Reggio Calabria: il Comitato Solidarietà Migranti commenta la protesta al centro accoglienza di Archi

In riferimento alla protesta avvenuta lunedì 18 luglio al centro d’accoglienza di Archi a Reggio Calabria, il Co.S.Mi – Comitato Solidarietà Migranti invia una nota di commento

Il CO.S.MI. – Comitato Solidarietà Migranti ha inviato una nota in riferimento alla protesta avvenuta lo scorso lunedì 18 luglio al centro d’accoglienza per minori di Archi a Reggio Calabria:

Reggio Calabria rivolta migranti Archi (4)Lunedì 18 luglio una consistente fetta dei migranti attualmente ospitati dal centro di (prima?) accoglienza di Archi ha inscenato una pacifica protesta, preventivabile per chi ha un po’ il polso della situazione, durata poco meno di una mattinata, al fine di manifestare il disagio dovuto ad una permanenza immotivatamente prolungata in quel centro, esprimendo al contempo la volontà  di lasciarlo per raggiungere altre mete in Italia e nel resto d’Europa.
A tal proposito, il Comitato di Solidarietà ai Migranti (Co.S.Mi.), presente lunedì mattina ad Archi con alcuni suoi componenti, intende condividere alcune considerazioni. Cominciando col ritenere che derubricare a meri problemi di ordine pubblico questioni ben più complesse, che rinviano a criticità strutturali che richiederebbero ragionamenti un po’ meno pigri e risoluzioni urgenti, significa condannarsi perpetuamente a non capire e ancor peggio, a non poter risolvere ciò che deve essere invece affrontato approfonditamente, compiendo il necessario sforzo di comprensione delle ragioni degli altri.
Il primo passo consiste nel provare a prendere sul serio le motivazioni dei ragazzi, in maggioranza minori, che chiedevano solo di essere ascoltati e di ricevere delle informazioni utili a chiarire cosa li attenderà nel prossimo futuro. Noi abbiamo provato a interagire e a prestare  ascolto alle loro richieste e lamentele, senza liquidarle aprioristicamente.
Il principale punto critico riguarda l’esasperata lunghezza del tempo di permanenza in una struttura adibita al raccoglimento e al contenimento di migranti solo per il tempo necessario alla loro identificazione e principalmente, all’espletamento delle procedure di richiesta di protezione internazionale. Inutile dire che tutto ciò ad Archi non avviene. La gran parte dei ragazzi ospitati non viene messa a conoscenza di questo loro inalienabile diritto. Inoltre, una volta registrate, le persone dovrebbero essere trasferite entro 96 ore; eppure nel centro di Archi ci sono ragazzini che si trovano lì dentro addirittura da aprile e le ore, così, sono 2160, ossia 2064 ore in più del dovuto! Ci sono inoltre ragazzi che non conoscono nemmeno il nome della città in cui sono sbarcati. È evidente allora che delle criticità nelle gestione dei migranti ad Archi ci siano. Alzare le spalle in nome dell’emergenza che riguarda tutta Italia non aiuterà ad allentare periodiche tensioni. Come può non sembrare loro un sequestro di persona questo regime di permanenza indeterminata, con una costante e colpevole assenza di supporto e assistenza, anche di tipo legale? Come può non sembrare una prigionia agli occhi di un adolescente il soggiorno prolungato in un centro in cui l’incomunicabilità la fa da padrona, dal momento che mancano figure essenziali come i mediatori culturali continuativamente impiegati nella struttura, e non solo nel caso “eccezionale” dell’identificazione? 

Comitato Sostegno MigrantiMa crediamo che anche altre richieste espresse dagli ospiti di Archi non debbano essere considerate come strambe pretese di nullafacenti. La richiesta di poter telefonare, ad esempio, non è un imbarazzante capriccio da ragazzini viziati, bensì la necessità di comunicare con genitori e parenti che da mesi non hanno notizie dei figli sbarcati in Italia. O ancora, può significare informare del proprio arrivo altri parenti presenti in Europa. Cosa c’è di strano in una richiesta del genere? Altro punto: il vestiario. I ragazzi con cui ci siamo confrontati avevano ciabatte e infradito semirotte, scarpe scucite, giacche che si portano dietro dalla partenza dall’Africa. Crediamo sia naturale che richiedano indumenti migliori. O questo non rientra nei compiti della macchina dell’accoglienza?
Lo stesso dicasi per le condizioni in cui molti migranti (la cui età, è bene ricordarlo, si aggira mediamente intorno ai 16-17 anni) sono costretti a dormire, ad esempio in una palestra, per terra.
Si potrebbe obiettare che anche molti italiani versano in cattive acque, e che per loro si fa ben poco. In questo senso, comprendiamo le legittime preoccupazioni di alcuni abitanti di Archi, che lamentavano la scarsezza di dispositivi igienico-sanitari attorno al centro. Ma è colpa dei migranti o dell’incapacità della struttura a soddisfare le esigenze fisiologiche di una quantità di persone assai superiore a quella che potrebbe agevolmente contenere?
L’unica risposta possibile a chi agita lo spettro di invasioni e la paura dell’alterità è affermare che la lotta per i diritti e la dignità delle persone è una lotta globale, che riguarda tutti, italiani e migranti. Non è per colpa dei migranti che l’Europa è stata investita da una crisi le cui stimmate portiamo ancora oggi dolorosamente addosso, né che a questa crisi si sia risposto con politiche di austerità che continuano a falcidiare gran parte delle popolazioni europee.
Le recenti inchieste giudiziarie calabresi che hanno portato alla individuazione di inequivocabili nessi tra politica locale e nazionale e ‘ndrangheta dovrebbero inoltre farci capire, una volta di più, che sono altre le persone, altri i circuiti di malaffare e di potere che hanno messo in ginocchio la nostra terra.
Vogliamo concludere chiedendo alle istituzioni di chiarire quali sono le possibili soluzioni che chi di competenza sta immaginando di adottare per risolvere una situazione che perdura immotivatamente ormai da troppo tempo. Il centro di Archi, nato inizialmente per ospitare per qualche notte i migranti appena sbarcati in città, si è trasformato di fatto in una struttura permanente priva di qualsiasi tipo di requisito necessario a garantire dignità a chi ne è ospite. Pur consapevoli che si tratta di una questione complessa e di non facile risoluzione, invitiamo le istituzioni a prendere finalmente dei provvedimenti atti ad individuare delle strutture alternative, scongiurando l’ipotesi di ulteriori centri-ghetto che altro non fanno che innalzare la tensione sociale ed impedire il raggiungimento di standard di accoglienza quantomeno dignitosi.
Lo dobbiamo a quei ragazzi dalle scarpe scucite che lunedì, appoggiati su un assolato muretto adiacente al centro di Archi, ci mettevano al corrente con determinazione del loro voler andare a scuola, imparare l’italiano e conoscere altre persone del nostro Paese. Perché questi sono i futuri cittadini d’Europa, esattamente come chi in questa terra ci nasce, e quel concetto spesso richiamato nei torbidi tempi dell’oggi, l’integrazione, inizia da qui, nella periferia di Reggio Calabria.