Presupposti per un dialogo interreligioso costruttivo

Le religioni non s’incontrano e non si scontrano. Ad incontrarsi o scontrarsi sono piuttosto le persone che praticano queste diverse religioni

dialogo interreligiosoVorremmo esprimere il nostro pensiero riguardo il dialogo interreligioso in un mondo in cui, purtroppo, si uccide ancora nel nome delle convinzioni religiose. Occorre ribadire che le religioni non s’incontrano e non si scontrano. Ad incontrarsi o scontrarsi sono piuttosto le persone che praticano queste diverse religioni. Ecco perché il problema va posto analizzando la questione del dialogo, non tanto tra le religioni ma piuttosto, tra gli uomini che appartengono alle diverse denominazioni religiose. Il teologo congolese Oscar Bimwenyi Kweshi osserva che «ogni genio culturale ha una maniera propria di concepire, enunciare, esplicitare e professare l’unica e identica verità» su Dio, sull’uomo e su tutto il creato (Discours théoloque, p. 188). Ma per non cadere nel ripiegamento su se stessi che verterebbe nel fondamentalismo, occorre che ci sia il confronto sereno tra le diverse visioni antropologiche e religiose. Infatti, la sola parola che è in grado di risolvere i conflitti, garantire la convivenza pacifica tra i popoli e le loro religioni, è il “dialogo”. E perché ci sia dialogo, è necessario che gli interlocutori si riconoscano come partners che devono rispettare l’identità, la diversità e l’alterità dell’altro. Nel mondo odierno in cui sembrano prevalere l’arroganza, la presunzione del sapere tutto e la cultura della sopraffazione, che spingono taluni a sentirsi autosufficienti e non bisognosi nei confronti di altri, occorre, invece, affermare che da soli, senza l’altro, non si può vivere umanamente bene. Nel rapporto con “l’altro”, nella convivenza tra l’io e il tu, l’identità profonda di ciascuno non può scomparire: pretendere di stabilire che nell’‘osservatorio’ culturale e religioso dell’interlocutore non c’è nulla di valido, è irrazionale. Ciò costituisce un crimine contro l’umanità o la morte peggiore che possa esistere, cioè costringere l’altro a diventare un ricettacolo completamente passivo, capace solo di implorare, ricevere e consumare meccanicamente delle idee preconcette di chi prepotentemente crede di essere il Padre eterno che sa e può tutto. Ecco perché vogliamo precisare che occorre rispettare l’individualità, la diversità e l’alterità dell’interlocutore, in quanto non è possibile far diventare l’altro del tutto uguale a noi, anche nel modo di pensare, di essere, di pregare e di amare. Proprio perché l’altro rimane sempre ‘altro’, cioè una persona sacra ed un mistero da decifrare di volta in volta. Ecco perché vogliamo considerarci fautori e promotori di quell’umanesimo nuovo, contemporaneo alter-nativo che realmente contempla la pluralità socio-culturale, politico-religiosa e la polifonia dei modi di pensare come delle realtà che dovrebbero arricchire gli esseri umani portandoli alla coabitazione pacifica e sinfonica. A partire da queste premesse, il tanto desiderato dialogo, confronto e scambio sarà realmente un arricchimento reciproco e non una competizione selvaggia in cui a vincere sarà la mentalità di odio e vendetta che spinge l’uomo ad accanirsi contro l’altro. Roba da giungla che disumanizza e svilisce l’umano. Solo con questi presupposti potremo diventare cittadini responsabili e corresponsabili, sostenitori del vero senso dell’uguaglianza che non esclude la differenza, di quella reciprocità che è possibile solo lì dove le persone si ritengono degli esseri insostituibili l’uno all’altro. Su questi presupposti ci sentiremo finalmente liberi, non saremo più né superiori né inferiori, certamente sentiremo l’altro, riveleremo l’altro e lasceremo emergere l’umano che alberga in ognuno di noi.

Sac. Alain Mutela Kongo (Parroco di Armo e Dottorando in Teologia Dogmatica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma)