Calabria, Cidec: “i dati pubblicati da Unioncamere sulla situazione economica regionale ha il sapore di una pietanza andata a male”

tasse“Per chi come noi vive giornalmente i problemi di chi fa impresa in Calabria e si occupa, a vario titolo, delle dinamiche lavorative, la lettura dei dati pubblicati da Unioncamere sulla situazione economica regionale ha il sapore acre di una pietanza andata a male. Limitarsi a leggere il dato relativo alle “nuove imprese” scevro dall’interpolazione con gli altri dati congiunturali relativi a disoccupazione giovanile, lavoratori indipendenti e disoccupazione storica risulta un mero artificio statistico che “aggira” l’ostacolo per lasciare spazio a facili trionfalismi. Intanto va considerato che la Calabria è la seconda regione italiana, dopo il Molise, per numero di lavoratori “indipendenti” (circa il 44%): se a questo aggiungiamo un tasso di disoccupazione giovanile del 45% (il 3° più alto in Europa) e un numero di disoccupati pari a 160mila unità che comprende anche 71mila “nuovi” disoccupati, il quadro si completa. Chi perde il lavoro o chi è in cerca di prima occupazione, in una regione che non offre alcuna opportunità, non può che andare ad ingrossare le fila (già ben nutrite) dei lavoratori indipendenti, quel popolo delle partite iva che “affolla” quasi tutti i settori economici (ma in particolare il commercio) fruendo anche degli incentivi nazionali e regionali per l’auto imprenditorialità. Ma a ben vedere non si tratta di un risultato positivo: purtroppo molte, troppe di queste nuove attività non riusciranno a superare i 3 anni di vita, lasciando spesso debiti con l’erario (e con il privato) che aumenteranno esponenzialmente il contenzioso negli anni a venire”, scrive in una nota il segretario generale Cidec Calabria, dott. Sergio Enrico Maria Marino.

Questo – prosegue- senza considerare l’annoso problema della “disattenzione” del sistema bancario per le imprese meridionali. Dunque altro che ottimismo, seppur moderato. Qui occorrono serie politiche di sviluppo, capaci di ridurre il gap occupazionale con il resto d’Italia e d’Europa: servono investimenti strutturali e infrastrutturali; serve una politica di sgravi fiscali duraturi per chi assume (ma soprattutto “mantiene” i livelli occupazionali), intimamente connessa ad una politica di controllo e di repressione del lavoro nero; servono idee e uomini capaci di portarle avanti. Di tutto questo, fin’ora non v’è traccia alcuna nella politica nazionale per non parlare di quella regionale: il POR 2014/2020 è partito con più di un anno di ritardo, il PSR registra ulteriori ritardi e complicazioni dovuti “all’inasprimento burocratico”, i fondi strutturali sono fermi al palo. Altro che dinamismo”, conclude.