneta unica. “Se Renzi dovesse perdere – prosegue Munchauha detto che si dimetterà, portando al caos politico. Gli investitori potrebbero concludere che il gioco è finito. E il 5 dicembre l’Europa potrebbe svegliarsi con un’immediata minaccia di disintegrazione“. Lo stesso discorso viene svolto con riferimento alla possibile vittoria di Marine Le Pen alle prossime elezioni presidenziali che “non è più un rischio remoto…Se la signora Le Pen dovesse diventare presidente – prosegue Munchau – ha già detto che terrà un referendum sul futuro della Francia nella Ue. E se tale referendum portasse alla ‘Frexit’, la Ue sarebbe finita il mattino successivo e così l’euro“. Le conseguenze di un’uscita dell’Italia o della Francia dall’euro sarebbero disastrose e “porterebbero alla maggiore insolvenza della storia. I detentori stranieri di titoli italiani o francesi denominati in euro – spiega il direttore associato del Financial Times – sarebbero pagati nell’equivalente di lire o franchi francesi. Entrambi i Paesi svaluterebbero. E dal momento che le banche non devono detenere capitale a fronte delle loro posizioni in titoli di stato, le perdite porterebbero molte banche continentali all’immediato fallimento, La Germania allora comprenderebbe che un massiccio surplus delle partite correnti ha anche i suoi svantaggi. E che c’è molta ricchezza tedesca in attesa del default“. Tale scenario apocalittico potrebbe essere evitato? “In teoria – afferma Munchau – potrebbe essere evitato, ma ci vorrebbero una serie di decisioni prese in tempo e nel giusto ordine. A partire dal fatto che la signora Merkel dovrebbe accettare ciò che rifiutò nel 2012 – un percorso verso un’unione fiscale e politica piena. La Ue inoltre dovrebbe anche rafforzare lo European Stability Mechanism (Esm), l’ombrello di soccorso, che non è stato studiato per salvare Paesi della taglia dell’Italia o della Francia“. Quest’ultima prospettiva solidale è anche remotamente probabile? “Mettiamola in questo modo – risponde Munchau -: se dovessimo chiedere alla cancelliera tedesca se lei vuole titoli dell’eurozona garantiti in modo comune, direbbe di no. Ma se dovesse scegliere tra gli eurobond e un’uscita italiana dall’euro la sua risposta potrebbe essere diversa. E la risposta dipenderà anche da se la domanda viene posta prima o dopo le elezioni tedesche nel prossimo autunno. La mia previsione centrale – conclude Munchau -, non è comunque un crollo della Ue o dell’euro ma l’uscita di uno o più Paesi, possibilmente l’Italia ma non la Francia. Alla luce degli eventi recenti il mio scenario di base è ora solidamente sulla scala ottimistica delle aspettative ragionevoli“.