A Reggio Calabria l’incontro sul tema “Arte sacra, religiosa e liturgica/dalla lotta iconoclasta ai nostri giorni”

Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion c.1944 by Francis Bacon 1909-1992Si terrà martedì 4 ottobre alle ore 18,00 presso la Sala di San Giorgio al Corso, promosso dall’Associazione Culturale Anassilaos, l’ incontro sul tema “Arte sacra, religiosa e liturgica/dalla lotta iconoclasta ai nostri giorni” con l’intervento degli artisti Alessandro Allegra e Sergej Tikonov che parleranno della personale esperienza di pittori di soggetto sacro mentre Stefano Iorfida, Presidente di Anassilaos, analizzerà in breve il rapporto tra arte sacra e artisti nel corso del tempo. Delle tre religioni monoteiste (Ebraismo, Islam e Cristianesimo) il Cristianesimo- rileva Stefano Iorfida – è l’unico ad ammettere l’uso delle immagini e la rappresentazione figurata della divinità. Ciò è possibile perché con l’incarnazione Cristo si è fatto uomo e tra gli uomini è vissuto, ragion per cui si riteneva lecito tradurre in immagini i racconti evangelici. La questione non era comunque de tutto pacifica se nel 730 l’imperatore bizantino Leone III con un editto ordinò la distruzione di tutte le icone religiose scatenando quella lotta iconoclasta che incendiò l’impero bizantino e si estese in Occidente nei territori ancor dipendenti da esso e fino al papato che, con Gregorio III, condannò l’iconoclastia. Dopo anni di contrasti, violenze e distruzioni, l’aspetto dottrinale fu risolto nel Settimo Concilio Ecumenico di Nicea del 787 che condannò l’iconoclastia, affermando che le icone potevano essere venerate ma non adorate, scomunicò gli iconoclasti, ripristinando il culto delle immagini sacre. « …definiamo con ogni rigore e cura che …le venerande e sante immagini, sia dipinte che in mosaico o in qualsiasi altro materiale adatto, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, sulle sacre suppellettili, sui sacri paramenti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l’immagine del signore Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, o quella dell’immacolata signora nostra, la santa Madre di Dio, dei santi angeli, di tutti i santi e giusti”… Da qui in poi si sviluppa e cresce quell’arte sacra che è il segno distintivo della civiltà cristiana. In Occidente poi, agli inizi del Trecento, l’artista acquista una sua propria specifica personalità (Cimabue, Giotto) e tratta coi diversi committenti, pubblici o privati, e con le autorità civili e religiose. La “Legenda Aurea” di Jacopo di Varazze, con le sue vite di santi, offre un repertorio inesauribile agli artisti. Taluni aspetti della iconoclastia tornarono in Occidente con la Riforma protestante che incoraggiò la distruzione delle immagini religiose considerando la venerazione delle stesse un’eresia pagana e una superstizione. Ciò portò alla distruzione di numerose opere d’arte e di reliquie. La Chiesa dovette dunque ancora una volta confrontarsi con il tema delle immagini e lo fece nel Concilio di Trento che, nella 25^ sessione del 3-4 dicembre 1563, affrontò la questione ribadendo sostanzialmente quanto deciso già a Nicea nel 787 e ricordando anche il valore pedagogico delle immagini. “Attraverso la storia dei misteri della nostra redenzione, espressa con le pitture – affermano i Padri conciliari – e con altre immagini, il popolo viene istruito e confermato nel ricordare gli articoli di fede e nella loro assidua meditazione”. Il Concilio non impose agli artisti precisi modelli comportamentali ma stabilì che “non è lecito a nessuno porre o far porre un’immagine inconsueta in un luogo o in una chiesa, per quanto esente, se non è stata prima approvata dal vescovo”. A fissare dei precisi modelli furono, per le proprie Diocesi, Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, e soprattutto Gabriele Paleotti, Arcivescovo di Bologna, autore nel 1582 di un “ Discorso intorno alle immagini sacre e profane” che dettò i principi figurativi a cui dovevano attenersi gli artisti della Controriforma. Nasce così l’arte controriformistica che qualche problema provocò agli artisti e alle opere d’arte, dalla discussione sui nudi del Giudizio Universale di Michelangelo, che furono in parte coperti da Daniele da Volterra, al processo (1573) intentato dall’Inquisizione di Venezia a Paolo Veronese, fino ai “rifiuti” di molte delle opere di Caravaggio considerate inidonee (San Matteo e l’angelo, la morte della Madonna, la Madonna dei Pellegrini, Madonna dei Palafrenieri) e rifiutate dai committenti. Il rapporto tra gli artisti e la Chiesa si incrina comunque già alla fine del Settecento e si interrompe nell’Ottocento e Novecento. L’artista persegue ormai propri obiettivi, cerca e sperimenta linguaggi nuovi e non si trova più a proprio agio dentro le forme espressive tradizionali che la Chiesa continua a richiedergli per le sue chiese che si riempiono infatti di un’arte devozionale lontana dai flussi vitali della società che cambia e che prova e sperimenta, in maniera invero alquanto caotica, tra ottocento e novecento, tutto e il contrario di tutto (Realismo, Impressionismo, Cubismo, Futurismo, Espressionismo, Surrealismo, Astrattismo). Toccò a Paolo VI avviare un discorso nuovo con gli artisti durante l’omelia tenuta in occasione della Messa degli Artisti (7 maggio 1964, Cappella Sistina). Il Pontefice – come faranno in seguito Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – tenta di colmare il fossato tra Chiesa e arte figurativa, quella “divaricazione tra la fede – o più genericamente la trascendenza – e l’arte” che dura da almeno tre secoli ma si tratta di un impresa ardua perché resta il problema, per quanto riguarda l’arte sacra ed il suo utilizzo nell’ambito delle chiese, del linguaggio con cui essa si presenta, un linguaggio che rende talora difficile, se non impossibile, la comprensione della stessa ai fedeli. Facciamo due diversi esempi, il primo dei quali ci riporta al processo cui fu sottoposto Paolo Veronese. Abbiamo il resoconto dell’interrogatorio dell’artista da parte della Santa Inquisizione veneziana e – parrà sorprendente affermarlo – avevano ragioni entrambi. Veronese aveva dipinto “Un’Ultima Cena” che, per la presenza di infiniti personaggi (armigeri, buffoni ed altri) era molto lontana dalla semplicità del testo dei Vangeli. L’artista difende la sua libertà creativa ma l’Inquisitore non aveva poi tutti i torti a chiedere e a chiedersi perché mai dovesse chiamarsi Ultima Cena un’opera che si presentava come una sorta di festino. Non a caso, la soluzione, equilibrata, fu trovata cambiando nome all’opera (se ne occupò lo stesso artista), che divenne una “Festa in casa Levi”. Il secondo esempio ci porta ad un artista contemporaneo, il “maledetto” Francis Bacon autore di un trittico avente per tema la Crocifissione. Un’opera sconvolgente al pari di tante altre tele dell’artista irlandese, ricca di pathos ed espressione di una visione della vita dolorosa e dolorante. La sua arte contiene una “religiosità” profonda e aspra ma la forma con la quale essa si esprime difficilmente potrebbe trovare posto in una Chiesa, sopra un qualsiasi altare. Resta dunque il problema – oggetto dell’incontro di Anassilaos – di come l’arte contemporanea, un’arte libera, possa rispondere al bisogno di edificare i fedeli e farli riflettere sui principi stessi della propria fede.