Locali chiusi, il TAR: “il Comune non può revocare le licenze prima che si concluda tutto l’iter giudiziario”

Locali chiusi, una sentenza del TAR di Perugia su un imprenditore reggino evidenzia come i Comuni non debbano chiudere i locali soltanto in presenza di un’interdittiva

tribunale faldoniE’ un’estate “triste” quella di Reggio Calabria. Tra provvedimenti di chiusure e sequestri per numerosi locali della “movida” cittadina, la città vive il periodo estivo con noia e passività. I giorni trascorrono inesorabilmente tra giustizie ed ingiustizie. Dal sequestro dei gazebo alla chiusura del bar “Sireneuse”, il reggino medio sceglie di “fuggire” e di rifugiarsi in altre località in cui gustare una granita non sia un sogno irraggiungibile. Mettendo da parte i moralismi, è necessario ribadire che la chiusura di un locale è “giusta”, nel momento esatto in cui una sentenza accerta la colpevolezza fondata del soggetto accusato e non prima. Non dimentichiamo tutti i dipendenti con a carico famiglie costretti a rimanere a casa, in un periodo di crisi economica.

ansa - bonora - CONTROLLO DELLE SCHEDECosì come il bar “Sireneuse”, anche altre società reggine sono state colpita da un’informazione antimafia interdittiva, a causa di un provvedimento emesso dalla Prefettura. Il Comune – quale conseguenza – dell’informazione antimafia interdittiva, secondo una prima interpretazione della normativa sarebbe tenuto a revocare qualsivoglia autorizzazione amministrativa rendendo, di fatto, impossibile lavorare in qualsiasi tipo di settore, sia esso pubblico che privato. Il TAR di Perugia, però, ribalta questa convinzione. Infatti, secondo il decreto cautelare reso dal Tar è necessario attendere la definizione del giudizio di legittimità pendente innanzi al Consiglio di Stato. L’ente Comunale non dovrebbe revocare le licenze commerciali chiudendo i locali colpiti da interdittiva antimafia o privi di certificazione antimafia, al contrario di ciò che a Reggio hanno deciso i dirigenti di Palazzo San Giorgio, prima per l’OASI, poi per “Sireneuse” e la Nuova Orchidea, e altri locali.

Grazie alla decisione del Tar Umbro, infatti, è stato possibile tutelare i posti di lavoro dei dipendenti in servizio che, altrimenti, sarebbero stati destinatari di un immediato licenziamento. Secondo il legale della società, il reggino Giacomo Falcone, la previsione in tema di informazione interdittiva antimafia non può essere più severa delle misure di prevenzione laddove è prevista la necessità di un provvedimento definitivo (art. 67 codice antimafia), invece, in materia di informazione antimafia interdittiva si applicherebbe pur in assenza di definitività dei giudizi. E questo è solo uno dei tanti casi, perchè il Comune ha imposto la chiusura dell’OASI, di “Sireneuse“, de “La Nuova Orchidea” e di altri locali. La situazione emergenziale richiederebbe un tempestivo intervento del legislatore allo scopo di bilanciare i contrapposti interessi.

A prescindere da tutta la querelle giudiziaria (giusto o meno che sia), a rimetterci sono sempre i cittadini, figli di un sistema che non li tutela come dovrebbe in un Paese che si considera “civile“.