Abusi sessuali a Melito Porto Salvo, la relazione del gip rivela: la madre sapeva e non ha denunciato

Il gip di Reggio Calabria ha rivelato nella sua relazione la conoscenza dei fatti da parte della madre della ragazza vittima di violenze sessuali a Melito Porto Salvo

violenzaTutti mormorano ma nessuno parla, tutti guardano ma nessuno vede, tutti difendono la propria coscienza pulita ma i fatti dimostrano il contrario. Sono servite 133 pagine di relazione al gip di Reggio Calabria Barbara Bennato per raccontare i tristissimi risvolti che indagini e ricostruzioni hanno portato alla luce per quanto accaduto a Melito Porto Salvo.
Ancora aberranti novità riguardo il caso della ragazzina tredicenne violentata ripetutamente da nove ragazzi più grandi, oggi tutti in fermo, tra cui il rampollo di una nota famiglia del posto, Giovanni Iamonte.
Da quando è scattato l’arresto per lui e i suoi compagni, è stato detto di tutto: dal fatto che non è assolutamente vero che questo nutrito gruppo di persone si portasse in giro una bambina per abusare di lei andandola a prendere perfino davanti scuola, al fatto che tutto sommato non è colpa loro se questa stessa bambina li provocava. Accusate di omertà, le persone si sono ribellate affermando che non erano a conoscenza dei fatti, che non è mai successo nulla che potesse destare sospetti, sembrava tutto tranquillo, tutto sereno e perfetto.

E poi c’è la relazione del gip. Una relazione che da documento diventa quasi romanzo noir, perché a leggerla si stenta a credere che fatti del genere possano essere veri. In questa relazione stilata grazie anche ai colloqui della vittima con una psicologa, emergono fattori intuiti fin dall’inizio ma che ancora non erano stati confermati.
La ragazza, spiega la psicologa, mostrava evidenti segni di smarrimento, ansia, preoccupazione. Eppure nulla, nessun sospetto da parte della famiglia, nemmeno quando si assentava per lunghe ore da casa. Mai una domanda, mai un’ammonizione.
Scrive il gip: ”La ragazzina si era sentita sola, senza alcuna protezione e, pur sopraffatta dalla rabbia per l’abbandono dei genitori, si era trovata nelle condizioni di dover subire in silenzio un penoso rosario di violenze, atteggiamento paradossalmente impostole a protezione dell’incolumità degli stessi genitori, distratti ed inadeguatamente interessati alla sua crescita evolutiva“.

Il pensiero va quindi a quella brutta copia del tema di scuola, un elemento a cui si è accennato da subito ma che solo adesso conferma la sua importanza. L’insegnante assegna la classica traccia sul ruolo dei genitori nella propria vita. La ragazzina sfoga su carta il suo risentimento per l’eccessiva distrazione dei propri genitori, troppo impegnati “con le loro cose“, senza scendere mai nel particolare per proteggere i parenti, nonostante la vittima fosse lei.
La brutta copia di quel tema arriva in casa, la madre la legge e tutto ciò che trova da dire è uno stizzito: “belle cose che scrivi di noi“.
Perché il problema, fin da principio, erano gli occhi degli estranei. Non poteva crollare l’immagine, non si poteva rischiare lo scandalo. Nemmeno se di mezzo c’è l’incolumità di tua figlia, sembra.

Figlia che scoppiando in lacrime racconta finalmente tutto alla madre, cercando conforto e difesa, e trova invece un monito che la invita a tacere, a non parlare, a non fare rumore. Per meglio dire, invita a non fare proprio nulla.
Perché se si fosse saputo sarebbero stati costretti al trasferimento, dovendo ricominciare da zero e perdendo il lavoro, quel lavoro che sembra fare capo proprio al giovane Iamonte. La donna decide quindi di non prendere nessun provvedimento, se non tutelarsi con i pochi che erano venuti a conoscenza della cosa chiedendo di non diffondere la notizia. Si confida però con l’ex marito, che prende con sé la figlia e le fa fare un lungo giro in auto per capire il più possibile della faccenda, quindi decide di provare a sistemare le cose da solo parlando con Iamonte. Il caso arriva ai Carabinieri soltanto dopo, in seguito al pestaggio subito dal nuovo ragazzo della figlia, sempre ad opera della gang di violentatori.

Andando a fondo nel caso diventa chiaro in che genere di fanghiglia si sta scavando. Ma invece che di fango si dovrebbe parlare di sabbie mobili, perché più ci si addentra più si rimane bloccati nella melma, senza apparente speranza di uscirne fuori. Le indagini stanno spegnendo passo dopo passo quel beneficio del dubbio che nei primi giorni consolava, facendo dire “Ma magari è andata così, magari erano impegnati davvero, magari stavano attenti agli orari, alle indiscrezioni…“.
E invece no. La verità emersa fino a questo punto è una sola: si sapeva e non si è detto, si vedeva e non si è denunciato. E a fare le spese della codardia degli adulti è una ragazzina di 16 anni che per tutta la vita andrà avanti con questo peso sul cuore.